sabato 27 novembre 2010

La macchina

 

Il cielo era una macchia viola, la sua lucentezza era incredibilmente nitida, si perdeva verso le colline, diffondendosi là sopra in enormi variegati tentacoli di meduse, in falpalà di bizzarri vestiti, in veli screziati ricoperti di pietre preziose che riflettevano la luce. E le colline erano ammassi neri, enormi mastodonti spiaggiati, giganteschi capodogli arenati nella campagna: qua e là serpeggiavano strade bianche che avresti detto essere stati disegnati con dei fili elettrici o dei grossi spaghi candidi. La campagna poi era un susseguirsi di appezzamenti che facevano pensare a un dipinto di Mondrian, rari contadini e macchinari si distinguevano in mezzo a un folto gruppo di spaventapasseri dalla stramba postura, addobbati con enormi cappelli e grandi sciarpe svolazzanti. Sopra di essi volavano grandi corvi di latta, sbattendo le ali con un cigolio di banderuola.

Il professor Tobia Buzzetti mi guardava ammirato: non riusciva a nascondere una punta di autocompiacimento, riuscivo a leggergli l’orgoglio e la fierezza negli occhi lucidi, nel sorrisetto che non riusciva a reprimere. Quando finalmente parlò, destandomi dalla visione, capii: “Quello che vedi non è. Questa stanza è solo l’estrema propaggine di un’enorme macchina che genera sogni e illusioni. Non fa altro che attingere al nostro subconscio e mescolare tutto quanto, ricreando universi che sono formati dai sogni, dai ricordi e dalle fantasie di chi si trova a transitare in questo luogo. I corvi di latta, per esempio, sono un mio ricordo d’infanzia: ne avevo visto uno muoversi a molla in una vetrina di Ortisei quando avrò avuto sei o sette anni. So di preciso che era una sera d’autunno con il cielo dai colori stranissimi”. I tentacoli di medusa dunque erano i miei, rimasti impigliati in qualche lato dei miei neuroni, attorcigliati nelle sinapsi. La grande medusa sulla spiaggia di Gabicce, un grande lampadario lattiginoso dal quale uscivano quei coloratissimi nastri. Mi sarebbe piaciuto incontrare il tecnico o l’operaio che aveva portato Mondrian in quell’insieme: ci avrei parlato volentieri di arte bevendo qualcosa alla caffetteria.

“Non è tutto” mi disse il professor Buzzetti: in effetti stiamo testando anche delle varianti”. Premette un pulsante sul telecomando che teneva in mano. “Ecco, adesso ti nascondo un pezzo. Un pezzo del tuo subconscio, intendo”. Guardai, ma nulla mi parve variato in quella scena. Però ebbi l’impressione che qualcuno mi nascondesse un pezzo, come se mancasse la tessera di un puzzle e proprio quella tessera sarebbe stata necessaria per rivelarne l’intero segreto. O meglio, sentivo che la tessera c’era, ma era celata ai miei occhi. Cioè, era venuto a mancare proprio l’unico frammento che dava il senso a tutto il resto. La visione per il resto era inalterata: il cielo viola, le meduse, i campi di Mondrian, gli spaventapasseri, le colline, i corvi... L’universo però risultava alterato: guardando meglio, i contadini indossavano grandi maschere bianche da bautte, le stradine erano divenute profonde incisioni nella pelle dei capodogli, il cielo aveva assunto una tinta più sanguinolenta. Come se l’asse su cui tutto quell’universo virtuale o fittizio girava si fosse inclinato di qualche grado, o se la rotazione avesse impercettibilmente rallentato o accelerato, in modo comunque da modificare seppure leggermente i particolari. Poi capii: “Ti nascondo un pezzo” quello indicava, non solo il mio subconscio, ma quello di tutti quanti concorrevano a formare quella visione. Il pezzo nascosto, la chiave di volta, toglieva quella pace che avevo avvertito di fronte al paesaggio fantastico, vi aggiungeva una sottile patina di inquietudine, non fosse altro che per quel segreto non rivelato, quell’elemento taciuto capace di cambiare le cose.

“Il ricordo che elabori, in questo caso non è” mi spiegò Tobia Buzzetti, “ovvero viene modificato e assume una diversa valenza, perde la caratteristica che te lo faceva ricordare così, con quell’intensa emozione, con quella appassionata dolcezza. Guarda i corvi, adesso...” Guardai. I corvi meccanici dell’infanzia di Tobia Buzzetti ora avevano uno sportellino sul ventre: di tanto in tanto lo aprivano disseminando piccole bombe che cadevano con contenuto fragore sugli spaventapasseri generando un ironico contrappasso. E la mia medusa? Guardai meglio: il cielo era diventato rosso perché i tentacoli avevano grosse spine lunghe e resistenti, come quelle delle acacie, e con quelle straziavano il cielo agitandosi come scudisci.

“La macchina è in grado di calcolare praticamente in diretta i nostri pensieri, di elaborare i ricordi e disporli all’interno dello scenario: li cambia e li risistema in base ai miliardi di combinazioni a cui accede” mi disse il professore. “Regolamentate anche il caos” commentai, e vidi disegnarsi ancora sul suo volto quel sorriso compiaciuto che non riusciva proprio a nascondere. Premette ancora un tasto sul telecomando: davanti a me ora si spalancava un immenso labirinto. “Proviamo un’altra funzione”, mi disse, “Il filo per uscire è in te...” Quando mi ritrovai nel buio, cominciai a maledire Tobia Buzzetti, poi gli occhi si abituarono a poco a poco: capii cosa intendeva il professore con quelle parole “Il filo per uscire è in te...” quando vidi Marta sorridermi nello splendore dei suoi sedici anni. Tobia mi aveva regalato un emozionante viaggio nei territori della mia gioventù: per uscire, semplicemente, dovevo riconoscere i miei errori e non commetterli di nuovo.

 

IMMAGINE © GNOMES LIAR

Nessun commento: