sabato 26 dicembre 2009

Un mattino di neve


È sceso alla fermata della metropolitana di Cadorna, le mani nelle tasche del cappotto, il viso basso per evitare la lama tagliente del freddo. Per le strade c'è ancora la neve, immense montagne nere di smog lasciate sui marciapiedi e una poltiglia grigia sull'asfalto; solo sui tetti permane il bianco candore. Mentre alza lo sguardo per controllare il colore del semaforo di via Carducci la vede, bionda, biondissima, con una pelliccia di volpe argentata e i pantaloni neri. Nonostante la neve, non ha stivali ma le solite scarpe con i tacchi, che lasciano intravedere le calze di nylon. Si chiede per un attimo se non possa essere un'altra, una che le assomigli moltissimo. Ma quando il semaforo dà il verde riconosce la sua andatura flessuosa. È proprio lei, lei che lo ha trattato come un burattino, che lo ha rivestito di bugie, che lo ha umiliato con i tradimenti, che lo ha dileggiato con strafottenza. "Ti telefono io" poi non si era fatta più viva. "Ti telefono io" una settimana fa. Invece le ha telefonato lui, e naturalmente non rispondeva nessuno.

Ha l'impulso di fermarla, di dirgliene quattro in mezzo alla gente; poi si rende conto che la ama ancora, la ama perdutamente. È incuriosito, decide di seguirla, decide di sciogliere qualche dubbio. Quante volte la chiamava e lei adduceva gli impegni più strani: un corso di fotografia, una sartoria, una scuola di ballo alle ore più assurde. Quanti appuntamenti rinviati, saltati. Quante volte lui c'era andato e aveva atteso invano, un'ora, due ore. Trascurava anche l'ufficio, il suo lavoro di arredatore e lei come lo ricompensava?

La segue a distanza in Corso Magenta, la vede acquistare una rivista. Poi c'è un semaforo rosso, un tram gli si ferma proprio davanti. Quando riparte non la vede più. Accelera il passo. Entra in via Meravigli. Di lei nessuna traccia. Si sente un po' avvilito, deluso; pensa a tutti i posti dove può essersi ficcata ma non gli viene in mente niente. A Piazza Cordusio qualcuno lo ferma: è Manenti, un collega d'ufficio ora in pensione. Manenti gli offre un aperitivo ma lui è apatico, amorfo, sente le ginocchia tremare. Si siedono. Dieci minuti dopo ha come un tuffo al cuore: lei è entrata nel bar, è sola e ha un sacchetto. Dunque era entrata in un negozio, una boutique alla moda. Resta nel suo angolo di osservazione senza badare molto alle chiacchiere di Manenti. Eppure deve ringraziare lui se l'ha ritrovata.

Quando lei si alza, saluta Manenti e lo lascia con il pretesto di un appuntamento. È mezzogiorno, ormai. La segue per via Mercanti; la vede entrare in una libreria. Comincia a pensare che questo inseguimento è del tutto infruttuoso e che è anche una cosa un po' meschina. E se poi scopre davvero qualcosa sul suo conto? La amerà ancora o non ci riuscirà più? Finalmente lei esce e lo libera da questi pensieri che si inseguono come dentro un labirinto. Lei torna indietro e prosegue per via Dante. Sono le dodici e venticinque. Davanti al bar si imbatte di nuovo in Manenti: "Stiamo facendo il girotondo, eh..." gli butta lì quello e lui, preoccupato che Manenti voglia accompagnarlo e gli faccia perdere di vista lei, dice distrattamente "Sì, il girotondo" e riparte mentre il semaforo è già rosso.

Lei sta camminando verso la stazione della metropolitana; decide di chiamarla: "Simona!". E Simona si volta, "Ah, sei tu..." dice senza nemmeno salutarlo. "Vai a pranzo?" lui chiede. "Sì". "Potremmo andarci insieme; c'è un ristorante a pochi passi da qui..." ma lei, impietosa, gli taglia le gambe per l'ennesima volta: "No, oggi no: vado da un'amica". La saluta. Lei lo saluta con malcelata insolenza. Non sa che fare. Esita un attimo poi torna a seguirla più da lontano. Da­vanti al Castello la vede salire su una BMW grigia; è lontano ma riesce a vedere che alla guida c'è un uomo. Torna sui suoi passi, spera che il suo amore si sia dissolto come la neve che si sta trasformando in acqua, spera da un momento all'altro di sentirsi finalmente libero. Non è così: dentro di sé sente il suo amore travolgerlo sempre più forte e il bruciore di una nuova ferita nel profondo del­l'anima. Ma la ama.

1986

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Gina Brown, "Red umbrella"

sabato 19 dicembre 2009

La bella amazzone


Nell’incendio dorato del tramonto rimane una lunga scia rossastra proprio dove l’orizzonte cede il passo alle piante spoglie oltre l’Arcivescovado. È la ferita sanguinante del mio cuore colpito dalla freccia scoccata da Cupido, centrato dal dardo piumato nell’ora d’oro che spegne il giorno d’inverno a secchiate di nebbia.

In quel velo di foschia l’apparizione si è dissolta, svanita come un etereo fantasma dove le colonne intersecano la via e nuove strade e nuove vite si spalancano. Come nella poesia di Frost per una via si è dileguata la bella amazzone che mi ha colpito pochi istanti prima con la sua bellezza, volata come fumo nel nulla del dicembre milanese, mischiata ad altre donne e ad altri uomini che si muovono frenetici con borse piene di pacchetti regalo in questo giorno oramai prossimo a Natale. Frost aveva meno dilemmi: due erano le strade. Qui le mie scelte sono disparate: ricercarla verso San Babila o verso il Duomo? Pensare di ritrovarla in Via Santa Radegonda o in Via San Pietro all’Orto? Pescarla in Santa Tecla o in Via Larga? Le strade di città sono intricate come un antico bosco, i negozi sono le pareti di un complicato labirinto illuminato: la bella è ormai perduta…

Rimpiango già il suo farsetto scuro e il cappellino, le lunghe gambe inguainate, gli stivali, i capelli color rame imbrigliati in una lunga treccia. Il suo riflesso arde ancora nell’aria…


Fotografia © Luigi Petrazzoli

sabato 12 dicembre 2009

Un ragazzo, una ragazza

 
L'intraprendenza con cui aveva abbordato la ragazza stupì in primo luogo lui stesso: non se ne sarebbe creduto capace. Invece, abbandonato ogni timore, messa da parte ogni remora, si era buttato a capofitto in quell’impresa che poco tempo prima aveva giudicato disperata.

Ora erano seduti su una panchina nell’esigua veranda che si affacciava sulla strada, dove un viavai di gente diretta verso il lido era pressoché continuo. Il ragazzo sedeva composto, intimorito quasi dal fascino che sprigionava dalla ragazza come un’essenza che stordisce tutto il corpo, non solo le narici. La ragazza reggeva tra le mani un libro di narrativa italiana del Novecento, che aveva chiuso infilandovi un segnalibro in pelle cremisi per conversare con il giovane che - in modo timido e impacciato, secondo lei - le aveva rivolto la parola. Fu proprio quella goffa timidezza che l’aveva incuriosita; fu solo per quello che l’aveva invitato a sedersi, o almeno così in un primo momento le era sembrato. Ora che il ragazzo aveva cominciato a parlare di sé e di cose che, pur sembrando di poco conto, avevano una certa profondità, però la ragazza si sentiva attratta da lui, dal suo modo di parlare, come se il ragazzo - o la sua mente - emanassero un fluido. Ne percepiva tutto l’intimo tormento, con l’immensa dote del suo intuito femminile, riusciva a capirlo, a comprenderne le ragioni e le sofferenze e si sentì come investita da una missione: consolarlo, guarirlo, salvarlo. Ma da cosa ancora non sapeva: sapeva solo di dovergli stare vicino, di parlargli, di raccontarsi sinceramente come lui ora si stava raccontando, senza pudori.

Il sole era velato da una cappa plumbea d’afa ma lì all’ombra dei pini soffiava una brezza leggera. La ragazza si era ripromessa di fare compere quel pomeriggio, di girare nei negozi. Aveva adocchiato una maglietta turchese e un bikini coloratissimo sotto i portici del centro. Si disse che era più importante restare a sentire quel ragazzo.

Fu lei a invitarlo per la sera, intuendo che forse lui non ci sarebbe riuscito: propose al ragazzo di recarsi al cinema all’aperto, dove c’era in programma un film americano. Il ragazzo avrebbe voluto dissimulare la gioia che provava per quell’invito, per quel poter restare ancora con la ra­gazza, ma non vi riuscì e lei lo comprese benissimo.

Il cinema K. era nei pressi della chiesa, all’altra estremità della cittadina, dove si aprivano il vasto parco pubblico e, oltre i villini di più recente costruzione, la campagna. I due ragazzi avevano appuntamento per le otto e mezza davanti al giardino dove si erano incontrati: lui arrivò in anticipo e si guardava attorno ansiosamente quando lei, con un leggero ritardo, arrivò. Vestita di rosso, la sua bellezza fiammeggiava - pensò il ragazzo - sfolgorava come un tramonto d’estate. Guardò il cielo a Occidente e non poté fare a meno di paragonare la bellezza del cielo a quella di lei. Non se n’era ancora reso conto, ma quello che provava non era altro che amore.

Attraversarono i negozi del centro dove le luci si accendevano con i loro aloni crepuscolari e giunsero al cinema: si sistemarono sulle poltrone di ferro verniciate di blu e attesero in silenzio l’inizio della proiezione. Una luna piena e burrosa si stava levando oltre il telone, i lampioni si spensero e iniziò il film. Era la storia di un omicidio e di un processo in cui l’accusato era un innocente.

I ragazzi stavano pensando a cosa dire, a cosa avrebbero fatto una volta usciti dal cinema. Lui si chiedeva se metterle un braccio attorno alle spalle avesse rovinato tutto, esitò a lungo, poi si decise a compiere il gesto. La ragazza si strinse a lui.

Finito il film, uscirono nelle strade ancora affollate di gente, mentre i negozi chiudevano. La sera era diventata fresca e piacevole, perché una leggera brezza soffiava dal mare. Senza quasi accorgersene i due ragazzi si erano ritrovati mano nella mano nell’ampio piazzale davanti alla spiaggia. Gli ombrelloni chiusi e incappucciati erano in fila come soldatini di piombo, i riflessi argentei della luna coloravano le onde. Al largo tremolavano due luci, forse una chiatta o un peschereccio, più in là le luci della costa formavano una col­lana luminosa. Grilli cantavano nella pineta, da dove giungeva un balsamico odore di resina. Il ragazzo confessò che scriveva poesie ed era la prima per­sona a cui lo diceva. Ora lo sapeva che era amore: proprio da questo rivelarsi lo aveva capito, da questo desiderio di non avere segreti per la ragazza. Lei lo guardò in silenzio, poi disse che avrebbe tanto voluto leggerle. Poteva quasi toccare l’anima del ragazzo. Avvicinò le labbra a quelle di lui e si baciarono.

 

 lovers_in_midnight-other

IMMAGINE © HD WALLPAPERS

sabato 5 dicembre 2009

Non eri mia


Non sei mia. Non lo sarai mai. Non lo sei mai stata. Mi è solo parso per un attimo o un’estate che tu lo fossi. Ma non lo eri: tu eri semmai la scialuppa di salvataggio e io il naufrago alla deriva nell’oceano, aggrappato a te con ogni mia forza. Una nave di passaggio mi ha tratto in salvo e tu sei galleggiata via, per sempre.

Eppure in quei giorni riuscire o fallire erano così simili a vivere e morire e colpi di stiletto mi trafiggevano il cuore. Non eri mia. Non so come abbia potuto crederlo, davvero non lo so: forse ero come un’allodola accecata dallo specchietto e vi stavo precipitando contro, mi stavo sfracellando contro quel tuo amore. Qualche cosa che passava di lì mi ha distratto, mi ha salvato facendomi deviare la picchiata.

Non eri mia, eppure l’apparenza deve avermi ingannato; recitavi Prévert: “Noi ci amiamo noi viviamo, noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita cosa sia il giorno e non sappiamo cosa sia l’amore”, ti stringevi a me, lasciavi che le mie mani ti cingessero, ti comprendessero, ti abbracciassero tutta. Non eri mia. Uscivi dal mio abbraccio e scomparivi per giorni interi finché all’improvviso nella posta, tra comunicazioni della banca e depliant pubblicitari, compariva la tua lettera, bianca, profumata.

Guardavo il francobollo verde, leggevo l’annullo postale per sapere dove ti trovassi, con mano incerta laceravo l’orlo superiore della busta rischiando di ferirmi con il tagliacarte per l’emozione. E leggevo la tua scrittura tondeggiante e inclinata sulla sinistra, lasciavo che il “Carissimo”, i “mio caro”, gli “amore mio” mi colassero in gola fino a strozzarmi, gioivo delle ”entusiasmanti novità”, scorrevo avidamente la lettera fino all’agognata chiusa “Incontriamoci…”

Ma non eri mia. Ci incontravamo dove proponevi tu, come sempre avevamo fatto: anche quando uscivamo nei giorni felici eri tu a guidare le danze, a dire “Andiamo in quel bar” o “Proviamo quel nuovo locale”, eri tu a scegliere le strade, le discoteche, i negozi, come una padrona di casa. E ci incontravamo, ci baciavamo, parlavamo del tempo passato da soli, dei nuovi progetti, delle complicazioni insorte, recitavi Prévert: “Amore mio noi ci amiamo noi viviamo noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita e non sappiamo cosa sia l’amore”.

Non eri mia. Dopo qualche tempo scomparivi e io aspettavo che ritornassi, che telefonassi, che scrivessi da chissà quale luogo. E tu ritornavi, telefonavi, scrivevi… Finché un giorno te ne andasti in modo diverso, iroso, sbattendo la porta, nera, e qualcosa dentro di me disse “Non torna, non tornerà più”.

Non eri mia. Non lo sei. Non lo sarai mai. del resto non lo sei mai stata. Mi è parso solo per un attimo o un’estate che tu lo fossi, ma non lo eri. Io però continuo a cercare nella posta una tua lettera con il francobollo verde, un verde più intenso, un verde quasi blu, perché da allora sono cambiate anche le tariffe postali.


Jack Vettriano, “In thoughts of you”