sabato 16 ottobre 2010

Rimpatriata

 

Eccoci qui, attorno a un tavolo nel giardino di un ristorante chiuso per il turno settimanale, davanti le tazzine di caffè, le bustine di zucchero, le bottiglie di acqua minerale, i bicchieri con un dito di whisky, i posacenere che chi fuma ha riempito di mozziconi. Tanti anni dopo. Troppi anni dopo. Seduti a rivangare il passato, a ricostruire pezzi di vite e giorni e anni, a ricordare chi non è venuto a questa rimpatriata, a guardare quei volti così mutati dall’ultima volta che ci siamo visti, quei corpi ingrassati, quei capelli ingrigiti o diradati.

Gianni sta raccontando di quando è stato in Thailandia, ci sta illustrando le meraviglie di un night club di Pukhet. Lo ascoltiamo come lo ascoltavamo allora, quando in mensa parlavamo del mondo fuori, di ciò che non era il Collegio, la scuola.

Al Collegio siamo stati stamattina, abbiamo pranzato là in quel medesimo refettorio, così cambiato da allora: rimpicciolito, le pareti dipinte d’arancione, i tavoli moderni, le sedie di plastica colorata. A quei tempi c’erano sedie di legno e tavoli rivestiti di fòrmica, i muri erano chiari, di un tenue giallo. La ricordiamo bene quella tinta: quando ci punivano per qualche motivo, anche solo per aver rovesciato sulla tovaglia il bicchiere dell’acqua, restavamo là per lunghi minuti in piedi a rimirare il muro. “Roba da Telefono Azzurro” ha detto Gianluca, “adesso li denunceremmo tutti”. Gianluca, “Vampiro” per i suoi denti aguzzi, ora è rianimatore in ospedale e ha l’Africa nel cuore, i bambini che va a curare gratis due mesi all’anno in Burundi. Quando siamo stati al bar per un aperitivo, ci ha raccontato della miseria infinita che c’è laggiù, ci ha commosso quando ci ha parlato di un bambino bellissimo che non è riuscito a salvare perché è finita la bombola dell’ossigeno e l’ambulatorio locale non poteva permettersene altre. Adesso non c’è, Gianluca: è tornato a Milano, questa notte è di guardia. Ma c’era quando abbiamo ripercorso i corridoi del Collegio, soffermandoci a osservare nelle aule, a rimirare il mosaico che raffigura uno scolaro correre nell’arcobaleno. Che controsenso: correre nei corridoi era considerata una grande mancanza, così come gli schiamazzi. E invece un paio di ore fa ridevamo e correvamo, adulti in quei corridoi che un tempo ci erano sembrati così grandi, ci fermavamo a osservare le foto di classe, a riconoscerci in quei ragazzi così cambiati, a riconoscere quanti non sono qui oggi e a biasimare qualcuno che non si è neppure degnato di rispondere all’invito. È Patrizio, “Gatto”, soprattutto a essere contrariato: lui ha organizzato tutto quanto; lui è la memoria storica della nostra classe: a ogni volto di quelle fotografie sa dare un nome, sa dire dove abitava e raccontare qualche aneddoto dei tempi del Collegio. Quando mi ha chiamato per trovare i nuovi indirizzi, mi sono attivato subito per aiutarlo.

E ora siamo qui, al ristorante di Marco, che non ha potuto venire a pranzo perché a mezzogiorno doveva lavorare. Infatti gli ultimi clienti se ne stavano andando quando siamo arrivati noi. Stasera è chiuso e possiamo restare quanto vogliamo. Pierpaolo continua a guardare Marco: lo trova cambiato. Tutti ci troviamo cambiati, tranne i pochi che si sono frequentati saltuariamente in tutti questi anni. Paolo sembra più basso, Gianpietro invece è più alto di come ce lo ricordavamo, l’altro Gianpietro non è potuto venire – è a letto con l’influenza – ma ora è al telefono a dirci tutto il suo rammarico. Il cellulare di “Gatto” passa di mano in mano: saluta tutti, lo salutiamo tutti. Ci ritroveremo presto, gli promettiamo: Marco ci riserverà una sala. Una sera d’inverno ci ritroveremo ancora, tutti quanti, molti di più.

Sopra di noi passano bianche nuvole leggere nel cielo azzurro: anno dopo anno, penso. Pierpaolo forse intercetta il mio sguardo: “Certo che ne sono passati di anni, ragazzi. Pensate che domenica prossima parto per l’Egitto: sono sposato da vent’anni...”

È vero: tanto tempo è passato. Troppo. Lo leggiamo nelle rughe, negli occhiali, nelle stempiature, nelle calvizie. Ma siamo sempre noi, i ragazzi della sezione A, come se non avessimo questi trentadue anni di vita in più sulle spalle, come se invece dell’automobile nel parcheggio ci fosse ancora la bicicletta appoggiata al muro, come se a casa invece della moglie, della compagna, della fidanzata ci fosse la mamma ad aspettarci per la cena...

 

3 commenti:

Virgola ha detto...

Buongiorno DR.
Sei riuscito a farmi commuovere. Io odio le rimpatriate, gli incontri di massa dopo tanti anni, le tavolate lunghe lunghe e rumorose dove alla fin fine parli del tempo con chi hai di fronte e a cui tu non interessi. Esci finalmente dal ristorante-bunker e prendi la macchina e via più veloce possibile a costo di prendere anche una multa, verso casa. Via, lontano dalla gente che non ti pensa e che ti fa paura.
Fortunato chi ti può parlare e ti vuole bene.
Buona giornata.

DR ha detto...

Ciao, Virgola:
Anch'io ho sempre avuto terrore delle rimpatriate: ma questa è stata diversa. Patrizio è l'unico compagno di classe con cui sono rimasto in contatto, ha organizzato tutto, era anni che la voleva fare. Purtroppo ci siamo ritrovati in pochi, sette-otto su quasi quaranta. Mi è piaciuto talmente tanto che venerdì ci ricasco: dopo 27 anni rivedo i compagni di liceo...

Ciao

Daniele

Virgola ha detto...

Ciao D, sei coraggioso. Anche a me tutto sommato, lasciando i pessimismi a parte, mi piacerebbe, ma una mezz'oretta, massimo un'ora e poi basta, di corsa nella tana! :)