sabato 28 agosto 2010

La fine dei giorni

 

Stavo guidando sulla G-Street NW all’altezza della Jacob Burns Law Library quando la radio lanciò la notizia di vasti incendi che stavano devastando la Russia. I danni erano ingenti, le città colpite molto numerose: Mosca, San Pietroburgo, Samara. Il giornalista ricordava che qualcosa del genere era successo parecchi anni fa, nella rovente estate del 2010. Allora non ero che un ragazzo: ricordo vagamente qualcosa, ma ero più impegnato a correre dietro alle ragazze e a pensare a quale college scegliere. La radio passò poi ad altre notizie: un incidente ferroviario in Nicaragua, sommosse in Africa centrale, i risultati del campionato di baseball… e i White Sox avevano vinto ancora! Non lo sapevo, ma quella notizia che avevo udito alla radio – gli incendi in Russia, non il baseball – avrebbero cambiato per sempre la faccia del mondo e la storia dell’umanità. Era il 2 agosto del 2035.

Un paio di giorni dopo ero davanti alla televisione a seguire la CNN: ancora le immagini della devastazione russa: Kazan, Nijni-Novgorod, Ekaterinburg, Cheliabinsk non esistevano più, intere città rase al suolo dalla furia del fuoco. Molti erano fuggiti e lunghe colonne di profughi si ammassavano in direzione della frontiera ucraina. Le vittime si contavano a centinaia di migliaia. Ero già abbastanza scioccato, ma non mi aspettavo di cadere nel delirio più puro quando apparve il presidente russo Vladislav Mindijatov: con faccia scura e sguardo accigliato quasi urlò che la colpa di tutto quello che stava accadendo nel suo paese, e che contagiava ormai il vicino Kazakhstan e minacciava la Mongolia, era colpa nostra, colpa degli Stati Uniti d’America. Mindijatov asseriva che il satellite supersegreto X-97K lanciato una settimana prima dalla base “George W. Bush” di Sarasota aveva innescato tutto questo. Diceva con veemenza che quel satellite possedeva una qualche arma in grado di incendiare la Russia dalla stratosfera. Credevo che le vene del collo gli scoppiassero tanto era adirato e rubicondo: stavolta non c’entrava la vodka di cui il nostro presidente Peter Tagliaferro raccontava Mindjatov fosse grande appassionato.

Il 6 agosto, triste giornata, si ricordava il 90° anniversario dello scoppio della prima bomba atomica ad Hiroshima. Per un buffo ricorso storico, quel giorno le fiamme, nonostante il febbrile lavoro dei soldati russi attorno all’impianto, divorarono la centrale nucleare di Mayak, negli Urali. Gli effetti furono catastrofici, un insieme di bombe atomiche lanciate all’unisono: milioni di vittime nel raggio di centinaia di chilometri, poi la nube radioattiva si spostò sull’Asia Minore e devastò i paesi arabi. Il mondo era attonito, incredulo, terrorizzato.

Passarono cinque giorni e Mosca – ma in realtà i vertici si trovavano nella città di Vorkuta, nell’estremo nord – decise che era giunta l’ora di passare al contrattacco. Mindjatov premette il pulsante rosso e ordinò l’attacco nucleare contro l’America. Ne fummo informati quasi in tempo reale. Il presidente Tagliaferro si rifugiò nel bunker sotto la Casa Bianca, il suo vice Alan Kawasaki fu portato in un luogo sicuro e segretissimo. Piangeva Peter Tagliaferro quando sibilò l’ordine di rispondere all’attacco. “Dio mi perdoni” disse.

Sono trascorsi sei mesi: le piogge radioattive hanno reso sterile e inabitabile il pianeta, o meglio il deserto che un tempo chiamavamo Terra. Tecnicamente sarebbe primavera. Ma noi non siamo più usciti da questo bunker: abbiamo scorte per decenni e quel che resta di un paese da governare. Il presidente Tagliaferro è invecchiato di anni in questo breve lasso di tempo. Ancora non si dà pace. Ogni tanto mi fa chiamare e mi dice: “Jonathan, mio consigliere, non era che un satellite-spia, non serviva che a carpire fotografie dall’alto. Perché? Perché?”. Ho l’impressione che giorno dopo giorno il nostro leader stia diventando pazzo.

   Nuclear-fallout

IMMAGINE © WINDOWS 8 WALLPAPERS

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