sabato 7 agosto 2010

Al mare, quando piove

 

La mattina mi svegliai avvolto nel grigiore. Ci volle qualche istante in più per capacitarmi, per ricordarmi che mi trovavo in una camera d’hotel. Nuvoloni minacciosi arrivavano da nord-ovest, presto si sarebbe scatenato il fortunale. Scendendo per la colazione incrociai Claudia. Da qualche giorno avevamo legato: in spiaggia eravamo vicini di ombrellone e in breve avevamo realizzato una larga “casa comune” per i nostri due lettini. Quella mattina però il litorale sarebbe certo rimasto deserto.

Claudia, tra un morso e l’altro del suo croissant, chiese: “Oggi che si fa, con questo tempo?”. Giocare a scala 40? Risolvere parole crociate? Chiudersi in camera a guardare il soffitto? “Io una mezza idea ce l’avrei...”

Prese la sua borsa e partimmo. La temperatura si era notevolmente abbassata ed era piacevole viaggiare. Ci immettemmo sull’A4 e in un’ora fummo a Venezia. Lasciammo l’auto al parcheggio di Fusina, l’unico indicato libero dai semafori sul cavalcavia dell’auto­strada, e in vaporetto raggiungemmo San Marco attraverso il Canale della Giudecca. Claudia era stupita nel vedere le navi ormeggiate, così grandi sopra di noi. Sentivo come un groppo in gola. Non tornavo a Venezia da allora, da quel luglio di tre anni prima che aveva segnato una svolta nella mia vita. Lei se ne accorse, forse c’era anche una lacrima nei miei occhi. “Qualche cosa non va” disse con voce infinitamente dolce. Non era una domanda, ma una constatazione che Claudia faceva con femminile intuito. Fu una liberazione per me raccontare a qualcuno - ed era la prima volta che lo facevo - quella storia che mi aveva lasciato l’amaro nel cuore per molto tempo.

Dissi tutto di Bibiana, delle sue dita da pianista che mi avevano stregato, dei suoi modi gentili, della sua dolcezza. “Sì, ti assomigliava, c’eravamo incontrati in un caffè, la sera facevamo lunghe passeggiate in centro, a vedere i negozi. Fu il classico colpo di fulmine. I giorni con lei passarono in fretta poi ci dovemmo separare: i miei impegni e i suoi esigevano strade diverse. Il giorno dell’addio era un mattino nuvoloso come questo. Non facevo altro che piangere e pensare a lei. Il giorno dopo ero a Venezia per presentare una mia mostra: nascosto dietro un paio di occhiali a specchio, vagavo per le calli in cerca di serenità. Le cupole, i monumenti, il sole, rimarginarono la ferita solo superficialmente. Poteva forse sembrare che io fossi allegro ma dentro morivo in continuazione. Solo il tempo a fatica è riuscito a guarirmi ma ora sento che il male è ancora nel mio cuore e cerco qualcuno che lo possa definitivamente estirpare...” Avevo parlato e mi sentivo molto meglio. “Marco, lei deve aver contato molto per te, vero?” commentò Claudia. La vedevo stranamente indecisa, combattuta, come se fosse preda di un’inquietudine.

Il vaporetto attraccò in Piazza San Marco. Turisti giapponesi fotografa­vano la basilica e il Palazzo Ducale. Vidi una smorfia sul viso di Claudia tramutarsi in un sorriso e cominciò a parlare: “Devo dire che anche tu conti molto per me. Sai, sono partita per sfuggire ai miei problemi. Oh, non è che siano problemi molto gravi. Volevo solo vedere se è questa la mia dimensione, valutare l’amore, il senso della vita. I primi giorni mi chiedevo cosa fossi venuta a fare in quel posto, non sapevo cosa fare, cosa dire... poi ho conosciuto te e sono riuscita a tornare serena. Sì, avevo paura di cadere in un altro amore senza senso, tanto per dire che sei innamorata e invece ho trovato un vero amico”. Mi abbracciava e piangeva lacrime di gioia. “Su, non piangere. Se piangi quando sei felice, cosa farai quando le cose non ti andranno bene?”

Pranzammo in una pizzeria nella Salizzada San Lio e ci incamminammo verso Rialto. Si stringeva a me, io avevo il braccio sulle sue spalle, sembravamo due innamorati. Glielo dissi. La sua risposta fu un bacio da innamorata. Sul ponte di Rialto una ragazza suonava la chitarra seduta sul suo sacco a pelo e un capannello di turisti la stava ad ascoltare. Di tanto in tanto qualcuno andava via, qualcun altro arrivava. Seduti sulla spalletta del ponte ci tenevamo per mano. Era tornato il sole e i vaporetti lasciavano scie d’oro sulla laguna. La ragazza cantava “… e tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d'amore fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai, fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai…”

*

Cose che capitano al mare quando piove. Io invece mi chiudo in camera a immaginare storie e scrivo racconti…

 

Steff Green, “Honeymoon in Venice”

2 commenti:

Vania e Paolo ha detto...

...questo racconto è perfettamente vero ...e rilassante nonostante quelle lacrime "amare".
....ma tutto fà parte del "gioco" della vita.
Ciao Vania

DR ha detto...

quello che dicevamo l'altro giorno a proposito della vita...