sabato 24 aprile 2010

Notte di Sicilia


Sul lungomare soffia forte il vento: uno scirocco che viene dal buio e dall'Africa e gonfia le onde nella notte. Resto lì a osservarne le creste bianche apparire nella luce dei fanali di questa piazza circondata da altissime palme che agitano i grandi ventagli delle foglie con un suono di xilofono. Respiro l'odore della notte, che sa di sale e di alghe, come gli spruzzi che di tanto in tanto mi arrivano sul volto, sulle labbra. Mi stringo ancora più forte nella mia giacca blu, rialzo il bavero e resto come ipnotizzato a scrutare lontano, la luce del faro che ondeggia, una grossa nave ferma nel porto.

Sono partito all'alba per giungere qui. Ho preso il pullman per raggiungere l'aeroporto della Malpensa. C'era una primavera lussureggiante nei prati lungo l'autostrada, i papaveri tingevano di rosso i fossati, i terreni erano ancora umidi, pregni di pioggia. Poi l'aeroporto, con la sua moderna struttura. All'interno lo scorrere delle stagioni non c'era più. Con il lungo pullmino ho raggiunto l'MD-80 per Fontanarossa. È partito in orario ed è arrivato con pochi minuti di ritardo. Non ho potuto guardare dal finestrino scorrere l'Italia: troppe nuvole. Solo qui, dopo le Eolie e l'Etna, il sereno.

Un altro pullman mi ha condotto a Siracusa, dove ho pranzato e visitato la città: il Teatro Greco, Ortigia, il Tempio di Apollo, quello di Atena inglobato nel Duomo. C'erano le luminarie in onore della Santa e sul sagrato gente vestita a festa che si scattava fotografie. Mi sono seduto a un tavolino con una granita di caffè davanti e mi sono gustato da dentro quella Sicilia così diversa, così lontana. E ho sentito subito di amarla.

Ho ripreso il viaggio, stupito della differenza di questa terra con la mia, lasciata solo al mattino: i campi brulli, i muretti a secco, le siepi di fichidindia, le distese di serre, l'assoluta mancanza di traffico sulle strade. Finalmente, quattordici ore dopo essere partito, ho raggiunto la mia meta, questo albergo sul lungomare dove ho depositato la mia valigia, mi sono fatto una doccia e ho cenato.

Ora sono qui davanti al mare: è mezzanotte e non ho nessuna voglia di dormire. Desidero soltanto sentirmi parte di questo estremo lembo d'Italia, assaporarne i sapori e gli odori, bere avidamente ogni singolo momento. C'è un lungo viale illuminato che conduce da questa piazza al porto: vado a cercare un bar per bermi un caffè.


Fotografia © Andrea Gasparro

sabato 17 aprile 2010

La vera storia di Natascha D.

 

“Sliding Doors”: sono ore che penso a quel film con Gwyneth Paltrow. Le si chiudono davanti le porte delle metropolitana e piomba di nuovo nella sua vita; le si aprono davanti e comincia un incubo senza fine.

Ieri Gwyneth Paltrow ero io. Le mie porte del vagone della metropolitana sono state due sveglie che non hanno suonato. Due. Per essere sicura, perché era importante che mi svegliassi per tempo e prendessi il treno e scendessi in città. Un colloquio di lavoro, in tempi di crisi, e sono disoccupata...

La sveglia grande sulle 6.30, il telefonino sulle 6.30. Si è scaricata la batteria della sveglia, ora è ferma sulle 6.15. Con il cellulare devo avere pasticciato.

Sono tornata a casa dalla stazione, il treno partito senza di me correva tra i campi di meli verso la città, verso il colloquio di lavoro che altri avrebbero sostenuto, non io. Ero arrabbiata, ero furiosa contro questo destino che mi assegnava la parte di Paolino Paperino.

Ho acceso la radio e dopo qualche minuto di musica sono diventata Gwyneth Paltrow: quel treno su cui smaniavo per salire è deragliato, travolto da una frana che gli uomini giudicano fatale e inspiegabile, ansiosi come sono di trovare sempre un significato alle cose. Non c’ero su quel treno che si è portato via nove vite e ha procurato traumi e incubi agli altri ventotto che sono rimasti nell’inferno di fango prima di finire in un letto d’ospedale.

Mi sono seduta, le gambe mi tremavano. Il Destino, quello con la D maiuscola, ha scelto me, ha salvato me e ancora adesso non so capacitarmi, mi divora quest’ansia di vita. Sono qui a tormentarmi una ciocca ribelle dei miei capelli biondi: io, perché proprio io la prescelta?

E perché è stato crudele con gli altri? Perché ha stroncato una madre che portava il latte al suo bimbo nato prematuro? Perché si è preso la studentessa che ha perso il treno di tutti i giorni ed è salita su quello dopo? Perché tanta crudeltà?

Se, come diceva Voltaire, il caso non esiste, allora questa per me che cos’è? Prova, punizione, ricompensa o previdenza?

 

sabato 10 aprile 2010

La lettera


“Fa' ciò che mi scrivi; fa' tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell'oggi". Così finiva la lettera e riconobbi le parole di Seneca a Lucilio. Era un gioco che portavamo avanti da tempo quello di concludere le nostre missive con una citazione. Spesso, ormai consegnata alla fantesca la lettera, mi sovveniva un’altra frase che sarebbe stata migliore di quella apposta. E mi crogiolavo in quel rimpianto attendendo per giorni la risposta.

Ora la mossa toccava a me, come in una partita a scacchi. E non è l’amore un gioco in cui attendere pazientemente il proprio turno e poi muovere il pezzo giusto? La sera era calda e luminosa: la luce della luna si univa a quella tremolante della candela. Stavo leggendo il “Chretien de Troyes” quando il suono degli zoccoli mi aveva avvertito dell’arrivo della lettera. Dal tramonto si passò alla sera mentre leggevo le sue parole e immaginavo la bella mano che teneva la penna e intingeva l’inchiostro nel calamaio per tracciare quella scrittura inclinata e ondulata che rassomigliava a uno splendido mare. Era in quelle onde che mi perdevo, come nelle onde dei suoi capelli se solo lei fosse stata lì con me ad ascoltare il frinire dei grilli: i suoi capelli chiari che profumavano di lavanda, come la carta che ora tenevo in mano come un prezioso reperto.

Cominciai a scrivere: “Carissimo amore mio, l’attesa di ogni tua lettera è un tormento quasi quanto il dolore di non poterti stare accanto. Quando finalmente viene Dominique a portarmi la lettera appena giunta, un fuoco mi pervade, un’emozione intensa che mi accende il petto e raggiunge in breve tutte le membra. Il tagliacarte corre in fretta a lacerare il sigillo di ceralacca e poi la busta, le mani tremano nell’estrarre il foglio, gli occhi saltellano sulla carta fino a trovare le parole, a leggere quei segni a inchiostro viola che si trasformano in parole, frasi, discorsi. Le tue parole, le tue frasi, i tuoi discorsi. E mi figuro sia tu a leggermela, sento la tua voce così bella e dolce pronunciare quei preziosi periodi…”

Alla luce fioca della candela la mano scorreva con grazia, la penna scivolava sulla carta. Apposi la frase finale, un verso di un poeta contemporaneo, De Florian: “Il piacere d’amore non dura che un momento, / la pena d’amore dura tutta una vita”. E presi a carezzarmi i seni, a immaginare le sue piccole mani dolci sulla mia pelle, la sua boccuccia rosa sulla mia… Un giorno o l’altro dovrò dirglielo che sono una donna…


Joseph Francis Walker, The Love Letter"

sabato 3 aprile 2010

Quando ha appena smesso di piovere


Capita, quando ha appena smesso di piovere, che molta gente continui a camminare con l'ombrello aperto. Anche se già spunta un esile raggio di sole, non si rende conto che lo scroscio è terminato. Ci incrociamo lungo la via e ci viene di dir loro che la pioggia è cessata, che non c'è più bisogno che reggano l'ombrello.

Edoardo Zennari Sanfilippo, professore di Economia Politica in pensione, sedeva sulla panchina del parco davanti all'Arena in un tipico giorno di primavera: dolcissimo nei suoi tepori che improvvisamente si trasformano in spifferi freddi quando il sole repentinamente si copre e le nuvole grigie fanno scemare l'intensità della luce.

Guardava passare persone che portavano a spasso i cani, si divertiva a osservare i boxer, i cocker, i pastori tedeschi zampettare. Ce n'era uno - un bastardino di taglia media - che aveva un fazzoletto rosso legato intorno al collo e stava benissimo, era pieno di vita e di energia.

Poi c'erano le belle donne, giovani e magre, che correvano con la cuffia dell'iPod nelle orecchie, inguainate in tutine aderentissime: erano la vita in persona, si notava che, solo avessero voluto, avrebbero potuto generare bellissimi figli biondi e in salute.

E ancora c'erano manager e professionisti con il soprabito leggero o il vestito elegante che portavano in giro con una sfrontatezza indescrivibile la loro costosissima cartella di pelle che conteneva chissà quali documenti importanti: atti di vendita, warrant, lettere di licenziamento, fusioni societarie, destini di Borsa. Ed erano così pieni di vita anche loro, con tutto il potere che gli usciva da ogni singolo poro.

C'erano gli studenti allegri e giocosi che avevano marinato la scuola: scherzavano tra di loro, spintonandosi e dandosi scappellotti. Indossavano vestiti improbabili di qualche taglia superiore al necessario e portavano zainetti pesantissimi e ingombranti. Tra loro c'era qualche coppietta che si isolava e, seduta su una panchina si ammazzava di baci. Come erano vivi, e come invidiava loro quell'esuberanza il professor Zennari Sanfilippo.

Come quella dei bambini nei passeggini che sfinivano a forza di strilli e di capricci giovani madri piacenti. Come quella dei corvi che gracchiavano e si precipitavano a frugare con il becco nei cestini dei rifiuti. Come quella dei piccioni che zampettavano impacciati e correvano a contendersi un pezzo di pane lasciato da una coppia di turisti olandesi. Come quella delle magnolie in fiore, delle nuvole bianche dei ciliegi, delle migliaia di piante che mettevano delle verdi foglioline tenere e minute. Dio, com'erano belle nel rigoglio di primavera! E com'erano vive!

Lo spazzino Igor Kanchelsky, un immigrato ucraino, come ogni mattina, armato della scopa di plastica dura e del carrello con il bidone della pattumiera, stava compiendo il suo giro. E, come ogni mattina, salutò il professore. Questi non rispose. Il netturbino lo scosse per un braccio, credendo si fosse appisolato. Solo allora si rese conto che Edoardo Zennari Sanfilippo era morto.


Fotografia © Miles Storey