sabato 30 ottobre 2010

Un pittore paesaggista

 

Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera? Innanzi tutto, sceglie un’immagine da ritrarre: può essere stata un’ispirazione improvvisa a convincerlo del soggetto, oppure vi ha meditato a lungo; o ancora è stato il caso a portarlo là dove il paesaggio, per la sua bellezza o per una particolarità, lo ha colpito tanto da fargli balenare l’idea di un nuovo quadro.

Comunque, ora ha il suo tema. Ne schizza su un foglio il disegno oppure scatta una fotografia, ma questo secondo caso implica un passaggio tecnologico che snatura la totalità della sua opera e la rende un’imitazione anziché un’interpretazione. Ecco ora il pittore davanti alla tela bianca, vergine, posta su un cavalletto. Impugna un carboncino e riporta il disegno che ha schizzato sulla carta. Qua e là aggiunge o toglie qualcosa, a seconda di come la memoria gli suggerisce; magari ogni tanto chiude gli occhi per rivedere il paesaggio nella sua mente.

Adesso è il momento di prendere la tavolozza e i pennelli: inizia a stendere i colori dello sfondo, l’azzurro del cielo, il verde dei prati in primo piano, il grigio-viola delle montagne. È probabilmente la parte più noiosa del lavoro, questa preparazione, ma già sulla tela comincia ad apparire l’anima del paesaggio. Il bello viene dopo, quando passa a pennelli più fini e delinea figure che daranno spessore al quadro: un mazzo di stelle alpine, uno steccato, due mucche che pascolano, un gruppo di larici. A questo punto passa a pennelli ancora più piccoli e dipinge i particolari più minuti: il ricamo sulla fascia di cuoio dei campanacci delle mucche, le pigne delle conifere, i semi delle stelle alpine, il movimento di una cascatella là sullo sfondo, le vene del legno dello steccato, un nevaio sulla montagna più lontana, un rifugio seminascosto, ciuffi d’erba...

Quando scrivo un racconto, spesso mi comporto come quel pittore paesaggista: può essere un’ispirazione improvvisa a colpirmi, come una notizia letta sul giornale o un ricordo uscito dal dimenticatoio o da un discorso tra amici, un brano letto in qualche libro. Oppure mi lambicco il cervello cercando qualcosa che si possa raccontare, ripasso gli avvenimenti di cui sono stato protagonista negli ultimi tempi o ancora risalgo a periodi più lontani, ad amici e personaggi che ho conosciuto, a eventi cui ho assistito. O ancora fantastico, mi avventuro nei territori dell’assurdo, immagino che il tempo sia passato in modo diverso o non sia passato o ancora trasporto fatti di adesso nel passato o nel futuro, tenendo sempre uno sguardo su Buzzati, il mio autore di racconti preferito.

Viene il momento di effettuare lo schizzo: non disegno, scrivo. E generalmente scrivo una poesia in endecasillabi, da usare come traccia; più raramente stilo un piccolo schema a punti su quello che nel racconto deve accadere. A questo punto il pittore riporta lo schizzo sulla tela. Io accendo il computer, apro un programma di scrittura e inizio a infilare parole – un tempo prendevo un foglio bianco, una penna e cominciavo a lasciare tracce d’inchiostro sotto forma di frasi. In questo caso avrei probabilmente scritto: “Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera?”. Sembra facile, ma comporre l’incipit richiede tempo: è una delle parti più importanti, soprattutto in un racconto breve, è la chiave con cui si entra leggendo o il biglietto da visita che chi scrive porge a chi si troverà a leggere. E questa è una differenza tra il narratore e il pittore.

Poi il lavoro procede però parallelo: se là si prepara lo sfondo, qua si scrive tutto il racconto. Se là si passa alle figure, qua si rilegge e si introducono frasi e paragrafi interi. Quando il pittore passa a rifinire, dipingendo i dettagli, il narratore fa altrettanto limando e correggendo, cambiando un aggettivo, scegliendo un diverso sostantivo. Quando l’ultima pennellata e l’ultimo punto sono posti all’opera, pittore e narratore osservano soddisfatti quanto hanno prodotto.

 

 Moriza

FOTOGRAFIA © MORIZA

mercoledì 27 ottobre 2010

Colpa della polpa

 

Ormai lo sapete tutti, la notizia è di pubblico dominio. Il polpo Paul, il mitico indovino divenuto celebre nel corso dei mondiali di calcio in Sudafrica per le sue azzeccatissime previsioni, è stato trovato morto nella sua preziosa vasca di cristallo. Il custode dell’acquario di Oberhausen lo ha rinvenuto riverso senza vita nell’acqua. Secondo le agenzie di stampa, il povero Paul è morto per cause naturali.

Ma il nostro inviato a Oberhausen, il pesce pagliaccio Nemo, ci può svelare tutti i retroscena. Subito i responsabili dell’acquario hanno sospettato che la morte dell’indovino non fosse poi così chiaramente naturale. Dopo animate consultazioni, passati in rassegna tutti i grandi detective, Annelore Locascio, un’impiegata di origini italiane ha suggerito di convocare il Commissario Montalbano. Questi, che era per una volta in vacanza a Boccadasse con la smorfiosa Livia, già non ne poteva più e ha colto al volo l’occasione di raggiungere Oberhausen – avrebbe investigato pure sulla tortura delle mosche pur di abbandonare l’opprimente e gelosissima fidanzata.

“Montalbano sono!”.
“Piacere, sono il direttore dell’acquario. Come le ho accennato per telefono, vorremmo indagare sulla morte di Paul”
“Paul... il purpo?”
“Sì, il povero Paul”.

Montalbano si cataminò, girò attorno alla teca in cui giaceva ancora il catafero del purpo, tuppiò sul vetro, come se sperasse che Paul si potesse arrisbigliari, poi principiò a spiare qualche dimanda:

“Olandesi in giro non se ne sono visti?”
“No, commissario. Avevamo pensato anche noi che si volessero vendicare per la previsione della finale”
“I tedeschi invece?”
“No, i tedeschi lo amavano, tutti. Dopo il 4-1 all’Inghilterra, poi... lo adoravano”
“Sicuro che non c‘è in giro qualche pezzo di cacio, sa, quello con la crosta rossa?”
“No, glielo assicuro”
“Eh, ma gli olandesi sono i principali indiziati... Comunque, patate? Pomidori? Piselli? Non avete trovato del sugo?”
“No, ma che dice?”
“Pensavo... No, sa, una bella saltata in tegame”
“Il polpo è lì”
“E Ahmadinejad?”
“Come Ahmadinejad?”
“No, siccome tempo addietro aviva sproloquiato sulla decadenza di noi occidentali, sulle nostre scaramanzie... Non avete trovato in giro un sicario iraniano? Qualichiduno con la varba longa e il fari sospetto?”

All’improvviso il ciriveddro di Montalbano si addrumò come una lampadina, il suo fiuto di segugio gli diciva che qualichicosa lì era fora posto. Notò una teca accanto a quella del purpo Paul, precisa intifica, ma vacante.

“E questa che cos’è? La secunda casa di Paul?”
“No, è un’altra vasca: fino a ieri c’era un esemplare femmina di Octopus Vulgaris”
“No, mi faccia capire pirchì, si spieghi meglio”
“C’era Mary, un polpo femmina. L’abbiamo trasferita all’acquario di Genova”
“Genova... Macari lei!”
“Come anche lei?”
“No, guardi, non si preoccupi. Stavo pensando alla mia fidanzata”.

Montalbano prese una seggia e si assittò davanti alla vasca. Taliò il purpo dentro gli occhi. Lo sguardo languido da cefalopode era ancora più triste, spento. “Epperforza, è morto” gli sussurrò nella testa la vocina di Montalbano Secondo. “Non adesso, sto indagando”. Taliò a longo il purpo e si fici persuaso.

“Il vostro purpo Paul si è ammazzato”
“Ma che dice?”
“Suicidio d’amuri fu”
“D’amore?”
“Paul e Mary erano come un’anima sola. Quando aieri avete trasferito Mary, a Paul non gli importava più di vivere. Accussì si è suicidato battendo il capo sullo spigolo della roccia. Non si nota perché le vucche, sì, i tentacoli sono tutti ‘nzemmula, ma l’ematoma esterno lo denota. L’ha fatto per la so’ zita. Mi spiegai? E adesso mi può indicare il miglior ristorante italiano nei dintorni?”
“C’è la Forchetta d’oro”
“Ha per caso il nummero di tilefono?”
“Sì, guardi, è scritto sul pieghevole: è convenzionato con l’acquario”
...
“Pronto, la Forchetta d’oro? Montalbano sono. Posso prenotari per pranzo tra una mezzorata? Va bene. Ce l’aviti il purpo in umido?”

 

Polpo Paul

sabato 23 ottobre 2010

Un reduce

 

Da una risma di carta, tra fogli bianchi e altri, scritti per metà con vecchi pensieri e antichi endecasillabi, è spuntata per quell'incanto di cui è capace solo il tempo una tua vecchia fotografia. È un campo lungo della spiaggia: tu, in primo piano, seduta su una sdraio coperta da un asciugamano rosso in una fila di ombrelloni. Dietro si scorge il bagnino con la sua maglia a righe, più oltre, dopo altri bagnanti, il mare di un azzurro quasi grigio sotto il cielo sereno. Hai i capelli stranamente liberi sulle spalle - di solito invece li raccoglievi con un elastico - e sembri una vestale o una qualche divinità del mondo classico. Indossi un bikini chiaro, bianco, con dei piccoli disegni, e con il piede destro giochi a scavare onde nella sabbia, che poi ricomporrai. Io naturalmente sono il fotografo, come sempre: il mio occhio è dietro l'obiettivo per tentare di fermare il tempo, di strappargli a morsi infinitesimi brandelli da sottrarre all'oblio. Ci sono riuscito, se adesso resto basito a guardare questo rettangolino di carta lucida che mi dice di te più di quanto possa fare l'ultima diavoleria tecnologica.

Dopo trent'anni mi sorprende quella somiglianza con tuo padre che allora non notai: la bocca, gli zigomi sono l'eredità paterna, da tua madre hai preso il carattere e quella facilità nel comunicare con il mondo che a me risulta invece così difficile. Avrai avuto sedici anni allora, diciassette forse. Io, di un anno più anziano, badavo alla tua esuberanza, al tuo corpo che cresceva e che sentivo vivo pulsare e respirare accanto a me nei lunghi pomeriggi, nelle serate di musica e di bar, nelle notti di lune e di stelle.

Penso a Properzio, il poeta latino e a Cinzia, la sua amata: "Cinzia fu la prima, Cinzia sarà l'ultima...". Prendo il libro blu delle sue elegie nella mia biblioteca, cerco il passo che questa tua fotografia mi ha riportato alla mente: "Non sono più per lei quello che fui: un lungo viaggio muta le fanciulle, quanto amore in breve tempo si disperde!". Eccolo lì, è proprio vero: il viaggio in questo caso è il tempo, ma il risultato non cambia. Non sono più per te quello che fui. Trattenendo nelle mani questo simulacro, questo brevissimo istante scolpito nella mia memoria, mi sento come un reduce che torni da una lunga guerra, dopo migliaia di chilometri, con i vestiti laceri e le armi smarrite: trova il suo mondo cambiato e lo osserva sgomento.

 

Kazuya Akimoto, “Woman lying on the beach”

sabato 16 ottobre 2010

Rimpatriata


Eccoci qui, attorno a un tavolo nel giardino di un ristorante chiuso per il turno settimanale, davanti le tazzine di caffè, le bustine di zucchero, le bottiglie di acqua minerale, i bicchieri con un dito di whisky, i posacenere che chi fuma ha riempito di mozziconi. Tanti anni dopo. Troppi anni dopo. Seduti a rivangare il passato, a ricostruire pezzi di vite e giorni e anni, a ricordare chi non è venuto a questa rimpatriata, a guardare quei volti così mutati dall’ultima volta che ci siamo visti, quei corpi ingrassati, quei capelli ingrigiti o diradati.

Gianni sta raccontando di quando è stato in Thailandia, ci sta illustrando le meraviglie di un night club di Pukhet. Lo ascoltiamo come lo ascoltavamo allora, quando in mensa parlavamo del mondo fuori, di ciò che non era il Collegio, la scuola.

Al Collegio siamo stati stamattina, abbiamo pranzato là in quel medesimo refettorio, così cambiato da allora: rimpicciolito, le pareti dipinte d’arancione, i tavoli moderni, le sedie di plastica colorata. A quei tempi c’erano sedie di legno e tavoli rivestiti di fòrmica, i muri erano chiari, di un tenue giallo. La ricordiamo bene quella tinta: quando ci punivano per qualche motivo, anche solo per aver rovesciato sulla tovaglia il bicchiere dell’acqua, restavamo là per lunghi minuti in piedi a rimirare il muro. “Roba da Telefono Azzurro” ha detto Gianluca, “adesso li denunceremmo tutti”. Gianluca, “Vampiro” per i suoi denti aguzzi, ora è rianimatore in ospedale e ha l’Africa nel cuore, i bambini che va a curare gratis due mesi all’anno in Burundi. Quando siamo stati al bar per un aperitivo, ci ha raccontato della miseria infinita che c’è laggiù, ci ha commosso quando ci ha parlato di un bambino bellissimo che non è riuscito a salvare perché è finita la bombola dell’ossigeno e l’ambulatorio locale non poteva permettersene altre. Adesso non c’è, Gianluca: è tornato a Milano, questa notte è di guardia. Ma c’era quando abbiamo ripercorso i corridoi del Collegio, soffermandoci a osservare nelle aule, a rimirare il mosaico che raffigura uno scolaro correre nell’arcobaleno. Che controsenso: correre nei corridoi era considerata una grande mancanza, così come gli schiamazzi. E invece un paio di ore fa ridevamo e correvamo, adulti in quei corridoi che un tempo ci erano sembrati così grandi, ci fermavamo a osservare le foto di classe, a riconoscerci in quei ragazzi così cambiati, a riconoscere quanti non sono qui oggi e a biasimare qualcuno che non si è neppure degnato di rispondere all’invito. È Patrizio, “Gatto”, soprattutto a essere contrariato: lui ha organizzato tutto quanto; lui è la memoria storica della nostra classe: a ogni volto di quelle fotografie sa dare un nome, sa dire dove abitava e raccontare qualche aneddoto dei tempi del Collegio. Quando mi ha chiamato per trovare i nuovi indirizzi, mi sono attivato subito per aiutarlo.

E ora siamo qui, al ristorante di Marco, che non ha potuto venire a pranzo perché a mezzogiorno doveva lavorare. Infatti gli ultimi clienti se ne stavano andando quando siamo arrivati noi. Stasera è chiuso e possiamo restare quanto vogliamo. Pierpaolo continua a guardare Marco: lo trova cambiato. Tutti ci troviamo cambiati, tranne i pochi che si sono frequentati saltuariamente in tutti questi anni. Paolo sembra più basso, Gianpietro invece è più alto di come ce lo ricordavamo, l’altro Gianpietro non è potuto venire – è a letto con l’influenza – ma ora è al telefono a dirci tutto il suo rammarico. Il cellulare di “Gatto” passa di mano in mano: saluta tutti, lo salutiamo tutti. Ci ritroveremo presto, gli promettiamo: Marco ci riserverà una sala. Una sera d’inverno ci ritroveremo ancora, tutti quanti, molti di più.

Sopra di noi passano bianche nuvole leggere nel cielo azzurro: anno dopo anno, penso. Pierpaolo forse intercetta il mio sguardo: “Certo che ne sono passati di anni, ragazzi. Pensate che domenica prossima parto per l’Egitto: sono sposato da vent’anni...”

È vero: tanto tempo è passato. Troppo. Lo leggiamo nelle rughe, negli occhiali, nelle stempiature, nelle calvizie. Ma siamo sempre noi, i ragazzi della sezione A, come se non avessimo questi trentadue anni di vita in più sulle spalle, come se invece dell’automobile nel parcheggio ci fosse ancora la bicicletta appoggiata al muro, come se a casa invece della moglie, della compagna, della fidanzata ci fosse la mamma ad aspettarci per la cena...


Foto1383

sabato 9 ottobre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (3)

 

(segue)

14. Merano, Delegazione Presidiaria, Lunedì 6 marzo 1989 (44 all'alba)

Sono le cinque. Il Maresciallo e i Carabinieri hanno ormai varcato il cancello verde e stanno tornando alle loro case. La primavera diffonde i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline; un tepore piacevole aleggia nell’aria. Questa infinita dolcezza che viene con il tramonto nasce dal tiepido sole o dalle nuove sirene di libertà che mi incantano? Lancio la pallina da tennis nel cortile. Cominciamo a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsa la vita: scorrono automobili, motorini, biciclette. Gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostano e ripartono caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entrano nel vicino deposito, altri ne ripartono. Il sole cala e nella conca dei monti scende ormai l’oscurità. Mancano pochi giorni al congedo, mi crogiolo in questa nuova situazione, sento che tutti gli sforzi di un anno svaniscono lentamente nel sapore della libertà che mi appresto a gustare di nuovo.

Ora non si vede quasi più, si accendono le luci della strada, si illuminano le finestre dei palazzi. Ripongo la pallina e chiudo l'ufficio. Ferrario serra la porta del Nucleo Carabinieri. Rossi ci guarda nella sua divisa nuova e con la solita aria del "Che cosa ci faccio io qui?". Non trovo parole ma un altro sguardo di malinconia oltre quel cancello dove scorre la strada rumorosa. L’apatia di un lunedì in cui nulla più soccorre l’inesorabile continuo fluire nella clessidra della sabbia fine. Guardo l'ultima luce cadere sui monti: ho un’infinita dolcezza nel cuore.

15. Merano, Caserma Battisti, Giovedì 30 marzo 1989 (20 all'alba)

Sono la "Max" adesso. È piacevole entrare in una camerata di nipoti ed essere invidiato perché il prossimo a congedarmi sono io. Non approfitto della situazione, non è nel mio stile. Voglio che mi ricordino come una "Max" umana e comprensiva. Del resto, atti di nonnismo non ne ho mai subiti. Solo qualche "sbrandata" da parte dei congedanti. Bastava rifare il letto e tutto finiva lì.

No, non mi mancherà questo gergo di caserma: non mi mancheranno i "vurìa mai", i "giassài", gli "un po' massa". Non mi mancheranno i "non ti passa più", i "tralicci", la "Superpippo". Chiaro che è un linguaggio per iniziati, che non ha senso fuori di qui: tradotti sarebbero "proprio no", "certo", un atteggiamento irrispettoso verso un grado di scaglione più alto, un modo di dire che il tempo non passa a fare una certa cosa, gli altoatesini e i mutandoni di lana.

Mi mancherà la città, quello sì. Mi mancheranno gli amici che ho conosciuto in questa esperienza e che difficilmente so che rivedrò. Ma, bando alle malinconie, entro in camerata e grido: "Ritti, perdio, entra la Max!"

16. Verona, Porta Nuova, Martedì 4 aprile 1989 (15 all'alba)

Verona lancia luci al neon nel vetro del finestrino opaco e impolverato. Torno a casa per l'altra metà della licenza ordinaria. Ho preferito spezzarla in due: invece di undici giorni filati ho scelto la modalità cinque e sei. Tornerò a Merano lunedì. E comincerò a pregustare la libertà in questi sei giorni a casa. Il treno sosta a Porta Nuova: c'è uno sciopero di un'ora del personale di macchina. Dietro la stazione c’è un cielo illuminato, lo stesso cielo di Romeo e Giulietta - mi viene di pensare. Conosco quel balcone e quel cortile, le scritte colorate degli innamorati sui muri della casa. Conosco l'arca dove ogni amante prega e getta la sua lettera colma di passione.

È una sera sanguigna e fatata questa di Verona: la osservo dal piazzale antistante la stazione. È come se la città avesse assunto il volto di Giulietta, le sue dita affusolate, il suo modo di sorridere, il pudore: come se fosse davvero fatta della stessa stoffa dei sogni. Non ho tempo per raggiungere il centro: tra poco il treno ripartirà. Lo annunciano. Saluto Giulietta, saluto Verona, salgo in carrozza pensando che tra due settimane mi congederò...

17. Merano, Lungopassirio, Martedì 18 aprile 1989 (1 all'alba)

Ci hanno dato il permesso di uscire per il pomeriggio: siamo sciamati tutti dalla Bosin nel sole di aprile, leggeri come fantasmi - del resto i congedanti nel gergo della caserma vengono detti “fantasmi” o “borghesi”. Avviene dopo il prelievo obbligatorio di sangue. Prima di allora, in quest’ultimo mese ci hanno chiamati “Max” e quando entravamo nella stanza, gridavamo “Ritti, perdio, entra la Max!”. Ora invece cantiamo "Allarme, siam borghesi! / Son giorni e non son mesi!".

Da qualche giorno stanno piantando dei pali dentro il fiume, grandi draghe sostano sul greto sassoso del Passirio presso il ponte a passerella che conduce in zone un poco periferiche. Com’è verde l’acqua: sembra quasi opale! Sarà per via della primavera.

E camminando sulla passeggiata, alle spalle la Chiesa protestante, ci siamo soffermati a guardare gli operai che lavorano nell’aria tiepida, chiedendoci lo scopo di quei pali, ben sapendo con una punta d'orgoglio che partiremo prima che loro finiscano, senza conoscerlo.

Il pomeriggio scorre leggero, l’aria di primavera ci riscalda i cuori. Nelle antiche vie andiamo finalmente assaporando quella libertà che domani ci porterà. Ammiriamo le vetrine e le commesse dei negozi del centro, sulle panchine Liberty del lungofiume sostiamo oziando e osservando i bianchi gorghi, ben consapevoli che questa nostra compagnia domani si disgregherà. Beviamo birra al banco della Forst, girovaghi perduti nel pomeriggio. Personaggi di un libro di Hermann Hesse, ceneremo insieme come a celebrare il ritorno alla vita, presto liberi quando tornerà a risplendere il sole.

18. Merano, Caserma Bosin, Mercoledì 19 aprile 1989 (L'alba)

Non siamo riusciti a dormire questa notte. Noi congedanti abbiamo aspettato ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole che avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia ci hanno consentito solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce. Finalmente alla grande finestra della camerata, che dà sul giardinetto interno, a Oriente, è filtrata la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» ho gridato anch'io entusiasta.

Ho fatto colazione, pensando che per l’ultima volta avrei avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi l’adunata, l’ultima. Noi congedanti già vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»

Il comandante ci ha dato appuntamento per le dieci nel salone ricreativo. È venuto con i congedi, e uno per uno abbiamo firmato. Il maggiore Cornacchione ci ha tenuto un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspetta fuori di qui, su quello che ci si aspetta da noi. Come un padre di famiglia, quell'uomo apparentemente burbero dalla barba scura quasi si è commosso. Siamo corsi in camerata a prendere le borse, il prezioso foglio arrotolato in mano.

Varco per l'ultima volta il cancello della caserma: tra me e la libertà ci sono ora solo pochi metri. Saluto la guardia che mi apre il cancello, mi volto indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventola nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiano per i viali della caserma, la corvée che ramazza i marciapiedi, la vita che continua immutabile in questo piccolo mondo.

Sono fuori, mi tolgo il cappello con la penna nera, avanzo verso la vita e mi rendo conto solo adesso di aver ritrovato la libertà, ne sento subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduce alla strada principale. Guardo il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'avevo mai visto così neanche quando lo attraversavo al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta. Ora lo vedo con gli occhi della libertà e sembra ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumano.

 

 Alba

Merano, Caserma “Leone Bosin”, 19 aprile 1989: L’alba

sabato 2 ottobre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (2)

 

(segue)

7. Merano, Caserma Battisti, Sabato 15 luglio 1988 (278 all'alba)

C'è stato temporale questa notte. Ora il cielo è azzurro e si riflette nelle pozzanghere sull'asfalto. I monti mi tentano come un'Eva dei paradisi perduti, mi fanno intravedere la libertà, quella che le gazze si portano in giro volando da un abete a un campanile romanico. Sto cominciando a conoscere questa caserma, la Cesare Battisti. Da una settimana mi hanno trasferito al Battaglione Logistico Orobica: sono assegnato alla Delegazione Presidiaria in qualità di scritturale. Vesto ogni giorno la divisa della festa: adesso quella estiva con pantaloni e camicia chiara: gli stivaletti hanno preso il posto delle pedule. Dopo due mesi ho finalmente la mia collocazione definitiva nell'ambito dell'esercito italiano. Sono contento di trovarmi qui, anche se rimpiango un po' la Bosin: qui non c'è la mensa, che hanno iniziato a ristrutturare, e si pranza e si cena in un locale di fortuna servito dalle cucine da campo. A pranzo arrivo sempre tardi, perché l'ufficio chiude alle 12 e la cosiddetta mensa apre alle 11.30. Quando mi siedo al tavolo sono già le 12.15 e mi porto sul vassoio quello che c'è: riso scotto o pasta, pollo, una bistecca, quando va bene la cotoletta appena impanata. La sera esco sempre, anche perché non ho né mai avrò servizi da svolgere, essendo il nostro ufficio, per il suo status particolare di appendice del Presidio di Bolzano, esentato dai compiti di caserma. Esco da solo, qualcuno poi trovo sempre per la città. Raramente ceno solitario. "Rainer", il "Pic-nic Grill" e la "Marinara" sono le mie mete solite. Qualche volta sperimentiamo posti nuovi.

Al momento sono alloggiato nel Minuto Mantenimento, ma appena ci sarà il congedo del 6°/87, Danilo, che è del mio paese, mi ha già trovato una branda nella sua camerata della Comando. L'ufficio si affaccia su Via Palade, proprio davanti all'ippodromo e ha una sua uscita privata. Mi hanno dato le chiavi e già fantastico sulla possibilità di uscire di soppiatto. Per arrivarci devo attraversare un bel pezzo di caserma: i depositi degli automezzi e dei cingolati, la casetta del sarto, il magazzino delle trasmissioni, le caldaie. Eccomi arrivato. La ramata verde, il cancelletto: entro nella mia nuova oasi.

8. Merano, Delegazione Presidiaria, Sabato 23 luglio 1988 (270 all'alba)

“Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale" c'è scritto nel racconto di Cesare Pavese che sto leggendo seduto nell'ozio del sabato estivo alla mia scrivania. Il maresciallo Ciulla è andato in città, il mio collega Ferrari è partito per la licenza ordinaria e tra un mese si congederà. Mi fa riflettere quella frase, mi fa pensare quanto mi manchi il sapore del sabato mattina adesso che sono qui. mi manca come l'aria. Era giorno di spesa il sabato: si andava al supermercato o nel grande negozio di ortofrutta. Poi c'erano da sistemare i meloni in cantina, la frutta nel locale lavanderia, le scatole di pasta e riso nella dispensa. Intanto il caffè bolliva sul gas e l'aroma si spandeva per la cucina. Mi sedevo a leggere il giornale guardando le lame di sole che entravano dalla finestra, sbocconcellavo il pane appena comprato.

Invece sono qui nella Delegazione Presidiaria, in questi freschi locali che un tempo furono il Circolo Sottufficiali, e guardo dalla finestra le ragazze con i vestiti a fiori che attendono l'autobus alla fermata. Invidio loro quella libertà di salire in città, di entrare in un negozio. Quando saliremo noi, sarà già passata l'una e i negozi saranno già chiusi. Magari con Miglio, il mio nuovo amico del Nucleo Carabinieri qui di fronte, scenderemo a Bolzano a bighellonare per il centro e a mangiare una fetta di torta nella pasticceria lungo i portici.

9. Merano, Kota Radja, Lunedì 8 agosto 1988 (254 all'alba)

Questa sera soffia vento d'Oriente: con Miglio e altri tre della camerata siamo venuti a cenare al Kota Radja, il ristorante cinese di Via Manzoni. Varcato il cancello siamo entrati in un mondo tutto nuovo. Tra le canne di bambù e il fruscio delle sete, ci gustiamo le "nuvole di drago" e la birra di Shanghai. Dal pergolato pendono lampioni di carta di riso, nel patio accogliente si aprono ombrelli di Nanchino.

Ceniamo mentre la brezza suona leggera le campane a vento e le cameriere ci insegnano a usare le bacchette ridendo appena come sanno fare solo gli orientali. Scherziamo come se fossimo degli antichi sodali stasera: Merano e le caserme sembrano così lontane mentre mangiamo pollo speziato e riso alla cantonese. Fingiamo di non sapere che oltre la porta scorre il Passirio e centinaia di militari sono a passeggio lungo il fiume e riempiono i cinema, i bar e le gelaterie.

10. Merano, Via Palade, Domenica 2 ottobre 1988 (199 all'alba)

Siamo usciti dal cancello su Via delle Palade e camminiamo lentamente verso la stazione ferroviaria di Maia Bassa. Io e Miglio, una coppia di amici ormai affiatata: lo affascinano la mia conoscenza dei classici e certi miei atteggiamenti. Io, al contempo, ammiro la sua abilità nel suonare la chitarra, la sua predilezione per la musica classica e la sua sincerità. Se i primi due elementi si traducono in qualche serata trascorsa al Teatro ad ascoltare quartetti d'archi, l'altro, la sincerità intendo, si manifesta in domande che fioriscono improvvise come un colpo di mitragliatrice. Come adesso: stiamo andando a prendere il treno per Bolzano e mi spara: "Ma tu che cosa pensi di me? Che persona credi che io sia?". Sono tre mesi che ci conosciamo e lontano da qui non so nemmeno neanche cosa faccia. Eppure glielo dico. Prima impressione, certo, ma è quella che di solito non sbaglia. Probabilmente sarà un'amicizia che non passerà Natale: a dicembre lui si congeda. Credo che non ci incontreremo più, eppure questa amicizia è intensa, concentrata, forse anche perché siamo consci di questa sua effimera durata. "L'espace d'un matin" gli dico e gli spiego che cosa significhi. Alla stazione troviamo altri ragazzi che conosciamo e il discorso che andava indagando nel nostro io si zittisce. Scendiamo guardando i campi di meli insieme agli altri. Li lasceremo al Mc Donald's di Piazza Walther o in qualche cinema. Scommetto che Miglio vuole andare a fare il filo alle cameriere della pasticceria lungo i portici. Cappuccino, Sacher e un po' di corte.

11. Merano, Haisrainer Weinstube, Piazza Duomo, Domenica 1° gennaio 1989 (108 all'alba)

L'anno nuovo è cominciato con bottiglie di spumante e fette di panettone, un'ora dopo il contrappello. Ero - straordinariamente, in quanto uno dei pochi graduati rimasti - caporale di giornata. Fuori, lampeggiava la grande scritta LAS VEGAS di un luna park nell'area dell'ippodromo. Tutto era così irreale, compresi gli auguri scambiati in camerata e i brindisi nei bicchieri di carta con vino scadente. La mia fascia rossa di caporale di giornata pendeva da uno dei pioli della branda, le luci azzurre di guerra riverberavano nella notte. "1989" mi ripetevo "1989, è l'anno dell'alba".

La festa non è ancora finita: per le strade ci sono bottiglie vuote e botti esplosi, carte colorate e stelle filanti. Noi reduci della camerata, quelli che hanno preferito la licenza di Natale a quella di Capodanno, pranziamo da Haisrainer, la taverna proprio di fianco al Duomo. Sono il più "anziano" come scaglione e il più alto in grado. Da queste cose si riesce ad apprezzare quanto tempo sia passato da quel 29 aprile. Ferrario, Bettoni, Perego, Cantoni che condividono con me questo pranzo del primo dell'anno si congederanno tra settembre e ottobre, mi considerano con un pizzico di invidia e con molto rispetto... Mangiamo pasta al sugo e spiedini alla zingara e parliamo del nuovo anno: siamo tutti più spensierati, come se avessimo attraversato una porta e fossimo entrati in una nuova stanza. Siamo oraziani coglitori di attimi.

Il gelato lo andiamo a mangiare da "Bruno". Quando ci portano il resto ci sono mille lire fior di stampa, quelle con Maria Montessori e i bambini. Ferrario prende una penna rossa, scrive la data sulla banconota e la firma. Poi ci invita tutti a siglarla. Alla fine, quando ognuno ha apposto la sua firma, la ripone come un santino nel portafogli: "Ragazzi, non sapete che ricordo mi avete regalato". Negli occhi gli si legge già il lampo di quando, tra qualche tempo, quando si sarà congedato, frugherà nel portafogli e ritroverà per caso quelle mille lire. Saremo simulacri allora, ricordi a cui la sua memoria cercherà di associare un volto. Resteremo sempre i ragazzi di oggi, 1° gennaio 1989, su quella banconota.

12. Merano, Delegazione Presidiaria, Mercoledì 11 gennaio 1989 (98 all'alba)

E ho varcato anche la fatidica soglia dei 100 giorni: il mach pi cento dei cadetti. Niente di che: una sera normale. Nella mia condizione di aggregato sono tagliato fuori dalle cene di scaglione, dai gruppi che si conservano nelle piccole caserme. Con il congedo del 1°/88 diventerò "vice", un grado di scaglione che sfiora l'onnipotenza. Già i servizi di scopa in camerata non mi toccano più. Le divise cominciano ad essere sformate, i cappellini hanno la tesa sempre più arcuata, il mio cappello è più largo e indurito grazie al trattamento con il cordiale. È prerogativa di chi ha passato i 100 giorni all'alba portarlo così.

Quell'asfissia che ho provato il primo giorno, quando i camion ci hanno condotto dalla stazione alla caserma, quel senso di soffocamento che ho sentito appena oltrepassata la sbarra a righe bianche e rosse, si è allentata notevolmente, va svanendo giorno dopo giorno. È proprio vero, come recita la cartolina che ho comprato al "Pandemonium": "Chi naja non prova libertà non apprezza”. Ora so che bene prezioso essa sia, ti rendi conto di quanto ti manchi solo quando non l'hai più: è una donna amata e perduta che desideri infinitamente.

13. Merano, Delegazione presidiaria, Mercoledì 1° febbraio 1989 (77 all'alba)

Ho fatto un sogno strano questa notte: ero in riva al mare e rientravano nel mattino i dragamine, lontane sagome scure nell'alba. Con me c'era Paola. Ci togliemmo le scarpe e lei, sbarazzina, mi trascinò nella bassa marea. Correvamo tra le pozze e la felicità ci gonfiava i cuori. Amaro è stato il risveglio quando il caporale di giornata è passato battendo manate sugli armadietti: "Giù dalle brande!" Mi ci è voluto un po' per raccapezzarmi, per capire che non mi trovavo nel comodo letto di un albergo sul mare, ma nella mia branda di militare.

Lavandomi, ho ripensato al sogno. Non era mai avvenuto nulla di simile. Ma l'inconscio è l'espressione dei nostri desideri, il sogno non fa altro che realizzarli. Strano che sia giunto solo adesso, che sia arrivato in una caserma di Merano. Un'alba d'amore per chi attende un'altra alba. A proposito, 77 giorni...

(continua)

 

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Merano, Delegazione Presidiaria, Ottobre 1988: Al… lavoro