sabato 28 novembre 2009

Una vecchia storia da raccontare


Quattordicesimo secolo: c'è grande festa nel castello di Brivio per il matrimonio tra il barone Oldrado e Ermellina. I cuochi hanno predisposto un grande banchetto con pietanze raffinate e fiumi di vino, ma la bella sposa è triste: nel suo cuore c'è posto solo per il poeta Tibaldo, al quale si è promessa con il pegno di una viola del pensiero legata da una ciocca dei suoi biondi capelli. Eppure, la vecchia indovina di Pontida aveva profetizzato a Ermellina e Tibaldo che avrebbero finito i loro giorni teneramente abbracciati...

Il tempo passa lentamente. Un anno dopo Oldrado è costretto ad abbandonare l'infelice sposa per andare a combattere i Visconti a fianco delle truppe guelfe: Ermellina lo saluta fredda e distaccata ed il barone parte per la guerra con il cruccio di quella moglie così distante e apatica. Ermellina è sola e, la notte, sente la voce di Tibaldo che le fa la serenata da una barchetta sull'Adda, che forma un lago sotto le mura del castello. La donna, come Odisseo davanti al canto delle Sirene, stoicamente resiste, ma Oldrado continua a essere lontano, impegnato in sanguinose battaglie tra guelfi e ghibellini: Bernabò Visconti avanza e conquista città su città. Una sera, vinta dalla passione e dal rifiorire della primavera, Ermellina non riesce a resistere al richiamo: spalanca la porticina che dà sul lago e si getta nelle braccia di Tibaldo. Da quel momento per lei c'è solo il poeta, c'è solo quel grande amore: si incontrano tutte le notti e si abbandonano al desiderio; con il passare del tempo abbandonano anche la prudenza.

Così una notte, scesa dalla porticina che dà sul fiume, Ermellina con sorpresa ed orrore invece del morbido e gentile braccio di panno del bel Tibaldo trova ad accompagnarla sulla barchetta il duro ferro dell'armatura di Oldrado: è perduta, terrorizzata, ma la rincuora sapere che almeno il suo amante è in salvo. Ahimé, non è così: sbarcati sull'isoletta in mezzo al lago il cupo marito le mostra il corpo senza vita di Tibaldo; al centro del petto, fiorito in una macchia rossa, svetta il manico dorato di un pugnale. Ermellina si getta piangendo sul corpo esanime del poeta e Oldrado la trafigge con la stessa arma. L'onore del barone è salvo, la vendetta consumata: i due corpi vengono gettati nel lago, ancora abbracciati. La profezia della vecchia indovina di Pontida si è avverata. Quella notte stessa Oldrado scompare, nessuno sa più dove sia finito.

Raccontano che, molto tempo dopo, durante lavori di restauro del castello, sotto una lapide consunta spuntò il corpo di un guerriero: da quello che restava del costato spuntava un pugnale con il manico dorato...


Ingres, “Paolo et Francesca”

sabato 21 novembre 2009

La felicità del sogno


La felicità degli spot pubblicitari è palesemente falsa. La famigliola che siede felice al tavolo di cucina per la colazione è fuori dal tempo e forzatamente allegra. E la felicità del sogno come può essere giudicata?

Ma cominciamo dall'inizio: sono in un albergo con la solita comitiva di amici, al momento di ammassare i bagagli al mattino e intraprendere il viaggio di ritorno. C'è ancora una mezz'ora per il caffè e le brioches. Un hotel anonimo di una non nominata città e da nessun elemento si può risalire alla località, dire se sia una città di mare o di lago o di montagna.

Vedo l'uomo alla reception - un bancone con computer e postazione telefonica - guardarmi e poi stupito riconoscermi e salutarmi. Anch'io riconosco in quel quarantenne il ragazzo che era: sebbene il suo volto sia quello di un attore del film che ho visto la sera prima, è indubbiamente Alberto. Ricordo anche il suo carattere quando, scherzando come un tempo, mi chiede se io desideri un sacchetto ed io, presagendo che si tratti della solita boutade, titubante rispondo di sì. “Eccolo” - mi dice porgendomi uno di quei grandi asciugamani che si usano nelle docce degli alberghi - “per incartarci l'elicottero!”. Arriva mio cugino, stranamente aggregato alla compagnia, della quale non ha mai fatto parte, e Alberto riconosce anche lui, molto stupito evidentemente di non trovarlo più bambino.

A questo punto c'è uno stacco quasi cinematografico, lascio l'asciugamani sul bancone ed entra una donna, vestita con un tailleur pantalone nero ed una camicetta bianca; anche i capelli sono scuri, sebbene non corvini: è Anna! Mi abbraccia con trasporto, felice di vedermi. Il tempo deve avere operato un cambiamento, quasi rovesciando i ruoli: è lei quella che attendeva innamorata.

Alberto, intuendo l'importanza del momento per la sorella Anna, dice a mio cugino: “Vieni, lasciamoli un po' soli” e lo conduce via.

Io e Anna rimaniamo lì stretti stretti, allacciati in un abbraccio caloroso, come se non volessimo lasciarci mai più, ora che ci siamo ritrovati. Ci rubiamo con gli occhi mentre la comitiva lentamente si raduna scendendo dalle stanze e passando accanto a noi per entrare nel salone della colazione. Tutti ci guardano e sono immensamente felici per me.

Anna allora mi conduce nel salone, ad un tavolo isolato dagli altri, probabilmente quello padronale o di servizio dove mangiano i cuochi e il personale. Sediamo e ci teniamo la mano sulla tovaglia bianca continuando a guardarci e a parlare di noi. Mi sento al colmo della felicità.

Mi sono svegliato. Fuori sta piovendo molto forte, l'acqua scroscia rumorosamente. Guardo la sveglia: sono le 5.35. E allora silenziosamente piango qualche secondo: credo sia il rimpianto, la consapevolezza che si sia trattato soltanto di un sogno, per quanto abbastanza verosimile. Ma, all'improvviso, mi assale la stessa felicità che ho provato nel sogno, e sorrido beato. Mi addormento per cercare ancora la Musa, se sia rimasta ad aspettarmi in qualche angolo del sogno...


sabato 14 novembre 2009

L’uomo elegante


Il vento scuote i campanelli appesi fuori sul balcone, il canarino nella gabbia comincia a muoversi irrequieto, a emettere non il suo canto melodioso ma note stridule. Anche la caffettiera si è messa a borbottare e la portinaia esce a controllare, abbandona la guardiola con un senso di inquietudine.

C’è un uomo vestito di tutto punto, elegante. Ha un cappotto antracite di ottimo taglio, sotto il quale si intravede una cravatta nera, i pantaloni scuri hanno una piega perfetta. Sotto gli occhiali dorati che gli danno l’aria distinta da professore, da illustre medico, si accende un pizzetto brizzolato. Sotto il cappello di feltro si può notare la chioma fresca di barbiere. Intimorisce. Ma Vincenza, la portinaia, è un donnone che ne ha viste tante, sono trent’anni che occupa quella guardiola e conosce il modo per difendersi e offendere…

«Buonasera. Desidera?» L’uomo, non certo intimidito, ma quasi sorpreso di trovare una reazione così energica, rimane pensieroso un secondo, poi risponde «Il magistrato Brambilla…» Vincenza gli indica dove può trovarlo, al terzo piano, interno sei, e ritorna al suo caffè, al caldo della sua portineria dove il canarino ora è tranquillo sul trespolo. Anche la campana a vento tace, fuori il buio è totale, anche la nebbia dev’essere scesa a coprire ogni cosa. Eppure, c’era qualcosa di strano in quell’uomo, un ghigno sottaciuto, un particolare che lo rendeva antipatico. Vincenza si ripromette di parlarne al magistrato, un uomo così cordiale, in pensione da tanti anni e sempre gentile con tutti. Ogni tanto, tornando dalla sua passeggiata mattutina le lascia il giornale sfogliato al circolo. Sempre premuroso, sempre educato, un vero signore…

Il canarino si agita, un passo rimbomba per le scale, fuori una nuova folata smuove le campanelle. Con la coda dell’occhio Vincenza riesce a scorgere l’uomo con il cappotto nero. Un medico, pensa, anzi, un chirurgo. Se n’è andato senza neanche salutare, la portinaia lo vede svanire nella nebbia.

Un quarto d’ora dopo splende la luna, il cielo è sereno, qualche nuvola vaga qua e là come una pecorella smarrita. Vincenza sale dal dottor Brambilla: non apre. Suona ripetutamente, poi si rassegna a usare le chiavi di riserva. Tutto è in ordine salvo, sul tavolino in salotto, due tazze da tè. Il magistrato giace supino sul letto, fulminato da un infarto.

Ora Vincenza sa chi era quell’uomo…


Henri Gervex, “Uomo elegante su una terrazza”

sabato 7 novembre 2009

Viaggiatore nel ricordo


Attraverso la porta che conduce a mondi inesplorati che parlano di te: una porticina stretta che discende nelle viscere della terra. Come nel “Poema a fumetti” di Buzzati, come nel film in bianco e nero degli Anni Cinquanta tratto da Jules Verne con gli effetti speciali di cartapesta, come il viaggio di Dante nella selva oscura: mostri e spettri mi attendono, il loro nome è ricordi; e se ci sarà una Beatrice a indicarmi la strada verso i cieli puri del Paradiso giocoforza, guarda che paradosso, quella dovrai essere tu…

La prima luce che risplende come una fiaccola nel buio e che guida i miei passi in questa avventura è un riflesso giallo nello specchio appannato di un caffè: come pioveva quella sera, un temporale estivo allagava le strade e scuoteva i pini, rare automobili passavano nella via – una di quelle originò il bagliore giallo, il suo alone illuminò il tuo viso di luce, irradiò la bellezza, la circonfuse d’amore. Ancora adesso posso udire il rumore dei cucchiaini nelle tazze, l’aroma dell’espresso che si perdeva nell’aria umida. Siedo a quel tavolino rosso, osservo i fari riverberare sfumature d’oro sui tuoi capelli.

Archeologo della memoria, riprendo il mio cammino, tento un altro cunicolo, si allarga in una giornata ventosa che spinge lontano grigie nuvole gonfie di pioggia, il cielo si rispecchia nelle pozzanghere dove le tue scarpe basse si bagnano. Saliamo sul pontile, il libeccio sferza i nostri vestiti, li incolla ai corpi, i tuoi capelli sfiorano il mio viso, beffarda carezza ora che non sei più mia. Riprovo identica quella triste dolcezza, forse malinconia, forse nostalgia: due amici fermi a osservare i ragazzi che pescano i granchi con le mollette, le bandiere che ondeggiano con violenza sui pennoni dei lidi, i gabbiani impazziti nella corrente. E quel ballo di qualche sera prima, un cuneo infilato in una storia fino a spezzarla. Lui chissà dov’è adesso, magari nell’appartamento al centro o forse è tornato a casa sua. Ma nella mia mente è lì che ti stringe mentre la musica suona e una luna gialla irride la mia solitudine.

Questo ricordo è doloroso, avanzo in fretta fino a incontrare una spelonca buia: fiamme proiettano ombre tremolanti, ma non è l’inferno. È una fredda sera d’inverno e il fuoco è quello sul quale cuociono le caldarroste: ne è passato di tempo da quel giorno sul pontile, gli anni ci hanno segnato e il caso ci fa ritrovare insieme, tu con il cappotto nero io con gli occhiali e con le scarpe nuove. Come oscillano quelle ombre disegnate dalla pentola forata dove le castagne si abbrustoliscono, così vibra l’amore, nutrito dalle notti trascorse senza te, passate a immaginarti vivere altrove. Ora sei qui e non trovo le parole da dire, mi perdo nel sorriso illuminato dalle fiamme, mi lascio avvolgere dalla notte umida che discende sulla città. Quando sgusci le caldarroste è il mio cuore che sgusci, la sua vecchia pelle finisce nel sacchetto di carta, quella nuova lascia sperare nel futuro…

È piacevole sostare qui, restare sul pavé e parlare con te, ma la memoria ha i suoi tempi, già mi sospinge in un’altra direzione, mi dice che è tempo di risalire in superficie, riapre una botola e mi ritrovo a casa, seduto al computer a scrivere di te. Fuori piove un autunno malinconico e scende la sera sulle foglie gialle e sugli ombrelli che percorrono la via. Ora conosco la strada che devo seguire: prendo il telefono, digito il tuo numero…


Illustrazione di Doré per la Divina Commedia