sabato 17 luglio 2010

Piano-bar


Inseguendo una libellula in un prato un giorno che avevo rotto col passato quando già credevo di esserci riuscito son caduto… Il pianista, un tracagnotto sui trentacinque anni con i blue-jeans e una camicia bianca dalle maniche rivoltate picchiava sui tasti e cantava al microfono atteggiandosi come se si trovasse sul palco del Teatro Ariston per il Festival di Sanremo. Ma non era che il Mojito Bar, un locale della riviera con panche a ferro di cavallo che accoglievano i tavoli e lampadari bassi in stile liberty intonati ai posacenere di vetro della Coca-Cola.

Era stata Anna a condurre lì la compagnia, eravamo in cinque, arrivati stretti sulla vecchia Fiat di Vincenzo, l’amico di Terni che era venuto a villeggiare: oltre a noi tre, c’erano suo fratello Luca e Miriam, un’amica di Anna. L’estate era ormai al suo colmo, luglio si avviava alla fine e il caldo era insopportabile. E l’uomo del piano suonava e suonava e sudava e ogni tanto sbagliava qualche parola. Non esistono leggi in amore: basta essere quello che sei. Lascia aperta la porta del cuore e vedrai che una donna è già in cerca di te.

Ci portarono da bere: in spregio al nome del locale, Luca e Vincenzo avevano chiesto un calice di spumante italiano, io avevo un Cuba Libre e le ragazze due frappé alla banana. La sera scivolava via leggera sotto le pale del ventilatore, scherzavamo e ci raccontavamo… Anna rideva e mi parlava del futuro, mi diceva parole che non riuscivo a far combaciare, come tessere di un puzzle che non trovavano posto. Forse mi diceva anche “Amore mio”, esprimendosi però con diverse parole e io che ritenevo potesse essere la donna della vita, non riuscivo a comprenderle, non mi capacitavo. Suddenly, I'm not half to man I used to be, there's a shadow hanging over me. Oh, yesterday came suddenly.

Quell’attimo si confuse, divenne subito ricordo. Anna, che teneva la testa appoggiata alla mia spalla, si alzò, o almeno provò a farlo. Sembrava quasi ubriaca, come se in quel suo frappé qualcuno avesse messo della vodka. Non seppi spiegarmi quella sua ebbrezza, non riuscii a capire se fosse un’emozione che voleva frustrare o un modo di nascondere qualcosa. Finalmente, Anna riuscì a mettersi in piedi, rischiando di battere la testa nei bassi lampadari in stile Liberty. Disse: “Vado a vedere se il pianista può suonarci qualcosa di Battisti”. Intanto lui continuava a pestare sui tasti e a cantare nel microfono: Scopare bene, scopare bene, questa è la prima cosa, cercare un'altra donna, un'altra donna che non sia troppo vuota, per ritornare di sera e non sentirsi ancora soli, ancora più soli.

Anna aspettò che l’uomo terminasse il pezzo di Venditti, poi confabulò con lui qualche secondo e quando tornò a sedersi già cominciavano a diffondersi nell’aria le note di “Emozioni” e le prime parole: Seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi ritrovarsi a volare e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare un sottile dispiacere… Sentirla lì al mio fianco, seduta, mi infuse coraggio. Aveva la mano appoggiata sulla panca ricoperta di velluto, cominciai ad accarezzarla con delicatezza, mentre gli altri non vedevano. Lei lasciò fare per un po’, poi la strinse e mi guardò. Il suo sguardo era radioso, la sua bellezza promanava come una fosforescenza nella luce soffusa del locale. Il pianista finiva di stonare un’altra canzone: Ed io non ci credevo io e ti tenevo stretta io coi vestiti inzuppati… stare lì a scherzare… poi fermarci stupiti… io vorrei cioè… ho bisogno di te… ho bisogno di te… dammi un po' d'amore...

Uscimmo sotto un diluvio di luci in una notte di mare che sapeva di sale e di umido. L’auto di Vincenzo era parcheggiata lungo il viale, duecento metri più in là del Mojito Bar. Stavamo per avviarci quando Anna mi prese per la mano. “Andate pure”, disse agli altri “noi torniamo a piedi lungo la spiaggia”. Nessuno ebbe nulla da obiettare, probabilmente avevano visto la mano di Anna che tratteneva la mia come una bambina può stringere il filo del palloncino perché non scappi. “Buona notte” ci dissero.

Il lungomare era lì, cento metri oltre: attraversammo la strada e varcammo l’ingresso sella spiaggia. Gli ombrelloni incappucciati erano file e file di soldatini. La mano nella mano ci incamminammo. Erano almeno tre chilometri da fare: pregai che non finissero mai. La luna piena che accendeva il mare di riflessi d’argento ingigantiva il sogno.


Alberto Sughi, “Piano-bar”, olio su tela, 2003

5 commenti:

concetta t. ha detto...

Bello.

DR ha detto...

un'idea che ho provato a sviluppare a furia di postare su FB brani da Youtube.

Vania e Paolo ha detto...

...come non può piacermi con tutta questa musica...:)

...l'unico neo...la canzone di Ferradini...che proprio non la riesco a digerire...una violenza contro le Donne.

...Bravo!!!
ciaoooo Vania

DR ha detto...

Ferradini? Un mito che ha cresciuto generazioni di ragazzi. Non è un testo misogino: mostra due modi d'amare e poi conclude con un uomo rimasto solo e scottato - anche le donne feriscono - che apre alla speranza...

Vania e Paolo ha detto...

...sono perfettamente d'accordo che anche le donne feriscono....alle volte più degli uomini.

...si, il finale lascia alla speranza...ma...solo il pensiero di quella famosa frase...:(...:)
ciaoo Vania