sabato 11 dicembre 2010

Racconto di Natale

 

L’era quasi Natàl. Giuàn l’era tött intrösc in di sò pensér... questo racconto andrebbe narrato così, ma sono ben consapevole che pochi sarebbero in grado di leggerlo. Mi sforzerò quindi di rendere in italiano corrente la vicenda che si sviluppa in un tranquillo angolo di Lombardia, disteso tra collinette e pianure che coprono le province di Lecco, Como, Monza-Brianza e Milano, non lontano dal confine antico tra il Ducato e la Serenissima, segnato dal corso dell’Adda e noto alla letteratura per la fuga di Renzo verso Milano nei Promessi Sposi. Oltre quel confine c’è la provincia di Bergamo con le sue cave e il suo cementificio, con i carrelli che viaggiano in teleferica trasportando i loro carichi.

Era quasi Natale. Giovanni era tutto intento ai suoi pensieri. La neve che scendeva lenta lo aiutava a perdersi nei meandri della mente con il potere ipnotico dei fiocchi che si depositavano larghi come piccole piume. Gli ci volle più di un momento per capire che qualcuno gli stava rivolgendo la parola. Era Vincenzo il “Tedesco”, bardato con la sciarpa di lana scozzese, una enorme giacca a vento nera e il cappellino di lana con lo stemma della Juventus. Non che fosse davvero tedesco, anzi: il nome stesso tradiva le sue origini meridionali. No, aveva lavorato in Germania in tempi lontani, non si è mai capito quando, prima di trovare la sua collocazione sulle rive dell’Adda. Dell’antico idioma che aveva appreso ai tempi dell’infanzia e della gioventù gli rimanevano solo ombre, accenti chiusi in certe parole e stranamente aperti in altre. Ma talvolta si avventurava nei territori ostici del dialetto brianzolo senza peraltro troppo sfigurarvi.

E ora stava parlando di qualcosa che sarebbe accaduto presto. Giovanni non aveva colto le prime frasi, era come uno che si svegli e ci metta un poco a connettere, magari muove un po’ le braccia e le gambe, si stira per ridare tonicità ai muscoli. “Domani vincerò al Superenalotto”. Quello era il succo del lungo discorso di Vincenzo, parlato anche con i gesti: con le mani e le parole gli stava dicendo di essere andato a giocare la mattina presto alla ricevitoria del bar della stazione – aveva bevuto il cappuccino, mangiato la brioche, letto Tuttosport con il resoconto della vittoriosa partita della Juve a Catania e giocato; il “Tedesco” quando doveva raccontare qualcosa partiva sempre da Adamo ed Eva.

Giovanni tolse una mano di tasca, la passò sul mento: un vezzo che aveva talvolta quando doveva porre una domanda. Vincenzo, che lo conosceva bene, si apprestò ad ascoltare: in quell’atteggiamento sembrava un bambino che aspetti che arrivi la mattina di Natale. “Hai giocato al Superenalotto, va bene” disse Giovanni, “ ma che cosa ti fa pensare che sarai proprio tu a vincere, considerato anche che giocheranno in tanti perché il montepremi è alto, cos’è? 102 milioni?” “104 milioni, 127 mila e 258 euro” contabilizzò subito l’amico. “Ecco: 104 milioni e rotti, e sarai tu a vincerli? Proprio tu? Ma mi sai dire perché ne sei convinto?” Erano fermi sotto la tettoia del distributore. Vincenzo si guardò in giro, roteò l’ombrello chiuso e a bassa voce, tanto che Giovanni stentò a capire, disse: “Me l’ha detto un angelo...” “Cusè?” rispose stupito Giovanni, “cosa?” e Vincenzo lo azzittì, quasi gli metteva anche una mano sulla bocca. “Un angelo, vieni che te lo faccio vedere se è ancora là”.

Si incamminarono sotto la neve, che cadeva ancora più fitta. Sulle strade ce n’erano almeno dieci centimetri, ma rimaneva compatta, scrocchiava sotto le suole. Vincenzo condusse l’amico sul lato destro della chiesa parrocchiale. Lì, in una rientranza nel muro c’era una grotta con il presepio. Un bambino biondo infreddolito avvolto in una giacca a vento chiara che mostrava vaste tracce di sporco era lì seduto tra il bue e l’asinello, sul fondo. “Ossignùr, Tudèsch, ma t’é mea ciamàa i Carabinier?” sbottò Giovanni. “I Carabinieri? E perché? Non vedi che è un angelo? Ha anche le ali...” Come se fosse stato appositamente istruito, proprio in quel momento il bambino, che avrà avuto un cinque-sei anni, si voltò e dalla giacca a vento spuntarono due larghi tratti dell’imbottitura di piuma. “Vincenzo, ma l’è la piüma”. Giovanni spostò San Giuseppe chiedendogli mentalmente scusa per quel gesto barbaro, si inchinò davanti alla Madonna e si avvicinò al bambino, inginocchiandosi. “Ti sei perso? Dove sono il tuo papà e la tua mamma?” “Qui” rispose il bambino, indicando le due statue dei santi. Giovanni capì invece “qui, qui fuori” e così “Sei del paese?” gli domandò ancora. “No, io abito qui dentro”. E così dicendo, saltò nella mangiatoia, lasciata vuota fino alla sera della Vigilia, quando il parroco veniva a collocare la statua di Gesù Bambino e a benedire il presepio. Fu quando il bambino si sdraiò comodo nella mangiatoia che cominciò una musica bellissima e un coro iniziò a cantare. “Però, don Cesare quest’anno ha messo su un bel programma” pensò Giovanni, “fanno le prove del coro anche il venerdì mattina...” In quel momento comprese che non poteva essere il coro, dato che tutti probabilmente erano a scuola o al lavoro. Vincenzo era in ginocchio e guardava estasiato sopra la grotta. Guardò anche lui: una dozzina di angeli intonava “Gloria nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. La neve cadeva sempre più fitta, la grotta ora era illuminata, anzi la luce veniva dal bambino benedicente nella mangiatoia. “Ma, quella giacca tutta sporca e sbrindellata?” osò chiedergli Giovanni. “I peccati del mondo lasciano tracce” gli disse Gesù Bambino.

Ormai la neve era diventata una tormenta, il vento soffiava forte, il freddo era molto intenso. Giovanni sollevò Vincenzo e lo condusse all’interno della chiesa, attraverso la porticina laterale. Don Cesare stava pregando seduto su una panca. Vide entrare i due uomini coperti di neve. “Cos’è successo?” chiese allarmato. I due non riuscirono a parlare, ma indicarono la porta al prete, lo accompagnarono davanti alla grotta. Ora la neve cadeva meno fitta, ad aghi. Al centro della grotta, nella mangiatoia, c’era il Gesù Bambino di gesso, quello che metteva sempre il parroco. “Ma guarda” disse don Cesare, “è tornato. Ma non la riconoscete? È la statua del Bambino Gesù che ci avevano rubato l’anno scorso. Chissà chi l’avrà riportato... La provvidenza divina...” Così dicendo sollevò la statua, la ripulì dalla neve con la sciarpa di lana nera e rientrò in chiesa... “Questa la mettiamo la sera della Vigilia!” quasi gridò chiudendo la porticina. Giovanni e Vincenzo rimasero come due allocchi. Guardarono ancora una volta la grotta, fredda e buia tanto quanto era stata calda e luminosa pochi minuti prima. Il silenzio sembrava più forte adesso che il coro aveva smesso di cantare, la neve ovattava tutti quanti i rumori. Entrarono al Bar Centrale e ordinarono due calici di bianco spruzzato con il Campari.

Il giorno dopo, secondo la profezia dell’angelo, Vincenzo il “Tedesco” vinse al Superenalotto: 204 euro e 42 centesimi premiarono il suo quattro. Ci comprò una stufetta a barre di incandescenza e la notte di Natale, senza farsi vedere da nessuno, la pose nella grotta, vicino a Gesù Bambino, perché non patisse il freddo.

 

st_agnes_presepio_sm

3 commenti:

concetta t. ha detto...

una dolcezza!!!!

DR ha detto...

meglio del torrone...

Asia ha detto...

E' un dolce evocare...Grazie. asia