sabato 26 giugno 2010

Il filo del passato

 

Ci siamo ritrovati per caso in questa gita della Biblioteca che ci porterà alle meraviglie di Venezia, a un museo che ci mostrerà i colori del Manierismo. Ci siamo scorti e salutati nel parcheggio, dove abbiamo lasciato le nostre auto e ritrovato il filo del passato. Quanto tempo? Quanti anni? Lo abbiamo riannodato subito e siamo saliti sul pullman, verso il fondo, come ci è sempre piaciuto, occupando una coppia di sedili sul lato sinistro, perché a me è sempre piaciuto guardare le auto in sorpasso e a lei appoggiarsi alla mia spalla e assopirsi.

Ora no. Non siamo più gli studenti che andavano in gita. Ora abbiamo tanti giorni e tante cose da raccontarci e parliamo fitto fitto mentre il pullman percorre la A4 Serenissima e si lascia dietro frutteti e case coloniche, zone industriali e grandi magazzini, anche un aeroporto.

L'autista ha messo un CD di successi degli Anni '80, neanche l'avessimo corrotto, e la nostra musica ci riavvicina ancora di più. Annamaria si lascia andare: mi confida dei problemi che ha avuto, il divorzio, il figlio autistico, il suo studio di architettura che non va troppo bene. Come allora trova in me un ascoltatore paziente. Come allora non ho niente da dirle, ma basta la mia attenzione a consolarla.

Le racconto di quante volte ho percorso questa strada, del mio grande amore liquefattosi senza un perché. Lei coglie con femminile sagacia il mio tormento, mi posa una mano sul ginocchio, lo stringe appena e quel gesto di amicizia è un collante che riesce a riparare la mia voce incrinata. «Ti ricordi di quando ci sbaciucchiavamo di nascosto dai professori su sedili come questi?» mi chiede. Altroché se ricordo: fuori il tramonto incendiava l'autostrada, poi scendeva il buio e noi annegavamo in quella dolcezza. Quanto tempo. Quanti anni...

Annamaria mi guarda con gli occhi accesi e un lampo furbo nello sguardo: «Dai, che il responsabile della Biblioteca non ci guarda...» mi dice, e posa le sue labbra sulle mie...

Il filo è stato riallacciato con un nodo ben stretto.

 

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JACK VETTRIANO, “AE FOND KISS”

sabato 19 giugno 2010

Da un poggio


Qui, dall'alto, da questo poggio che è l'ultimo avamposto prima della pianura, si domina uno spicchio di mondo, come se una mappa a tre dimensioni fosse distesa davanti ai miei piedi. Nella calura che vela la visione d'una foschia leggera, addensata sopra le città, disegno gli scenari apocalittici che i guerrieri del riscaldamento globale continuano a propinarci dai media, ora fronteggiati dai teorici della nuova glaciazione: e dunque sullo sfondo ecco il deserto di Milano, dune di sabbia dove corrono i dromedari e i beduini si rinfrancano tra le palme delle oasi; dove sorge Piacenza, scintillerà il mare...

Ma su questa collina verdeggiante, una mammella ubertosa sorta dal corpo fertile della Brianza, fiorisce ancora il sambuco e i gatti sonnecchiano al sole tra le antiche mura. La brezza soffia lungo le vie, porta l'odore muschioso degli anditi, il fresco umido delle cantine. Gazze volano tra le fronde, si inseguono con le code bianche ridendo sguaiate come rane. È in posti così che amo fermarmi a riflettere, a farmi i conti in tasca, come adesso, seduto davanti al panorama in questa larga piazza pavimentata a ciottoli.

Lo so che è umano amare. E che ancora più umano è sbagliare. Umano è anche ricordare. Così io so che ho idealizzato la sua figura, usandola come un salvagente per rimanere a galla nel naufragio dei giorni. L'ho usata come un relitto cui restare aggrappato con tutte le mie forze, come una zattera di fortuna su cui andare alla deriva. Mi sentivo come chi dovesse saltare un ostacolo o chi in quei film d'azione americani passi da un tetto all'altro nella fuga o nell'inseguimento. Prendevo la rincorsa ma risultava sempre troppo corta e rimanevo a penzolare nel vuoto. Per salvarmi ho dovuto tagliare la corda con lei, perderla e tenerla con me sotto forma di ricordo.

Fu un errore, lo ammetto soprattutto con me stesso. Lo so, adesso che da questa collina spazio lontano con lo sguardo e osservo non soltanto i fiumi che tagliano la valle e le città avvolte in una cappa di smog, le autostrade che si snodano, i campanili... Vedo anche il mio passato, i giorni perduti e vigliaccamente conclusi, le fughe davanti alla realtà, le illusioni spacciate per sogni. Mi rattristo, ma non dovrei: rimpiangere è una medaglia al valore che non si è meritata.

Mi alzo, riprendo il sentiero che attraversando filari di viti riporta giù, alle strade trafficate, ai grandi ipermercati, alle zone industriali, alla vita...


 

Fotografia © DR

sabato 12 giugno 2010

Dopo il temporale


Il temporale era quasi passato ormai: le pesanti nuvole grigie colme di pioggia gravavano a levante sulla costa, dipingendo strie di fumo sul mare. Avevamo trovato riparo in uno dei bar della spiaggia, seduti con il tuo tè al bergamotto e la mia birra a osservare l'uragano scatenarsi sull'arenile, sugli alberi del lungomare: sembrava volesse svellerli e scagliarli lontano e intanto trasformava la strada in un fiume. Il juke-box suonava canzoni che pesavano sul cuore e si mescolavano ai rombi dei tuoni, allo scroscio incessante e violento sulle grondaie, sui vetri del bar. Le nostre parole erano di due che si erano amati un tempo e forse si amavano ancora ma che il corso degli eventi aveva separato e condotto su strade diverse. Eppure non era trascorso che un anno.

Quando la pioggia finalmente cessò e già un occhio azzurro si apriva nel cielo, uscimmo dal nostro rifugio e ci dirigemmo verso il pontile. Il vento ci incollava addosso i vestiti, il mondo si specchiava difforme nelle vaste pozzanghere lasciate dal fortunale, dove le tue ballerine rosse si bagnavano. Mi raccontavi di come avevi conosciuto lui, di come le cose si fossero incastrate simili alle tessere di un puzzle o a una serie di ingranaggi e ti eri ritrovata senza saperlo in una storia. Fingevo indifferenza ma ribolliva in me un lago amaro di malinconia, un dolore sotterraneo che non sapeva decidersi ad uscire. Sapevo da tempo che la tua strada poteva divergere dalla mia, sapevo che questa possibilità non era remota, eppure mi ero costruito il mio bel castello di illusioni e ora andava in pezzi, scivolava carta dopo carta sul tavolo dei sogni. E ogni carta diventava di piombo, sfondava il tavolo e cadeva sul pavimento. Non mi rimanevano che fragili e taglienti pezzi di cristallo.

Salimmo sul pontile, sotto di noi il mare si agitava tra i piloni, formava onde spumose che alzavano alti spruzzi e si dirigevano minacciose verso riva. L'odore di salmastro riempiva le narici, scendeva dentro. Il maestrale soffiava forte, sospingeva i tuoi capelli chiari sul mio viso. Era una beffarda carezza adesso che tu non eri più mia, adesso che il tempo ci aveva condotto su strade che non coincidevano se non in rari approdi. Il temporale era passato ormai ma persisteva in me con il sapore amaro che hanno le cose perdute.


Fotografia © Ion & Tonia West

sabato 5 giugno 2010

Cerchi nell’acqua


Il tempo oggi è fermo nel cielo d’estate. Velato dalle nuvole, dalla cappa di umidità che sale dai laghi e si diffonde tutto intorno, il sole è un maggiolino infilzato da uno spillo. Non ho uno specchio nel quale riflettermi, potrei affacciarmi sulla sponda, piegarmi sull'acqua verde del fiume. Non ce n'è bisogno. So benissimo che la smorfia stampata sulla mia faccia è un sorriso amaro.

Tu invece chissà dove sarai. Chissà che cosa farai adesso, in questo preciso momento in cui vedo le libellule sorvolare i giunchi e l'idra galleggiare sulle sue esili zampette sul pelo dell'acqua. Nel velo lieve del vestito, quelli con il disegno a fiori provenzali, vedrai dalla finestra muri anneriti dallo smog e il cielo cupo della metropoli addossato alle ciminiere di vecchi opifici, proteso come una piovra sulle guglie della cattedrale, sui marmi dei palazzi.

Il fatto è che tu non mi puoi ascoltare, dovunque tu sia. E io non ho altre parole da donarti. Abbiamo consumato tutti i nostri discorsi, li abbiamo dati alla luna, alle sere che si sono sciolte veloci come il ghiaccio nei nostri bicchieri. Li abbiamo ardentemente costruiti e abbandonati al loro destino. Messaggi in bottiglia navigano via nel mare dell'oblio, barchette di carta affondano nell'indifferenza.

Il tempo è passato. Sembrava immobile o almeno lenta la sabbia nella clessidra. Sembrava scorrere placido come questo fiume. Sembrava che fossimo noi a scorrere e che le nostre vite fossero svincolate dalla sua catena. Ci ingannavamo: lo so adesso che ragiono sull'amore come si studia un problema di scacchi. Allora tutto sembrava facile e naturale.

Sono deluso adesso, sono caduto nel cono d'ombra di un'illusione. Faccio rimbalzare sassi piatti sullo specchio dell'acqua. Disegnano cerchi che spezzano il tuo ricordo. E so dove sei tu ora e so cosa fai: lui ti sospinge con dolcezza, ti abbraccia. E tu, felice e innamorata, ti abbandoni, ti appoggi al tavolo della cucina. Dalla finestra aperta puoi scorgere le colline lontane, appena velate: dove la foschia si fa un poco più intensa e sembra serpeggiare, là scorre il fiume, là sono io...



Fotografia da Pinterest