sabato 13 novembre 2010

Al binario 14

 

Hanno annunciato il ritardo del treno, la voce metallica uscita dalle conchiglie degli altoparlanti ha sancito che “il Regionale 7027 delle ore 16 e 40 per Lecco, Sondrio e Tirano partirà con quaranta minuta circa di ritardo”. E questo contrattempo sparge altro sale sulle nostre ferite, ci congela in questo nuovo tempo che dovremo passare insieme. Ci siamo incontrati per caso entrando dalle vetrate della stazione di Porta Garibaldi, dove si riflettono i grattacieli del centro direzionale: io quei riflessi guardavo, lei portava a spasso la sua solita distrazione, per poco non ci siamo scontrati. “Ciao, Chiara”, “Ciao, Andrea”. Un po’ freddi, e non perché sia novembre e un vento gelido e tagliente sceso dalle Alpi ha invaso la città. Freddi per un indecifrato e non risolto problema tra noi, per un malessere che ha avvelenato il nostro rapporto, che ha inquinato l’amore e lo ha sospeso. Una settimana già che non ci vedevamo e non ci telefonavamo. Neanche un SMS.

Sediamo sul basso bordo dell’aiuola, nella penombra. Sul tabellone i caratteri luminosi ogni tanto danzano e si cancellano: un treno parte, un altro arriva, un altro ancora accumula ritardo. Ma non riusciamo ad estirpare questo nero che ci divora, a buttare sul tavolo la questione. Non sappiamo se potremo rianimare questo amore, se dovremo sopprimerlo. Non sappiamo neppure se la nostra amicizia potrà sopravvivere, in tal caso. Restiamo inerti in questo languore, nell’indolente noia dei minuti che scorrono. Ne mancano almeno trenta alla partenza del treno, non l’hanno neppure ancora portato al binario. Fa freddo adesso, il gelo che ci portiamo dietro si è alleato con quello dell’atmosfera. Ha cominciato a piovere, il vento taglia come una lama. “Andiamo a prendere un caffè al bar?” Annuisce, la aiuto ad alzarsi.

Il bar è caldo, c’è odore di panini alla piastra. Ci facciamo preparare due caffè e li portiamo a un tavolino. Fuori i viaggiatori arrivano alla stazione o la lasciano per imboccare la linea verde della metropolitana o i corridoi che portano in Corso Como, i taxi bianchi partono in continuazione. Anche la luce è fredda, i neon danno un aspetto asettico a questo locale. Ma il discorso non decolla. Chiara continua a guardarmi di sfuggita, cerca qualcosa nella borsa. Fruga e ne tira fuori la trousse del trucco, si ritocca gli occhi, le labbra. Mi sento afflosciato, come un burattino dopo lo spettacolo. Vorrei gridare: “Allora, questo amore è finito? Dimmelo!”. Qui, in mezzo alla gente, le cameriere con il cappellino, i professionisti con le ventiquattro ore, gli studenti con gli zainetti, i senegalesi seduti in un angolo. Non è nel mio stile. Non voglio umiliare né me né lei. Annunciano che il treno è in arrivo al binario 14. “Andiamo” le dico e le mie parole escono sfiduciate, vuote appunto. Scende già il buio, me ne rendo conto quando sbuchiamo dalla scalinata del sottopassaggio. Spiccano le oasi dei “Self bar” pieni di bibite e di merendine.

Il regionale sta arrivando: i suoi occhi bianchi sbucano dalla pioggia, diventano via via più grandi. Quando si ferma, lasciamo sfogare la folla poi saliamo anche noi, troviamo un posto nella vettura di testa. Non è più il momento, non è il posto. Prendo dalla mia cartella il giornale, Chiara si mette le cuffiette bianche dell’iPod nelle orecchie. Il treno parte, emette un fischio prima di infilare la lunga galleria. Tra di noi solo silenzio, un acuto, appuntito silenzio che ci strazia il cuore come un punteruolo da ghiaccio.

 

Kubrick

FOTOGRAFIA © STANLEY KUBRICK

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