venerdì 24 dicembre 2010

Notte di Natale nella steppa russa

 

Il 24 dicembre 1942 la Divisione Julia era nei pressi del Don, nelle tane scavate sulla linea del fronte tra Krinitscnaja e Ivanovka. Il comando era stabilito a Nova Troitzkoije, i tedeschi del 24° Corpo corazzato, da cui ora la divisione dipendeva, erano invece alloggiati belli comodi in un kolchoz, lo Stalina. La Julia teneva duro, cercando di tappare la falla provocata dallo sfondamento sovietico iniziato con i combattimenti del 16 dicembre. Le perdite cominciavano a essere tante, il freddo era sempre più intenso.

La notte di Natale l’alpino Giobatta Francescon era di guardia appena fuori dai rifugi da talpe ricoperti da assi di legno di betulla. Il gelo era infernale, gli scolpiva candele di ghiaccio sulla barba, sul viso, gli pendevano strane decorazioni ghiacciate dal cappello, dal lungo pastrano bordato di pelliccia. E quel freddo gli penetrava nelle ossa, gli rendeva insensibili i piedi calzati da quelle strane scarpe inviate dal Comando: pezzi di legno ai quali erano cuciti degli stivaletti di tela. almeno avesse avuto uno di quei valenki di feltro che indossavano i russi!

Sparavano lontano, chissà dove lungo il Don, sulla linea del fronte, magari dove c’erano la Cuneense o la Tridentina. Quei dannati tedeschi erano più giù: si scansavano sempre, lasciavano fare tutto il lavoro agli altri, ma quando c’era da usufruire delle comodità erano in prima fila, come quando fecero buona parte del trasferimento in treno lasciando gli italiani a marciare sotto il sole della steppa. Quanta polvere! Ma almeno faceva caldo allora. Giobatta scuote i piedi, cerca di riattivare un po’ la circolazione al ricordo di quel luglio tra i campi di girasole.

All’improvviso un frullo d’ali. Pernici. No, fagiani. Ma no, a quest’ora di notte… Guarda verso il fiume, verso i nemici: ma il movimento è più vicino, appena oltre i reticolati. C’è una luce, sta per dare l’allarme, poi si ferma di colpo: dal chiarore compare un angelo bellissimo, vestito di azzurro, con i boccoli biondi e la fascia con scritto Gloria, come nelle incisioni che aveva visto sulla Bibbia di sua madre. L’angelo gli fa segno di seguirlo. Giobatta per prudenza non abbandona il fucile, si stringe ancora di più nella pelliccia del bavero e avanza con un residuo di diffidenza verso l’angelo. Ma ogni sua resistenza è vinta quando vede la fonte della luce: è la sua baita sulle montagne del Friuli, coperta di neve. Nella stanza brilla la fiamma allegra e calda del camino; si avvicina alla finestra e guarda: dentro c’è sua moglie con lo scialle e i bei capelli ramati mandano riflessi al bagliore del fuoco. Stringe al seno il bimbo piccolo, quello nato a maggio, che lui ha fatto in tempo solo a salutare prima di partire per la Russia. Che serenità immensa regna in quella casa, e lui qui nel gelo della steppa. Ma com’è possibile che riesce a trovarsi in due posti contemporaneamente?

Non fa in tempo a rimuginare questo pensiero che un colpo di katiuscia squarcia l’aria con un fragore lacerante e colpisce proprio il punto in cui si trovava per la guardia pochi minuti prima. Salta in aria un pezzo del reticolato, si leva una nuvola di ghiaccio e neve, volano qua e là brandelli di legno. Giobatta resta con lo sguardo fisso su quel vuoto, su quei pezzi anneriti, sul filo spinato contorto che adesso gli fa pensare alla corona di spine di Gesù... Torna a voltarsi verso l’angelo, verso la sua casa: c’è solo il buio, soltanto l’uniforme grigiore della steppa. Dall’altra parte del fiume cantano, le voci giungono sull’onda del vento gelido che si attacca alla pelle e fa bruciare gli occhi.

«Francescon!» gridano «Francescon, indove te se finio». Come svegliandosi da un sogno, Giobatta si riscuote, barcolla nella neve ghiacciata, si avvicina alle tane scavate nel terreno. «Sono qui» risponde «che bòta!» ma ancora pensa all’angelo, pensa al miraggio della sua casa, di sua moglie, di suo figlio, che gli ha salvato la vita. «Un miracolo» ripete «un miracolo» e intanto beve il gavettino di brodaglia che chiamano caffè ma che per metà è grappa trovata chissà come. Il tenente gli dà una pacca sulla spalla, sorride e dice «Buon Natale, vecio».

 

2 commenti:

Adriano Maini ha detto...

Il fronte del Don! La sacca del Don! Quanti tragici ricordi in tante famiglie italiane!

DR ha detto...

Sì, e tra poco è l'anniversario di Nikolajewka, il 26 gennaio. È una pagina di storia alla quale sono molto interessato (dal 1941 al 1943, e la prigionia fino al 1954 nei lager sovietici di un gruppo di italiani)