sabato 27 marzo 2010

La clinica

a Vincenzo Moretti,
che ha ispirato il racconto
con il suo “Enakapata”

L'infermiera ha detto che passerà più tardi. Con le pastiglie della buona notte. E dormirò ancora e avrò altri di questi sogni chimici che mi sballottano nello spazio e nel tempo e al mattino mi lasciano come uno straccio, un otre vuoto. È quello che vogliono, questa è l'igiene mentale che campeggia a grandi lettere bianche illuminate sul muro della clinica. È strano come certi eufemismi ci lavino la bocca: sono soltanto dei modi per pulirsi la coscienza e non pensarci. Clinica. Ospedale psichiatrico. Manicomio.

Così mi si incastreranno gli eventi della giornata e le allucinazioni prodotte dai medicinali. Chissà come entrerà Vincenzo in questo sogno. Nel pomeriggio è venuto a trovarmi e mi ha portato in dono il suo libro. Ho cominciato a leggerlo. Probabilmente anche il Giappone scivolerà nel sogno con i suoi giardini di ciliegi in fiore e la perfezione tecnologica. Si miscelerà con le brutte facce di questa televisione che non riesco neanche più a guardare: volti litigiosi, veline seminude, gente che parla e apre la bocca come in un acquario, perché io non li sto più neanche a sentire.

Come la notte scorsa: c'era una donna con una foglia di vite tra i capelli serpentini, una Medusa moderna che sproloquiava in una vecchia sala d'aspetto con le panche di legno e un lattiginoso lampadario al neon. Fuori c'era il tram che mi aspettava ed erano gli Anni Cinquanta, Milano - credo fosse Milano, ma poteva essere Torino o Dresda o Buenos Aires - era una grigia periferia di opifici, ormai finita la guerra si pensava a ricostruire. I cani razziavano tra i rifiuti, un gatto pisolava su un muro di cinta. Ovunque reticolati e ciminiere. E d'improvviso, con un salto di tempo e di spazio, il tram divenne un moderno treno rosso e correva accanto a un lago. Volli scendere in una di queste piccole stazioni, mi inoltrai nel paese, dove splendevano gialli i lampioni tra le case e i campanili. L'odore dei colori a olio mi attirò in un atelier, dove una donna bellissima dipingeva. Non era vero nulla, lo so: era l'effetto delle medicine. Ma l'Arte, l'Arte quella era vera. Come era vero quell'ometto curvo e cieco che giocava al go. Mi disse di chiamarsi Jorge Luis Borges, si teneva a un bastone e raccontava qualcosa a proposito di labirinti e biblioteche...

Ecco l'infermiera con le pastiglie in un bicchierino di carta bianco. Me le porge. Le inghiotto con un sorso d'acqua. Addio...


sabato 20 marzo 2010

Casa contadina


Era una casa contadina, in una corte di paese. La chiamavano "la curt di scighèzz",il cortile delle falci. Era lì che abitavano i miei prozii, la sorella di mio nonno e suo marito. Il freddo di un giorno che portava febbraio alla fine era nell'aria e io ci arrivavo con la strafottenza dei miei diciott'anni e con la mia macchina nuova.

Entrai. La luce si fece buio e dopo un po' gli occhi si abituarono alla penombra: c'era una tinozza piena d'acqua, per lavare il bucato e naturalmente anche per farci il bagno; il pavimento di cotto scheggiato era bagnato sulle sue ruvide ombre di coccio. Dalle travi pendevano grappoli di pannocchie. Al centro della stanza una stufa ardeva legna, accanto erano ammonticchiati i ciocchi da ardere. Sul tavolo una bottiglia di vino, quel Barbera che stavo bevendo e che lasciava scuro il bordo del bicchiere che mi era stato riempito e messo davanti.

Appese alle pareti, accanto alla finestra, due gabbie: in quella metallica c'era un canarino giallo; in quella di bambù un merlo maschio con la sua bella livrea nera. In un angolo ronzava un vecchio frigorifero Minerva; sulla madia un vecchio televisore in bianco e nero. Sulla credenza le fotografie incorniciate: la figlia suora in un giardino di Torino, il figlio ora sposato, tutti più giovani, tutti con il vestito delle grandi occasioni. Più in alto, una mensola con il caffè nella sua scatola di latta e la bottiglia della grappa.

Lo zio, con il cappello e il gilè, le pantofole ai piedi, si scaldava nel parlare di concimi e trattori, di legna da comprare e di scope fatte con i rami di salice, di un contratto contadino negoziato per una notte intera. Lo faceva con quel dialetto brianzolo che intendo perfettamente ma che non parlo, neppure adesso, a distanza di tanti anni da quel giorno di febbraio.

La zia, lì vicino, rideva e lo frenava. Forse era così la felicità, mi venne da pensare vedendo la sua allegria. O forse no: i figli lontani, la solitudine, gli acciacchi. Meno male che ogni tanto arrivavano i nipotini ad allietare i nonni.

Poco oltre l'ingresso l'attaccapanni a muro: vi erano appese la tuta da lavoro, una sciarpa e una camicia insieme a tutti i dolori di una vita di campagna da indossare sopra i ricordi per uscire. Su un soppalco le scarpe, tutte in fila, e le mezze damigiane. Sulla porta il calendario, con tutti i santi da pregare e le lune per l'orto e per il vino. Uscimmo, era ora che concludessi la mia visita.

Fuori, nella piccola aia davanti all'uscio, il vecchio carretto pieno di legna e granturco e il trattore nuovo, il rimorchio che il vecchio trovava difficile da usare. Si poteva capirlo, abituato ad arare con l'asino e l'aratro. Incassato nel muro uno specchio rovinato rimandava i riflessi di quella vita contadina, i due piani con i balconi e i ballatoi che sovrastavano la casa, le travi di legno, vecchi zoccoli sfasciati, altre centinaia di pannocchie intrecciate a mazzi, sacchetti di concime e fertilizzanti, ceppi, piante grasse.

Più in là c'era la stalla: l'asino era rimasto solo, abbandonato dalle vacche. A fargli compagnia rimanevano l'erpice e i bastoni, aratri, zappe, paglia, qualche sedia rotta. Il progresso aveva rovinato anche lui, povero ciuco.

Quando salii in macchina, dopo aver già messo in moto, il vecchio mi fermò e riprese a parlare. Non voleva restare solo: il pomeriggio d'inverno era troppo lungo per lui. Mi sembrava di essere appena uscito da un libro di Pavese, di essere lì con il padre di Talino in "Paesi tuoi", con il Valino in "La luna e i falò". Lo salutai ancora e gli dissi "Torno presto, Carlìn, torno presto..."


Mark Stewart, “Heyward House Parlour”

sabato 13 marzo 2010

La promessa


“Di ciò che fu rimane una voce sospesa.”
ALESSANDRO PARRONCHI

Ora lei scende verso la spiaggia, lentamente. La strada che porta al mare attraversa la pineta ed è un arco della grande spirale con cui gli architetti decisero un giorno ormai lontano di pianificare il percorso viario della città. Un enorme guscio di chiocciola o di conchiglia. In questa stagione dell'anno non c'è quasi nessuno. Poco fa è riuscita a sorprendere uno scoiattolo che addentava una grossa pigna: è fuggito con il suo bottino ben stretto alzando al cielo la folta coda.

Tanti anni fa aveva fatto quella promessa e ogni tanto ancora le capitava di pensarci, le prendeva la voglia in un giorno di tardo inverno di mantenerla. Un voto d'amore, come se ne fanno talora da ragazzi. Prestarvi fede, a distanza di tanto tempo, la faceva sentire ancora giovane.
I primi anni ci arrivava con il suo motorino, percorrendo chilometri nella campagna brulla. Era un Ciao blu. Faceva il pieno e via, senza casco - allora non era obbligatorio - ma bardata di sciarpa e cappello. Sceglieva sempre un giorno di sole caldo. "Salutami il mare" erano le parole che lui aveva detto, e lei lo aveva preso in parola. Una volta, un'altra. Un inverno dopo l'altro. Ci tornava anche d'estate, ma con tutta la gente non era la stessa cosa, le sembrava troppo facile.

Adesso è arrivata con la sua auto nuova e luccicante. Avrebbe potuto parcheggiarla nella grande piazza del mare. Invece, scelto uno dei raggi interni, l'ha lasciata in un parcheggio delimitato ed è scesa per camminare e respirare a pieni polmoni quell'aria che sa di salsedine e di resina.

I suoi stivali battono colpi attutiti sull'asfalto: il vento della notte ha depositato quella terra sabbiosa sulla strada. Ma nel ricordo ai piedi ha un paio di ciabattine bianche e quello è il suono che la sua memoria le propone. Non è la donna con il cappotto grigio e la gonna di lana ma la ragazza con gli short e la maglietta a righe. Invece della sacca di pelle ha una capiente borsa di paglia. E, sotto, naturalmente indossa un bikini, quello turchese con i fiori.

Si ferma: è uno dei santuari di quel pellegrinaggio. Ce ne sono molti disseminati lungo il tragitto, ma quello è sicuramente il più importante. Fu lì che si scambiarono il primo "ciao", il punto dove gli occhi si calamitarono e la scintilla d'amore sbocciò fatale. Il primo incontro. Ora ci hanno messo la campana per la raccolta della carta da riciclare. Poesia zero. La poesia è nella memoria, nelle mappe fotografiche che porta con sé: è un mezzogiorno di giugno che risplende dopo una notte di pioggia, l'asfalto si asciuga rapidamente, nell'aria vola una libellula, nella strada ci sono molte automobili parcheggiate, la maggior parte ha targa austriaca o tedesca.

Più avanti c'è il bar dove per la prima volta fu pronunciata la parola amore. Naturalmente è chiuso: ci sono assi a sprangare le vetrine. Riaprirà tra un paio di mesi. Chissà se dentro ci sono ancora quei tavolini rossi, quelle tovaglie plastificate a quadri. Certamente no. Quante cose sono cambiate da allora... Le mani si allacciarono su quella superficie rossa, si strinsero, giocarono. A lato c'erano le tazze con la cioccolata, le bustine dello zucchero. Fuori pioveva forte, un tipico acquazzone estivo. Ma lì dentro c'era caldo e odore di caffè. E lui disse: "Sono riuscito a dare un nome al sentimento che provo per te: è amore. Anna, io ti amo..."

L'immagine si scioglie come se fosse stata stampata su una cascata incredibilmente ferma per quei pochi istanti e poi rimessa in movimento. Da nord soffia un refolo di tramontana: freddo come quel ricordo svanito nel nulla. Ma è una scena che lei si è ricreata tante volte. Prosegue con un bacio dato attraverso il tavolino. Risente ancora adesso l'umido, se si concentra, l'aroma della cioccolata.

È arrivata all'imbocco della spiaggia. Sul bagno comunale sventola la bandiera rossa che sconsiglia di avventurarsi in mare. "Con questo freddo...", pensa lei e si stringe ancora un po' la sciarpa. Non ci sono ombrelloni né sedie a sdraio. È una deserta lingua di sabbia che si estende per chilometri. Il mare è un po' grosso.

Ha ancora un posto da visitare prima di raggiungere il bagnasciuga. Dietro le cabine: è lo spiazzo sabbioso dove di giorno i ragazzi giocavano a pallavolo. È tale e quale, qua e là qualche conchiglia, poi la siepe profumata e di là la passeggiata lungomare. Un altro importante santuario: il luogo dove per la prima volta fecero l'amore. Era una notte di agosto. Riesce a sentire sulla pelle della schiena ancora la sensazione della sabbia, il vento che asciugava le goccioline di sudore.

Prende una manciata di sabbia, la lascia scivolare piano dal pugno: il vento la porta via in direzione parallela al mare. Ne prende un'altra, ripete il gioco. "Il tempo che si fa visibile" diceva lui, che invece con la sabbia preferiva disegnarle righe sulle gambe mentre rimaneva distesa a prendere il sole leggendo un libro. "Scemo" gli diceva qualche volta. Risente la dolcezza allegra con cui la sua voce pronunciava quell'insulto.

Nuvole si radunano dalla costa, le vede avanzare dal golfo, distendersi sopra il pontile. "Ho scelto la giornata giusta" si dice "gli piacevano tanto le onde alte, diceva che gli sembrava di stare in California, sull'oceano”. La risacca è molto rumorosa, il vento si fa più consistente, ma ormai quello che doveva fare l'ha fatto. Si avvicina al mare cercando di non bagnarsi, riesce a tuffare una mano nell'onda. Con quella si tocca le labbra. Ne sente il gusto di salato... Le lacrime finalmente cominciano a scendere. "È per te" dice, rivolta verso il mare, verso il cielo che ora si è fatto cupo e minaccioso. "Ovunque tu sia, amore..."


Peter-T. Schulz, “Immer Meehr…! Esther am Mehr”

sabato 6 marzo 2010

Il fiume


Il fiume correva via tranquillo negli argini rinforzati dal cemento. Tra piccole chiazze d'olio dai colori iridescenti, ritta sulle zampe sottili galleggiava via veloce un'idra. Sembrava una miniatura di quelle immense gru per tagliare il marmo che punteggiavano le cave qua e là nel panorama.

Luca guardò Michela, seduta sul prato accanto a lui. Una ragazza esile e gentile, piccola nel golfino di lana azzurro che gareggiava con la tinta dei suoi occhi. Le teneva la mano quando riuscì finalmente a dire: "Me ne vado. Sono stanco di questo paese, sono stanco di non trovare opportunità. Dovunque, ma lontano da qui, ricomincerò". I gabbiani planavano lenti, il riflesso dei loro voli saettava nell'acqua, come volesse scomporre anche lo specchio dei pensieri. Luca sentì la mano di Michela irrigidirsi a quelle sue parole, vide il suo sguardo spegnersi e riempirsi di lacrime.

Quell'estate non trovò il coraggio di partire, forse non l'avrebbe trovato mai. Rimase al paese a lavorare saltuariamente nelle cave, a respirare polvere di marmo e amarezza. Continuava a uscire con Michela, ad amarla nei prati lungo il fiume. Facevano progetti: sposarsi un giorno di giugno con il canto dei grilli in una chiesa di campagna, il grano maturo nei campi, le rondini e i papaveri rossi mossi dal vento. Michela andò a comprare l'abito da sposa, bianco con tante rose ricamate.

A ottobre, in lacrime, la ragazza lo aspettava all'uscita della cava, tra i singhiozzi riuscì a dirgli "Sono incinta". Luca rimase tutta la notte a pensare al futuro, a pensare al suo futuro con Michela. Si spaventò e lo spavento gli diede il coraggio che in estate non aveva trovato. La mattina si fece liquidare e con la sua borsa di viltà scappò lontano, lasciò il paese che non gli piaceva, il lavoro che non apprezzava e la ragazza che credeva di amare.

Michela si trasferì con la madre in un paese un poco più lontano, sul lago: era triste e piangeva spesso, riteneva la sua esistenza un unico sbaglio mentre nel suo grembo fioriva una vita. Il bambino nacque a maggio e lei doveva impiegare tutto il suo tempo ad accudirlo. Le mancavano le feste, le nottate in discoteca, le mancavano i cinema, le domeniche lungo il fiume concluse con un gelato o una pizza. La giovinezza, con tutta la sua esuberanza, le era di peso.

Luca aveva trovato un lavoro che amava, lontano. Era un lavoro duro ma ne era appagato. Un giorno capitò un uomo che veniva dal paese: da lui seppe che Michela aveva avuto un figlio. Suo figlio. Il cielo sopra le ciminiere era grigio come metallo, sporco quanto il fumo che usciva dalla fabbrica. Il sole era una sfera rovente e lontana, una bianca particola. Luca lo guardò a lungo e giurò che non sarebbe tornato.

Un mattino di luglio Michela lesse sul giornale che una donna aveva immerso nel fiume il bambino che non desiderava, adagiato in una cesta di vimini, proprio come Mosè. Il piccolo era stato trovato da un pescatore e portato all'ospedale, dove le infermiere facevano a gara a coccolarlo. Quel giorno guardò suo figlio nella culla, rimase a lungo in ginocchio a osservarlo. Le ginocchia le facevano male sul duro pavimento, ma rimase lì a guardare il suo bambino e a pregare.

Finalmente lo prese in braccio e si incamminò con lui alla stazione, prese il treno e tornò al paese dove era cresciuta. Scese al fiume, proprio dove poco più di un anno prima Luca le aveva detto che sarebbe partito. Posò il bambino sulla sponda. La foschia penetrava nell'acqua, il sole dardeggiava...
Michela si sfilò dal dito l'anello di fidanzamento, tolse dal sacchetto di carta l'abito da sposa e li buttò nell'acqua verde. Guardò il fiume correre via, verso il mare. Prese il suo bambino e ritornò a casa, lo mise nella culla. La ragazza sorrideva, finalmente sorrideva.


NOTA: questo raccontino fa parte di una serie particolare: è in effetti la trasposizione del testo di una canzone. Gli appassionati di Bruce Springsteen avranno riconosciuto “Spare parts”, dall’album “Tunnel of love” del 1987.


Tina Spratt, “River of dreams”