sabato 25 settembre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (1)

 

1. Merano, Stazione ferroviaria, giovedì 12 maggio 1988 (336 all'alba)

Merano... Stazione di Merano... Meran... Meran Bahnhof... gli annunci si susseguono con il loro ritmo metallico. Tra i binari nella luce incerta del tramonto volano i lanuginosi semi dei pioppi. Nel mio sguardo triste di soldato - anzi, di "recluta alpina", come mi definiscono i caporali del CAR - si riflettono i treni che scendono verso sud, che partono volando verso la pianura, verso casa. Quando l'ultima carrozza è passata e restano le rotaie, il cuore sembra perdere un colpo e la sua canzone segue un ritmo stonato. Allora conto i giorni che mi restano da trascorrere e sono un'enormità quelle albe che dovrò vedere sorgere dove sarò destinato dopo il CAR: a Vipiteno, Silandro, Malles, Bolzano o più probabilmente ancora qui, in un'altra caserma. Li ho contati e ricontati: 336. Dovrà arrivare e passare l'estate e poi l'autunno e l'inverno, Natale, Capodanno e Pasqua e un'altra primavera finalmente comincerà sull'ultimo mese.

Intreccio le dita sul collo infilandole dietro il bavero del giubbino di jeans. Massaggio il collo indolenzito da tante marce per i cortili della caserma - ora ho imparato: nóp dué nóp dué, e so fare decentemente anche il dietrofront. E mi dolgono anche i muscoli delle gambe: oggi ci hanno fatto sbalzare nell'erba: passo del gattino, passo del leopardo, con il fucile e la maschera antigas e il dannato elmetto. Il mio amico altoatesino con cui ho legato già dal primo giorno è di poche parole: meglio così, mi lascia tempo per riflettere. In compenso parla tedesco e questo è un vantaggio perché nei bar e nei ristoranti ci trattano con riguardo. Lui spera di avvicinarsi a casa, a Bressanone. Gli andrebbe benissimo Silandro. Lasciamo la stazione con i nostri giornali e un po' di malinconia. Quando siamo arrivati c'erano nuvole gialle sulla palazzina Liberty e ci siamo fermati a mangiare patatine al chiosco del piazzale; ora splende la luna e, percorrendo la strada del ritorno, sembra giocare a rimpiattino con i lampioni. Mi sembra vuoto il mio passo, inutile, mentre scendiamo per Via Petrarca verso le caserme gialle.

2. Merano, Piazza del Teatro, domenica 22 maggio 1988 (326 all'alba)

Ieri c'è stato il giuramento. Ora aspettiamo la nostra destinazione. Ci vorrà una settimana, dicono, o forse più. Probabile che mi mandino anche in licenza venerdì prossimo. Sembra di essere nella Fortezza Bastiani: non c'è altro da fare che attendere. Ora non facciamo più istruzione, ci limitiamo a bivaccare qua e là per la caserma, a oziare sul cubo, i caporali ci danno piccoli incarichi come spolverare o pulire i pavimenti. Aspettiamo. E pensiamo. L'amore, per esempio, ora non è che un fiore secco rimasto senza linfa e senza nutrimento, pende inanimato come il becco di un tordo in un carniere. Così mi capita di camminare solo per la città, a numerare i giorni - 24 fatti, 326 da fare - e le mie malinconie: Paola, Anna, Laura. Mi rendo conto che le mie amiche non ci sono, che mi mancano, che vivono i loro giorni altrove e i loro passi percorrono vie diverse da questa: è la bella Piazza del Teatro. Sono in libera uscita per il pomeriggio della domenica.

Le montagne di pietra e cielo, chiare nel sole, fermano lo sguardo. Il Passirio scorre rumoroso tra le rocce, i pali per gli slalom delle canoe sospesi nel cielo. Sì, il sogno è molto facile anche qui ma lei non vi rientra, ne rimane esclusa proprio come il vento non riesce a scavalcare quei crinali: non è una storia ormai conclusa, è solo indifferente a questo luogo.

3. Merano, Caserma Bosin, domenica 12 giugno 1988, Corpus Domini (311 all'alba)

Dieci giorni fa ho avuto la mia destinazione: sono alla Caserma Leone Bosin, a Merano, un chilometro dalla Caserma Rossi dove ho svolto il CAR. Sono in forze al Reparto Comando e Trasmissioni Orobica, alla compagnia Comando, e mi hanno fatto cambiare la nappina sul cappello da verde a blu e il distintivo dell'Edolo sulla divisa con quello del reparto. Sono "alpino" ora e non più recluta, ma nelle gerarchie della caserma appartengo all'ultimo gradino, il "nipote di terza". Ci spettano molte più incombenze che agli altri. Ho già svolto due corvée cucina e una corvée caserma e questa è già la mia seconda guardia. Sono sull'altana, la piazzola coperta e sopraelevata che domina dall'alto il perimetro della caserma. Il soldato che monta di guardia con me sta pattugliando lo stesso lato da sotto: lo vedo camminare su e giù. Poi, nel secondo turno, ci daremo il cambio. Sarà notte e a me va bene così: preferisco camminare per mantenermi sveglio.

Sta calando la sera breve di giugno: gazze volano con la loro livrea bianca e nera, me le immagino sui tetti del centro, sul campanile del Duomo, sull'antica chiesa di Santo Spirito. Mi immagino le ragazze a passeggio sul Lungopassirio, le gelaterie, i tavolini dei bar, i colori dei fiori, le insegne che si accendono. E io qui, con l'arma a tracolla che mi priva della mia libertà e i caricatori che pesano nelle tasche della mimetica. Poi d'improvviso sulle colline del Tirolo si accendono i cuori di lumini, decine di fiamme che vibrano nell'oscurità. Quasi non mi accorgo quando giunge il cambio, ma riesco a pronunciare le parole di rito: "Altolà chi va là?" "Capoposto con il cambio" "Capoposto avanti per riconoscimento" "Cambio avanti". Saluto il militare che mi sostituisce sull'altana, è un compagno dei tempi del CAR, e seguo il capoposto fino al Corpo di guardia. Appoggio fucile ed elmetto e mi sdraio. Riposo il corpo e la mente sulla brandina spigolosa.

4. Ponte di Legno, Val Sozzine, domenica 19 giugno 1988 (304 all'alba)

“Un bel aprés-midi de garde a l’écurie" mi ripeto questo verso di Apollinaire da quando sono montato di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker. Sacchetti che abbiamo riempito sulle rive del torrente Narcanello, qui in Val Sozzine, a Ponte di Legno, dove mi hanno spedito per il campo estivo. Devo dire che non mi dispiace: essere lontani dalla caserma è un'avventura nuova, e qui nei boschi è facile nascondersi. Devo trascorrere un'ora qui dentro, ma sono comodo e guardo i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che vanno al luna park, un chilometro più a valle. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo e un sergente stanno giocando a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi piacerebbe essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere è il dovere. Meglio qui che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. E con l'arrivo del nuovo scaglione, sono salito anche di un gradino: ora sono "nipote di seconda" e ho almeno qualcuno sotto di me. Le auto che corrono veloci verso Ponte di Legno fanno vibrare l'aria: i miei pensieri scivolano via veloci e il tempo passa in fretta.

5. Autostrada del Brennero, Venerdì 1° luglio 1988 (292 all'alba)

È la sera di venerdì e sto tornando a casa in licenza, un quarantott'ore. Guardo i campi di meli scorrere via ai lati della strada, i papaveri rossi che ondeggiano alla brezza, e penso che avrei dovuto essere al mare adesso, sdraiato sulla sabbia, seduto sotto l'ombrellone a leggere un libro o a riempire cruciverba, a scambiare parole con gli amici dell'estate. Ma, riflessi nel vetro del pullman della Peroni che compie il tragitto Merano-Bergamo, vedo i miei capelli corti, la mia espressione stanca e malinconica. Ecco luglio che cosa mi porta quest'anno. E i ricordi si affollano, si dispongono in fotogrammi come una pellicola cinematografica: io e lei seduti davanti alla fontana di Piazza del Mare, le serate con gli amici al luna park della City o nei locali dove tiravamo mezzanotte prima di andare a vedere la luna in spiaggia e a spingerci sulle altalene. Tabula rasa. Il cubo, la colazione, l'adunata, la corvée, il rancio, la guardia, la libera uscita, il silenzio. I sogni si presentano così, ora: e le colline del Trentino sono corpi di donne distesi nel sole di luglio. Il mare non c'è. Le cose sono mutate come quando interviene una guerra a recidere i fili del tempo. Il pullman corre verso sud. Mi addormento...

6. Merano, Caserma Bosin, martedì 5 luglio 1988 (288 all'alba)

Δυσζήλοι γάρ τ΄είμεν επί χθόνι φώλ ανθρώπων”. Facili all'ira sopra la terra siamo noi stirpi umane: è il settimo canto dell'Odissea. È quella che ho provato stasera, quando ormai pronto per la libera uscita, il sottotenente Manfredi mi ha fatto chiamare nel suo ufficio di comando e mi ha ordinato di montare di PAO all'armeria. È la terza sera consecutiva che mi mettono di servizio: prima corvée cucina, poi mi hanno inviato al Passo del Tonale come capomacchina sull'Alfa 133 del generale. Ho dormito là e stamattina mi hanno dato un passaggio a Merano con una jeep. E ora tocca di nuovo a me. Al sottotenente Manfredi l'ho spiegato senza arrivare alle male parole, anche perché è un ufficiale che rispetto. Alla fine mi è sembrato accennare a un cenno di scusa davanti all'ineluttabilità della decisione. Mi sembrava stanco, probabilmente deve fare assegnamento su poco personale e fatica a riempire i turni. Poi è arrivata questa scocciatura del PAO alla Compagnia Trasmissioni: si dev'essere rotto un allarme, a quanto ho capito, e servono un paio di alpini per la guardia. Un paio. E uno sono io, che non sono neanche della compagnia.

Ma l'ira, la rabbia, quella è rimasta in me. E cerco di lasciarla sbollire in queste due ore in cui sono comandato a stare seduto con il fucile davanti a una grata di ferro che chiude il passo verso l'armeria. Cerco di non pensare a quel nodo di bile che mi stringe lo stomaco, che mi prende la gola e scalda i nervi. Non voglio lasciarmi dominare da questa passione che avvampa in breve e poi ti fa pentire. Sono panni che non mi sono connaturati. Poi, se Dio vuole, finisce. Consegno l'arma e vado. Sono ormai passate le nove. Non c'è neanche più tempo di uscire: se arrivo in centro, devo subito tornare. Mentre attraverso le camerate dei trasmettitori, mi sento chiamare: è Spertini, un varesino di lago che era nella mia squadra al CAR. Ci siamo sempre trovati simpatici. Mi offre da bere, del vino rosso in una tazza smaltata. È Bonarda e disegna una schiuma rosa. Restiamo a bere nella sua camerata con altri due o tre. L'ira oramai è un ricordo lontano. Sono contento di passare la sera così, in amicizia. Quando rientrano i primi che erano andati in libera uscita, saluto e torno alla Compagnia Comando, attraversando il piazzale dell'Adunata nella sera di luglio. Nel cielo brillano migliaia di stelle, approfittando della luna nuova.

(continua)

 

 CAR

Merano, Caserma Rossi, CAR, Maggio 1988

Sono il secondo da sinistra in piedi. L’amico altoatesino Christian Ritsch è l’ultimo a destra, Massimo Spertini è al centro, seduto.

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