sabato 30 gennaio 2010

Signora

 
Con il cappotto nero da signora e i collant scuri che velano le belle gambe affusolate, Alessandra è in ritardo per il regionale delle otto e diciotto per Milano. Non corre – una signora non corre mai – ma affretta il passo sul lungo viale che porta alla stazione. Il semaforo è rosso già da un pezzo, le sbarre del passaggio a livello sono abbassate. Ne aveva sentito lo scampanellare quando stava chiudendo la portiera dell’auto.

Ha accompagnato i figli a scuola: il maggiore alle elementari, il piccolo all’asilo. Quando è arrivata alla stazione, naturalmente non è riuscita a trovare parcheggio. Sempre così. I posti migliori se li accaparrano quelli che prendono i primi treni del mattino. Ѐ riuscita a lasciare la Ford Mondeo a un chilometro dalla stazione, nello spiazzo davanti a un gruppo di villette: c’era il cartello “Riservato ai condomini”, ma in quel momento la sua priorità era riuscire a salire su quel maledetto regionale delle otto e diciotto. E mancavano solo cinque minuti...

Tornavo dall’edicola con i miei giornali quando l’ho incrociata. Ciao. Ciao. I suoi capelli nel passo affrettato erano diventati una medusa rossa che si agitava al vento freddo d’inverno, i tacchi a stiletto delle sue scarpe producevano un ritmico suono sull’asfalto consunto del marciapiedi, il treno si annunciava in arrivo con un fischio prolungato.

Mi sono voltato per vedere se Alessandra sarebbe riuscita a salire sul treno per Milano. Nel ricordo era ancora la ragazza con i blue-jeans slavati e le scarpe da tennis, con la maglietta estiva a maniche corte e la chitarra classica, si cantava tutti insieme attorno al fuoco o in un pomeriggio lungo di domenica. Si parlava di cinema e di letteratura su un vecchio treno dalle panche di legno. Si scherzava certe sere in pizzeria, con la luna intinta nei bicchieri di birra. Ma si sa che il ricordo è una lente deformante: ingigantisce a dismisura i dettagli della nostalgia, alimenta leggende e speranze, fa di illusioni sogni e di sogni realtà...

Alessandra è salita sul regionale delle otto e diciotto appena in tempo, subito dopo si sono chiuse le porte automatiche. Non aveva a tracolla la chitarra, ma una borsa da manager.

 

 Coat

DIPINTO DI ANDRE COHN

sabato 23 gennaio 2010

Ringhiera sul mare


Il tuo sguardo all'improvviso si accese di una venatura maliziosa, un sottile lampo come talora ne capitano nelle sere estive di grande calura. Un luccichio lontano, un effimero scintillio come quello di una randa che si abbassi all'orizzonte nell'ultimo tramonto.

Con la mano indicasti un punto nel vago: poteva essere la punta dove andavano accendendosi le luci e il mare si oscurava cadendo in un grigio senza fondo o il pontile dove i ragazzi si attardavano a pescare i granchi con le corde e le mollette da bucato. O ancora un largo tratto della spiaggia dove gli ombrelloni incappucciati montavano la guardia ai rari bagnanti rimasti sul bagnasciuga.

Il gesto che facesti era al contempo nobile e lezioso, antico movimento di principessa, di dama di corte che lascia cadere il fazzoletto in attesa che un paggio lo raccolga con celerità. Guardai dove guardavi tu, il vasto angolo indicato dalla mano: sembrava che restasse la fosforescenza di quella movenza del braccio.

Non vidi nulla: gabbiani che planavano, pescherecci lontani immersi nell'ultima luce, casoni dai tetti di paglia, onde che portavano alla deriva oscuri intrecci di alghe, gli alti palazzi della costa dove migliaia di persone si facevano la doccia e si cospargevano di creme doposole al termine di una giornata passata in spiaggia.

Il vento che soffiava dal mare ti incollava il vestito a fiorellini di disegno provenzale sul seno e sulle gambe, ti disegnava l'incavo del ventre, ti scompigliava i capelli e mi sferzava il viso con le loro ciocche. La ringhiera verde scottava ancora per il calore raccolto durante il giorno, ma sembrava che anche dal tuo corpo emanasse quel calore, una febbre delirante e improvvisa.

“Non c'è più” dicesti e io restavo lì sbigottito indagando ancora su cosa mai avesse voluto manifestarsi ai tuoi occhi e non ai miei. Il vento continuava a soffiare, scuoteva le chiome degli oleandri come se volesse strapparli dalla terra, alzava la sabbia livellando i milioni di impronte che segnavano la spiaggia: l'indomani, i primi visitatori del mattino avrebbero trovato una lavagna liscia e fredda e avrebbero cominciato a raccogliere le conchiglie portate a riva dalla notte.


Brett Lynch, “Ocean breeze”

sabato 16 gennaio 2010

Metropolitana


Sotterranea. Metropolitana, un pomeriggio sul tardi sulla linea verde, ma potrebbe essere qualsiasi ora: qui dentro il tempo non esiste se non nei grandi orologi al quarzo che ne scandiscono lo scorrere. Una fermata qualunque, si somigliano un po’ tutte: la grande fascia verde con il nome della stazione scritto in bianco, i cartelloni pubblicitari che inghiottono lo spazio dei muri. Luci notturne. Fredda musica di sassofono nell’aria come colonna sonora di un film.

Cammino sulla gomma nera, lentamente. Mi sento come se fossi sdoppiato, come se recitassi la mia parte in questo mondo che vive una sua esistenza indifferente nelle viscere oscure della città. Sopra pulsa il cuore di Milano, i tram e gli autobus avanzano lentamente nel traffico, pachidermi in un percorso obbligato di automobili, taxi e furgoni dell’ATM. I turisti si affollano in Piazza del Duomo, seguono le guide con l’ombrellino negli androni del Castello, tra i negozi della Galleria. Ma qui sotto nulla esiste, né il giorno né la notte, né dentro né fuori… Su una panchina una ragazza legge una rivista di moda. Bambini circondano il distributore rosso e bianco della Coca-Cola, giovani madri li assecondano discorrendo.

La musica. È la musica che dà la sensazione di essere in un film, quel jazz che fa di Milano Los Angeles e della mia vita un film, quel sassofono ossessivo che crea una magia. Quando arriva la metropolitana il sogno cessa: svanisce la musica, io torno io e il film non è mai stato.


sabato 9 gennaio 2010

La pallottola


Honey Grove, Texas, 10 giugno 1893


Il vento caldo che soffiava dal deserto spingeva nugoli di polvere nell’arida prateria, gli sterpi rotolavano in grandi masse simili a rotoli di filo spinato. Jonathan McAuliffe, seduto sulla vecchia poltrona a dondolo, le gambe distese in tutta la loro lunghezza, si guardava gli speroni a forma di stella senza vederli: i suoi pensieri vagavano altrove, sperduti come le nuvole bianche che si andavano radunando sui saguari e sulle loro lunghe ombre. Jonathan aveva appena abbandonato Abigail, la donna che era stata la sua fidanzata per cinque lunghi anni. L’aveva lasciata così, senza dire troppo, e lei se l’era presa davvero tanto: gli aveva tirato anche un vaso di gerani.

Un rumore improvviso lo destò dalle sue meditazioni: si voltò e vide un uomo ormai vicino, a pochi passi dalla sua veranda, Timothy Gibbs, il fratello minore di Abigail. Era, come sempre, fuori di testa, e come sempre aveva la sua amata pistola. Solo che questa volta la puntava dritta al cuore di Jonathan. “Che c’è, Tim?” gli disse, un po’ per prendere tempo, un po’ per vedere di farlo ragionare. Per tutta risposta il ragazzo gli urlò: “Maledetto bastardo” e sparò un colpo. Lui fu svelto a gettarsi di lato, la pallottola lo colpì di striscio alla fronte provocando una bruciatura e un rivolo di sangue rosso. Quando si rialzò, Tim non c’era più. Guardò il tronco del noce di pecan: la pallottola era lì dentro…

Qualche giorno dopo gli dissero che Timothy Gibbs si era sparato al cuore. Evidentemente il fratello di Abigail pensava di aver compiuto la sua vendetta.

Honey Grove, Texas, 12 settembre 1913

Jonathan McAuliffe era ancora una volta seduto in veranda, sulla sua poltrona a dondolo. Come sempre più spesso capitava, stava osservando il noce di pecan: quella pallottola che tanti anni prima lo aveva solo sfiorato risparmiandolo, era ormai divenuta un’ossessione. Abigail si era trasferita dopo il suicidio del fratello e di lei non aveva saputo più niente. Ogni volta che passava davanti alla sua casa diroccata lo prendeva come un granchio: non sapeva dire se fosse rimorso, certo era la consapevolezza di avere rovinato tre vite. E quella pallottola nel noce lo torturava: neppure a casa sua poteva trovare tranquillità. Si decise: prese un candelotto di dinamite che aveva sottratto alla cava e lo mise in una cavità del vecchio noce. Strano, aveva pensato più volte: una pallottola in corpo e continua a vivere e a fruttificare come niente fosse, un uomo invece…

Accese la miccia e si allontanò una decina di metri, dall’altra parte del candelotto. Guardava il fuoco consumarla e pregustava il botto che avrebbe sventrato l’albero. Pensava che da quel giorno la sua vita sarebbe finalmente cambiata. L’esplosione dilaniò il tronco. La pallottola tornò alla luce dopo vent’anni, e fece il suo dovere: colpì Jonathan McAuliffe alla testa, uccidendolo sul colpo.

9mmLugerBullet

sabato 2 gennaio 2010

Il treno dal nome gentile


Il treno che mi conduce lontano ha nome gentile e sedili comodi, il vagone è arredato nei toni del verde e del blu. Sono seduto comodo al caldo e guardo scorrere il panorama dietro il finestrino: le valli, i fiumi, i paesi e le stazioni che si avvicendano hanno come un’impronta di te quasi che il tuo volto sia stato inciso sul vetro.

È da quel pomeriggio di tempesta, quando l’acqua salata sferzava il mio viso e le lacrime si confondevano con gli spruzzi delle ondate, che la tua immagine mi si è impressa sulla retina, tatuaggio indelebile. Sembra strano che in certe situazioni l’amore possa nascere, che possa sbocciare come un fiore nell’arido cemento.

Quanto vorrei riconoscere adesso la tua andatura lungo il corridoio, avvolta in un morbido cappotto scuro, o fuori, in qualche piccola stazione dal nome sconosciuto con stenti fiori nelle aiuole invernali coperte dalla neve: tirerei l’allarme, scenderei al volo.

Ma il treno dal nome gentile corre nel vuoto dell’ultimo pomeriggio, corre nella nebbia che annienta ogni cosa e tu sei un’ombra stampata dentro gli occhi che stancamente si chiudono al buio.

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Edward Hopper, “Compartiment C, voiture 193”