sabato 8 maggio 2010

Hautes-Alpes

 

    Di buon mattino passammo con l'auto la dogana del Monginevro dopo aver cambiato in franchi i nostri pochi spiccioli e maledetto il traffico che intasava la statale nella valle della Dora Riparia. La strada subito cambiò d'aspetto: sembrava più linda e ordinata a noi che eravamo abituati allo sbando e alla rovina che caratterizzano le strade italiane; quelle righe gialle dipinte di fresco ci facevano meraviglia. Ben presto dei segnali stradali arrugginiti crivellati di proiettili ed enormi buche nell'asfalto ristabilirono la giustizia e il nostro giudizio divenne più ragionato e meno autolesionista.

    Lunghi tornanti scendevano tra i boschi di larici verso la valle della Durance; traversata Briançon, ci trovammo in una strada che costeggiava il fiume, argenteo e irrequieto, e la ferrovia. Mi prese una gran voglia di viaggi in treno attraverso campagne sconosciute, il sogno di lasciare i frutteti del Veneto, le montagne che cullano l'Adige nel loro grembo, gli sterminati campi di mele del Sudtirolo, e salire verso il Mare del Nord, traghettare in Svezia, abbandonarmi a osservare i ghiacci dove nessun treno più va oltre. Oppure scendere nell'Est europeo sulle piste dell'Orient Express, in una magia che porta a Sofia e a Istanbul...

    Le canoe zigzagavano tra i massi, oltre il fiume muovevano le loro chiome al vento campi di grano e di lavanda. Attraverso una stretta gola che ricorda la Val d'Ega tra Bolzano e Nova Levante, salimmo seguendo un camion di sabbia che sbuffava e procedeva lento come un elefante di Annibale. Nostro compagno era sempre il fiume che rumoreggiava sulla destra, rilucendo.

    Ci fermammo a pranzare in un villaggio che si animava del mercato con i paesani che acquistavano formaggi, salami e miele. Qui il fiume incanalato intersecava due viuzze formando due ponti: lì tra una charcuterie e una boulangerie l'insegna "Restaurant".

    Dopo pranzo, nel deserto del villaggio ancora a tavola, ci attirò l'idea di oziare ai tavolini all'aperto di un café. Conoscemmo così Nathalie, la cameriera che ci portò i cognac e che ci disse che studiava italiano. Si sedette con noi e cominciò a raccontare un po' nella nostra lingua un po' nella sua: ci disse che abitava sola, ora che il marito era fuggito in Alsazia con un'altra, una ballerina da quadro di Degas, ma che in fondo si trovava meglio così, senza dover sempre rendere conto a qualcuno. "Sì, sono libera, comment on-dit? ... emancipata, j'amerai venire a lavorare in Italia, a Firenze o a Roma, ma il mio sogno c'est Venise... Qui di turismo ce n'è poco e poi è tutta gente di montagna".

    Prima di lasciarci andare Nathalie volle regalarci due bottiglie di vino di quelle parti, un vino color dell'ambra. In una cartoleria dove eravamo in cerca di souvenirs - un domino di legno, corni intarsiati, coltellini Opinel - il proprietario ci mise in guardia sull'aroma di quel vino: "Ce n'est pas champagne ni Chianti! Le vin d'ici c'est mauvais". L'uomo parlava solo francese e molto velocemente, ci costava fatica seguire le sue parole. Filosofò un po' sulle donne e sul tempo, che da anni non portava neve se non a stagione finita. A una nostra richiesta ci spiegò la strada migliore per tornare in Italia.

    Tra curve e controcurve la statale si inerpicava verso il Colle dell'Agnello, nel Parco del Queyras, dove le mucche pascolavano beate. Un vento gelido ci accolse alla frontiera: nessuna dogana, nessun controllo. Solo più in basso un finanziere seduto fuori da un capanno di lamiera con il tricolore italiano ci fece segno di passare senza nemmeno guardarci. Eravamo davvero tornati in Italia.

25 ottobre 1990

 Val Preveyre

FOTOGRAFIA © MICHEL LALOS

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