sabato 29 maggio 2010

La felicità della malinconia

 

Il cielo era ammantato di stelle, "crivellato" come diceva una canzone, lontano una campana suonava le dieci. Anna si riscosse dai suoi pensieri a quei rintocchi quasi festosi in contrasto con il silenzio della notte. Il contatto della lana sulla pelle le dava una strana sensazione, non un prurito né un fastidio, piuttosto un tenero, caldo abbraccio.

Guardò Giovanni: distese le gambe in tutta la loro lunghezza, il ragazzo osservava la gente che rincasava nella strada. "Diamine Giovanni, abbiamo diciott'anni! Ma cosa ci facciamo seduti in questo bar come due vecchietti? Andiamo a divertirci" pensò senza riuscire a rivolgersi all'amico. Fu invece Giovanni subito dopo a dire: "Anna, ti va di andare a vedere il mare?". Lei assentì e Giovanni, imbaldanzito dalla sua risposta affermativa, disse quello che la ragazza avrebbe voluto dire qualche attimo prima: "Mi sembra di essere un pensionato a restare qui tutta la sera".

Un chiarore lontano faceva presagire la presenza della luna che nasceva dal mare, piena e grossa. I due ragazzi si incamminarono sul nastro d'asfalto che attraversava la pineta; sotto i loro piedi potevano sentire gli aghi dei pini che formavano un rado tappeto dopo la mareggiata della notte precedente. "Giovanni, perché non ti trovi una ragazza, qualcuno che possa alleviare la tua solitudine? Insomma, voglio dire: hai diciotto anni..." riuscì a dire Anna guardando negli occhi l'amico. Giovanni rimase silenzioso solo un attimo, che egli però giudicò troppo lungo, poi rispose: "Non so, forse aspetto che sia l'amore a venire da me, sai, il classico colpo di fulmine. O forse è proprio questa condizione che mi piace: la solitudine, la malinconia..."

Già, la felicità della malinconia, pensò Anna e provò un brivido, forse un'invidia inconfessata per il coraggio con cui Giovanni metteva in pratica la sua filosofia. Lei invece aveva incontrato Luca, stavano insieme da due anni ormai; tutto sembrava bellissimo nei primi tempi ma poi un vago malessere aveva intriso la loro storia, che si trascinava ormai solo per inerzia, solo perché nessuno dei due voleva ammetterne il fallimento.

"A diciott'anni non si è maturi" disse Anna "si fanno tante cose per istinto o per emulazione e tante volte si sbaglia e si sbatte il muso contro un muro". Confidandosi erano giunti alla spiaggia. Ora potevano vedere la luna, anzi due lune e quella riflessa nel mare era ancora più bella di quella vera. Due lune grosse e luminose, due perle arabe di rara bellezza. Di tanto in tanto un'onda scompigliava la luna riflessa, che in breve si riformava tonda e perfetta.

In quel momento Anna sentì che con Luca era tutto finito: non l'aveva mai portata a vedere la luna e quello spettacolo meraviglioso l'aveva riempita d'amore, tanto amore inespresso che aveva tenuto dentro e che ora spingeva per uscire. "Baciami, Giovanni" sussurrò in un filo di voce. Un po' perplesso il ragazzo obiettò "E Luca?". "Con Luca è tutto finito: per lui conta di più la pallacanestro, io sono solo un diversivo. E poi non c'è un filo di romanticismo in tutti quei muscoli".

Giovanni esitava. Fu Anna ad appoggiare le sue labbra su quelle di lui. Giovanni la strinse a sé, sentì la durezza dei seni acerbi, ripensò a quanto gli aveva detto prima Anna: "A diciott'anni non si è maturi: si fanno tante cose per istinto". La luna si stava alzando piano piano. Giovanni si sedette per terra e Anna gli posò la testa sul petto: accarezzandole i capelli pensò alla malinconia.

 Munch

EDVARD MUNCH, “SOMMERNACHT AM STRAND”

sabato 22 maggio 2010

Il filo


La luce gialla di un lampione tinge il lungomare. Un vento caldo soffia da Levante e sembra condurre fino a qui quella mezza luna che galleggia nel cielo come un palloncino sgonfio. Sa di sale e sabbia quel vento, sa della notte che scende e che ci ritrova seduti al bordo della piazza, dove l’ultimo caffè fissa i suoi confini e ruba metri alla spiaggia. Non ombrelloni, ma un verde pergolato ci difende dal buio, o ci nega la vista delle stelle. Pendono come lanterne le lampadine, le candele alla citronella fumano tra i tavoli.

Chi ci vedesse da fuori, chi gettasse uno sguardo distratto oltre la siepe che ci separa dalla strada vedrebbe una coppia felice seduta davanti a due frappè: noterebbe di sfuggita il liquido chiaro nei bicchieri appannati, la cannuccia a righe, l’ombrellino di carta sapientemente appoggiato sul bordo. E invece siamo due anime in pena sorprese nel momento in cui cercano il filo che li lega, quel filo che si è smarrito tra presente e passato, che si è allentato o meglio ancora si è spezzato quando la lontananza l’ha teso un po’ di più.

Così a noi che siamo dentro il bar, che sediamo a quel tavolino e siamo gli interpreti di questo film che è l’amore, che è la vita, alla fine ci manifestiamo come siamo davvero: due che si sono conosciuti, che si sono amati, che si sono allontanati e ora non sono che due estranei. Quel filo lo abbiamo ritrovato questa notte: i due capi erano ormai incompatibili, erano al pari di una spina e di una presa che non possono funzionare, e, come avvocati ad un processo, abbiamo preso atto.

Grandi cirri avanzano dal mare, oscurano la luna, e anche su di noi sembra calato il buio: restiamo muti, senza più dire una parola. I frappè sono finiti, il cameriere ha portato via i bicchieri, ho pagato il conto. Siamo perduti.

Il taxi che si accosta e poi ti porta via nella notte mi trova ormai quasi felice. Il mio saluto rimane nell’aria come un bianco fiore di magnolia. Abbasso la mano, la infilo in tasca e mi incammino nella direzione opposta. Il vento continua a soffiare forte sulle palme.


Fotografia © Wooddy Travel & Tour

sabato 15 maggio 2010

Il sapore amaro dell’addio

 

Sorrise dietro il velo di tristezza che le inumidiva gli occhi. Sapeva il dolore che avrebbe generato, nella sua vita, nella mia. “Torno a Trieste”. La decisione era presa, i bagagli probabilmente già pronti nella sua bella casa lungo i Navigli. Quella da cui amavo guardare giù fingendo di essere a Venezia, non sembrava neppure Milano. Il treno sicuramente era già stato prenotato, il lungo viaggio assimilato lentamente, programmato, ricostruito.

“Parto tra poco”. Le nuvole che sovrastavano il Duomo sembravano impigliate nelle guglie bianche, vele trascinate fin sulle statue della cattedrale. Il tavolino del bar dove ci eravamo dati appuntamento – l’ultimo, e non me ne rendevo neanche conto – aveva delle eleganti tovaglie dove galleggiavano le tazzine di caffè e i due bicchieri d’acqua; nel suo una fettina di limone si perdeva lentamente dietro il vetro ghiacciato. La mia era l’amaro che sentivo in bocca.

Le nostre anime in quel momento dovevano scottare come brace, ardenti come la fiamma che è sul punto di morire. Eppure sarebbe bastato poco per riaccenderle, per riattizzare quel sentimento che covava ancora – di questo ero certo. “Paola…” per l’ultima volta pronunziai il suo nome e risuonò strano, come se un’altra persona lo avesse pronunciato, uno qualunque che oziava ai tavolini in attesa di tornare nell’ufficio al quarto piano di un palazzo del centro, uno dei tanti che attraversavano la piazza inseguiti dai senegalesi con i braccialetti portafortuna, uno dei turisti affacciati all’autobus scoperto che fa il giro della città. “Paola…” e non trovai altre parole da dire.

Ci alzammo. Un ultimo furtivo bacio suggellò l’addio. Non mi sentivo tradito, non mi sentivo deluso. Quella che mi entrava dentro, che si agitava e si rimescolava, era un’amarezza indefinibile. Mi sedetti e restai lì a guardarla andare via, imboccare Via Mazzini, perdersi tra la folla del pomeriggio. In bocca avevo ancora quel sapore amaro.

Provai a pensarla altrove, a Trieste: mi veniva in mente solo Piazza Unità d’Italia sconvolta dal vento. Nel ricordo, il colore del mare era quello dei suoi occhi.

 

Raymond Leach, “A brief incounter”

sabato 8 maggio 2010

Hautes-Alpes

 

    Di buon mattino passammo con l'auto la dogana del Monginevro dopo aver cambiato in franchi i nostri pochi spiccioli e maledetto il traffico che intasava la statale nella valle della Dora Riparia. La strada subito cambiò d'aspetto: sembrava più linda e ordinata a noi che eravamo abituati allo sbando e alla rovina che caratterizzano le strade italiane; quelle righe gialle dipinte di fresco ci facevano meraviglia. Ben presto dei segnali stradali arrugginiti crivellati di proiettili ed enormi buche nell'asfalto ristabilirono la giustizia e il nostro giudizio divenne più ragionato e meno autolesionista.

    Lunghi tornanti scendevano tra i boschi di larici verso la valle della Durance; traversata Briançon, ci trovammo in una strada che costeggiava il fiume, argenteo e irrequieto, e la ferrovia. Mi prese una gran voglia di viaggi in treno attraverso campagne sconosciute, il sogno di lasciare i frutteti del Veneto, le montagne che cullano l'Adige nel loro grembo, gli sterminati campi di mele del Sudtirolo, e salire verso il Mare del Nord, traghettare in Svezia, abbandonarmi a osservare i ghiacci dove nessun treno più va oltre. Oppure scendere nell'Est europeo sulle piste dell'Orient Express, in una magia che porta a Sofia e a Istanbul...

    Le canoe zigzagavano tra i massi, oltre il fiume muovevano le loro chiome al vento campi di grano e di lavanda. Attraverso una stretta gola che ricorda la Val d'Ega tra Bolzano e Nova Levante, salimmo seguendo un camion di sabbia che sbuffava e procedeva lento come un elefante di Annibale. Nostro compagno era sempre il fiume che rumoreggiava sulla destra, rilucendo.

    Ci fermammo a pranzare in un villaggio che si animava del mercato con i paesani che acquistavano formaggi, salami e miele. Qui il fiume incanalato intersecava due viuzze formando due ponti: lì tra una charcuterie e una boulangerie l'insegna "Restaurant".

    Dopo pranzo, nel deserto del villaggio ancora a tavola, ci attirò l'idea di oziare ai tavolini all'aperto di un café. Conoscemmo così Nathalie, la cameriera che ci portò i cognac e che ci disse che studiava italiano. Si sedette con noi e cominciò a raccontare un po' nella nostra lingua un po' nella sua: ci disse che abitava sola, ora che il marito era fuggito in Alsazia con un'altra, una ballerina da quadro di Degas, ma che in fondo si trovava meglio così, senza dover sempre rendere conto a qualcuno. "Sì, sono libera, comment on-dit? ... emancipata, j'amerai venire a lavorare in Italia, a Firenze o a Roma, ma il mio sogno c'est Venise... Qui di turismo ce n'è poco e poi è tutta gente di montagna".

    Prima di lasciarci andare Nathalie volle regalarci due bottiglie di vino di quelle parti, un vino color dell'ambra. In una cartoleria dove eravamo in cerca di souvenirs - un domino di legno, corni intarsiati, coltellini Opinel - il proprietario ci mise in guardia sull'aroma di quel vino: "Ce n'est pas champagne ni Chianti! Le vin d'ici c'est mauvais". L'uomo parlava solo francese e molto velocemente, ci costava fatica seguire le sue parole. Filosofò un po' sulle donne e sul tempo, che da anni non portava neve se non a stagione finita. A una nostra richiesta ci spiegò la strada migliore per tornare in Italia.

    Tra curve e controcurve la statale si inerpicava verso il Colle dell'Agnello, nel Parco del Queyras, dove le mucche pascolavano beate. Un vento gelido ci accolse alla frontiera: nessuna dogana, nessun controllo. Solo più in basso un finanziere seduto fuori da un capanno di lamiera con il tricolore italiano ci fece segno di passare senza nemmeno guardarci. Eravamo davvero tornati in Italia.

25 ottobre 1990

 Val Preveyre

FOTOGRAFIA © MICHEL LALOS

sabato 1 maggio 2010

Italia-Argentina


Stiamo tornando dalla spiaggia un po' in anticipo: di solito torniamo dopo le sei e ora sono le cinque appena passate. È che tra poco comincia Italia-Argentina per i campionati del mondo di calcio e faremo un tifo sfrenato davanti al televisore.

Non è che l'Italia giochi poi così bene: i giocatori sono in silenzio stampa e hanno eletto portavoce Dino Zoff, che forse è l'uomo meno loquace del mondo, e hanno ottenuto solo tre pareggi nella fase eliminatoria di Vigo e La Coruña, con Polonia, Perù e Camerun; così la nostra nazionale è finita nel girone difficile, direi quasi impossibile, con Argentina e Brasile. Ma tant'è, speriamo sempre nel genio italico.

Con me ci sono Anna e Maria Sole e stiamo ascoltando la radio: ora cantano i Secret Service, "A Flash in the Night". Io ho la mia sacca a righe bianche e azzurre con il telo da spiaggia, la crema abbronzante, "Eutanasia di un amore" di Giorgio Saviane e "La Settimana Enigmistica". Anna ha la solita borsa di paglia con tutto l'occorrente per la spiaggia e il barattolo di crema Nivea, oltre a "La ragazza di Bube" di Cassola e a un bikini azzurro di ricambio. Maria Sole porta il pallone da pallavolo e le bocce.

Ora alla radio cantano i Quarterflash, "Harden my Heart" e siamo quasi arrivati all'hotel. Altra gente torna in fretta dalla spiaggia per l'incontro di calcio. E già alcune persone sono sedute nella saletta del televisore. Stanno per essere eseguiti gli inni. Gentile ha la faccia di un mastino, dovrà marcare Maradona, che molti definiscono il nuovo astro del calcio mondiale. Forse ce la faremo. Mi siedo tra Anna e Maria Sole sulle poltroncine rivestite di tela scozzese a base vermiglia in seconda fila. Un brivido mi percorre il corpo mentre la banda spagnola suona "Fratelli d'Italia". Finalmente la partita comincia. Sembriamo tonici, nonostante l'importanza dell'incontro. Si levano urla e imprecazioni quando Paolo Rossi si mangia un gol già fatto e gli viene quasi da piangere.

Poi segna Tardelli e Anna mi abbraccia, nell'euforia generale non riusciamo a vedere i replay: una staffilata dal limite che ha fulminato il portiere argentino. Restiamo lì a sperare che le iniziative dei biancocelesti si esauriscano, ma quando Cabrini manda in rete la palla respinta dal portiere su tiro di Rossi sembra fatta davvero. Anche perché gli argentini perdono la testa e Gallego si fa espellere. Peccato che non riusciamo ad approfittarne e che Bruno Conti fallisca il 3-0. Abbiamo visto tutti la palla in rete mentre ancora era attaccata al suo piede. Invece no...

Manca poco alla fine quando l'arbitro romeno Rainea assegna una punizione dal limite inesistente a favore dell'Argentina. "Attenti a Passarella, è un ottimo tiratore" dice qualcuno. È proprio Daniel Passarella che si incarica del tiro. Bum! Fa secco Zoff e temiamo la beffa. Resistiamo cinque minuti insieme agli "azzurri" e tiriamo un sospiro di sollievo al fischio finale. Sono quasi le sette, aspettiamo di andare a lavarci commentando le azioni decisive.

Siamo seduti ai tavolini del bar, Maria Sole gioca con le frange della tovaglietta plastificata a scacchi bianchi e rossi, beviamo Coca-Cola ghiacciata e guardiamo nella strada la gente che torna dalla spiaggia. A loro della partita non interessava poi molto. E infatti sono quasi tutti tedeschi e austriaci. "Stasera che si fa?" chiede Anna con la sua bella voce un po' nasale. "Decidi tu, come sempre: sei così brava a inventare qualcosa" le dice Maria Sole, masticando la fetta di limone che era nella Coca-Cola. "Ci penserò" replica Anna, "Potremmo andare al Luna Park, se vi va bene." Io e Maria Sole annuiamo senza parlare e allora lei rompe gli indugi: "Vado a lavarmi. Ciao. Ci vediamo più tardi".

Salgo nella mia camera e mi faccio la doccia. Resto a lungo indeciso sulla maglietta da mettere con i blue-jeans Levi's. Poi scelgo una polo rossa. Rossa come l'amore, dico tra me e me pensando ad Anna.


Fotografia © Liukai0823