sabato 31 ottobre 2009

Sabato sera

a Silvio Miglio


Che cos’è questo cielo prigioniero dei monti? Dov’è la libertà se non nella pianura sconfinata? Ma qui vedo sempre quei monti, di sera come sabbia nel tramonto, con la luna ritagliati in cartoncino nero e opaco e poi di giorno ancora lì come una lenta asfissia. E invece io avrei bisogno di spaziare con lo sguardo sull’immensità del mare.

Il treno dal Nord porta le turiste tedesche, scendono schiamazzanti tra le valigie e i lampi di una macchina per fototessere. Nella mia mente un amore perduto o forse mai nato, abortito una sera di luglio quando non trovai il coraggio di baciarla...

Ma cos’è quest’ansia che mi prende come un granchio? Sarà la consapevolezza che la gioventù svanisce sempre un po’ ogni giorno, sarà la nostalgia, il rimpianto per ciò che non è stato?

Ci sono dei sapori che noi che ci troviamo in questa situazione non sentiamo più. Non sono i sapori che possiamo percepire attraverso il gusto ma dei sapori del tutto particolari che forse nessun senso o forse l'insieme di tutti i cinque sensi ci può fornire. Come il sapore del sabato sera uscito dall'immagine di un attimo rubata passando davanti a un supermercato: la gente che si affolla alle casse, riempie carrelli, accatasta sacchetti di plastica; e gli scaffali pieni di scatole e barattoli colorati, il gusto della festa che sta arrivando e si prepara tutto per bene perché la domenica sia felice...

Amico mio, scusami se ti assillo con i miei guai: divertiamoci oggi che è sabato, ceniamo e poi cerchiamo compagnia. E allora crauti rossi cotti nel burro e canederli da intingere nel gulasch; davanti la caraffa di birra e la valle dove ad una ad una si accendono le luci. E con le luci si accendono le stelle e i ricordi. Strüdel al papavero con crema di mirtilli e poi una grappa di pere.

E lungo il fiume donne in passerella per noi nella sfilata d’autunno che è la passeggiata serale: bionde, brune, rosse, minigonne, calze nere, jeans, baschi, abiti attillati... Al solito caffè la cameriera ci strizza l’occhio e ci fermiamo a discutere con lei su che differenza passi tra amore e sesso e intanto il fiume corre via insieme al tempo.

Una gran voglia d’amore mi prende il cuore adesso che vedo le coppie per strada camminare abbracciate e poi infilarsi qui nel bar, davanti a noi, sedersi a parlare davanti a un cappuccino.

E ancora l’angoscia mi pesa nel cuore, forse è una briciola di solitudine in cui mi immergo come si immerge un oggetto nel mercurio, che poi lo togli ed è asciutto, impermeabile a questa solitudine, se poi mi basta un amico per ritrovare il sorriso, amico mio come forse non ne ho avuti mai.


sabato 24 ottobre 2009

Il gioco era quello


Nel gioco io mi chiamavo Guy, lei Karla. Le ore passavano lente come i tram che sentivamo sferragliare nella piazza. Ci pareva di essere personaggi di un romanzo di Kundera, persi in un teorema psicologico, avversati dagli avvenimenti. Fuori poteva anche essere Praga e i carri armati sovietici pronti a sparare sulla folla della rivoluzione. Oppure la vivacità di Parigi, il bianco e nero delle fotografie di Doisneau, di Cartier-Bresson, di Ronis. Bambini con la baguette sotto il braccio, innamorati allacciati sui ponti della Senna, mercatini sui boulevards. O ancora la banale tranquillità della Svizzera, bandiere quadrate e laghi che riflettono un cielo di cobalto.

Sedevamo lì con le nostre facce stropicciate, la luce esterna colava nella stanza come un fluido grigio. Probabilmente tra poco sarebbe scesa la pioggia, se ne avvertiva l’odore di umido e foglie. Ogni tanto dicevamo qualcosa – il gioco era quello – e le parole si disperdevano rimbalzando sui muri, o forse attraversavano le pareti e si scioglievano liquide nell’aria, svanendo per la tromba delle scale, per il balcone dove i pini nani e i vasi di erbe aromatiche contendevano al cielo il poco ossigeno cittadino. Di tanto in tanto ci guardavamo negli occhi – il gioco era quello – con innocenza, con indecenza. Le pupille che si sfioravano erano magneti dello stesso polo, subito si allontanavano per ricercare altrove un punto di vista: il grande dipinto con un vaso di fiori dal quale traboccavano rose e i petali si disperdevano su una tovaglia di stoffa indiana, il soprammobile di ferro battuto che raffigurava un airone, le poltrone di stoffa cremisi, il vaso di cristallo dove smorivano sette tulipani gialli e i riflessi nell’acqua disegnavano piccole iridescenti stelle.

Io, “Guy”, riuscii a dire: «Karla, sei come un rapace notturno che mi impedisce di dormire, sei il grido della nottola che mi sveglia e infrange i miei sogni». Lei, “Karla”, rimase sorpresa, arricciò le labbra prima di rispondere che lo sapeva, che questa è la condizione della vita e che se mi sembrava crudele, ebbene avrei dovuto farmene una ragione. La sua voce era un’armonia anche mentre diceva – il gioco era quello – parole spiacevoli. Il passo successivo era una porta chiusa, un volo di colombi spaventati da una presenza. Ma ancora restavamo lì nella stanza calda. Il mio cappotto, quello di Guy, rimaneva posato sullo schienale di una sedia, ripiegato come una tovaglia da usare di lì a poco. Le mani di Karla sbriciolavano un biscotto rimasto sul piattino, indugiavano come la padrona di casa, si crogiolavano nel tormento di un addio. «Adesso è ora che tu vada» disse dopo un tempo che sembrò interminabile. Il suo viso tradiva l’emozione, una lacrima nasceva sull’orlo della palpebra. Pietà, bontà, dispiacere, rimorso. Chissà che cos’era…

Il cappotto si spiegò come le ali di un corvo, fu sulle spalle. Milano ingrigiva come la Parigi di Doisneau, la pioggia ora scendeva copiosa sugli ombrelli, sulla spalletta del Naviglio. Guy si incamminò con le mani in tasca e il bavero rialzato. Vincitore o vinto? Felice o infelice?


Andre Kertesz, “Chez Mondrian, Paris, 1926

sabato 17 ottobre 2009

Il nostro ultimo incontro


Il nostro ultimo incontro avvenne a Gioia, fuori dalla stazione della metropolitana: tra i grattacieli sembrava l’America. Indossavi uno spolverino bianco, eri bellissima nei tuoi vent’anni. Rapidi ci baciammo sulle guance e poi salimmo sulla tua Seat rossa.

Abitavi vicino, al primo piano, in un palazzo da Vecchia Milano: al piano terra c’era un ristorante. Mi accomodai in una poltrona, tu sedesti sul divano stile Impero, il tuo cane dormiva sul tappeto.

Era l’ultimo giorno di settembre, faceva ancora caldo e le finestre aperte davano su un cielo grigio, sui fumi delle industrie periferiche. Chiudesti fuori il traffico e il rumore, tornasti a me, alla mia camicia jeans.

Parlammo più di un’ora, di progetti, di noi, ma l’atmosfera era di due che non si sarebbero visti più, forse una cartolina nella prossima estate da uno di quei posti di cui andavi raccontando: Barcellona, Portofino, quel sogno della Grecia.

Non c’erano, non c’erano più i ragazzi di qualche estate prima: non sembravano passati due o tre anni, ma dei secoli.

Volesti accompagnarmi alla Centrale: un treno che non urgeva divenne per me un’irrinunciabile esigenza. Seduto al tuo fianco sulla Seat rossa ti guardavo le gambe nei collant manovrare veloci sui pedali. A uno stop non desti la precedenza e una donna gridò “Scema!”. Furiosa in quegli ultimi minuti insieme, infine raggiungesti Piazza Duca d’Aosta. Ci salutammo in fretta nella strada.

Io non ricordo se guardai l’auto svanire lungo il traffico portandoti via dalla mia vita per consegnarti al fascino ammaliante dei ricordi…

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Brent Lynch, “New York state of mind

sabato 10 ottobre 2009

Il vecchio e i cachi


Il vecchio avrà novant'anni. Ha una testolina avvolta da una corona di capelli candidi che lo fanno somigliare a un pulcino spiumato, una barba sfatta e un corpo esile e impacciato che riveste di abiti che hanno visto, come il proprietario, tempi migliori. I calzoni sono oramai sbiaditi, il loro verde s'è fatto colore da camice ospedaliero; il maglione a rombi è un residuato degli Anni '70 e le tarme, anno dopo anno, vi banchettano alacremente.

È qualche giorno che lo osservo: si avvicina furtivo, ma in realtà deve essere la sua andatura naturale, fatta di passettini malfermi, e si apposta sotto il grande albero di cachi vicino alla strada. Il giardino appartiene a una casa rimasta disabitata dopo la scomparsa dei suoi abitanti; di tanto in tanto viene un figlio o una nuora a dare aria alle stanze.

Ma conosce gli orari, il vecchio... È lì sotto la pianta e rimane fermo come se osservasse il traffico per passare il tempo. Quando all'improvviso si fa il vuoto nella strada, allora con fatica si alza sulle gambette doloranti e appesantite e con un enorme sforzo si aggrappa ai rami più bassi, li tira a sé come una pingue rete da pesca, e dopo qualche tentativo riesce ad appropriarsi di uno o due di quei frutti arancioni, ancora acerbi. Li soppesa, li posa un attimo soltanto sul muretto, li ripulisce dalle foglie che sono rimaste attaccate al picciolo e si incammina lento con il suo tesoro in una mano.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, per tutto il tempo di maturazione dei cachi. Oggi ha dovuto faticare più del solito: i rami bassi li ha ormai spogliati e ne ha dovuto attaccare uno più in alto. Però è stato fortunato: i frutti erano tutti uniti e formavano un bel gruppetto, ne ha portati via quattro. Se n'è andato zampettando come al solito, ma la sua andatura aveva un non so che di gioioso grazie a quel bottino insperato. Me lo sono immaginato tornare a casa dalla moglie, una vecchierella altrettanto esile e malmessa, come un criceto con le sue provviste per l'inverno. Quei quattro cachi acerbi e duri, che dovrà aspettare maturino per poterli mangiare e che, se avesse chiesto ai figli dei proprietari della casa, avrebbe avuto in abbondanza e senza fatica: anche quest'anno li lasceranno marcire sull'albero ormai spoglio, preda dei merli e degli stornelli... Come in una favola di Esopo...


sabato 3 ottobre 2009

La villa


Ora che lentamente gli alberi si spogliano disegnando tappeti dorati sul terreno, dalle finestre di casa esposte a meridione posso scorgere l'altana di una villa signorile costruita agli inizi del Novecento o forse sul finire del secolo prima: i decori in stile liberty ne sono testimonianza.

È un'apparizione che ogni autunno mi sorprende, per poi svanire nel rigoglio di aprile, quando le foglie ornano tigli, carpini e noccioli formando una coltre verde che fa piombare nel dimenticatoio la villa. Se mi ricordo della sua esistenza, è quando vi passo davanti sulla stradina ombrosa e fresca e ne intravedo i vecchi muri oltre la cancellata arrugginita e il lungo viale immerso nel folto giardino quasi come una cicatrice tra le piante.

Guardo quella grande casa in queste giornate d'autunno e ricordo un'altra villa signorile dove andavo a ripetizione di greco dalla giovane figlia di un medico che era stato un elemento locale di spicco del regime fascista. Mi ero sempre meravigliato di quanto giovane fosse la figlia e quanto anziano il padre: allora lei non era neppure trentenne, il genitore era sull'ottantina.

Arrivavo con la mia bicicletta, suonavo con timore al campanello e aspettavo che mi aprissero il largo cancello, poi entravo nel piccolo giardino all'italiana, sempre ben curato: in attesa che la ragazza scendesse mi sedevo su una panchina di granito consunta dal tempo e annerita dai muschi e dai licheni, osservavo le siepi di martellina e gli altissimi pini, le magnolie che profumavano con i loro fiori bianchi e carnosi quell'ombra che sapeva di muffa.

Mi sentivo catapultato in una poesia di Gozzano: quel posto poteva essere Villa Amarena, dove la Signorina Felicita conduceva la sua esistenza nel sogno di un'attesa vana o la romantica scena dove Carlotta e Speranza a metà Ottocento parlavano rapite dei loro amori. Poteva essere la casa dove Totò Merumeni si chiudeva a lasciarsi vivere, a meditare sull'arte e a scrivere poesie...

Poi la ragazza che mi doveva dare lezioni di greco arrivava con la sua gonna svolazzante o con un vestito estivo a fiori e mi conduceva nel regno segreto, in quelle stanze che odoravano sorprendentemente di cera e di lavanda, ci accomodavamo al grande tavolo dello studio e iniziavamo a tradurre in quella lingua ostica e affascinante, soffermandoci a valutare un aoristo o un ottativo.

Adesso guardo quell'altra villa dalla finestra, una tazza di caffè nella mano e tutti i miei ricordi aggrovigliati nel cuore. Cerco di rammentare il nome di quella ragazza, ma ne rivedo solo le fattezze, il viso bello e rotondo; ne risento la voce correggermi con dolcezza, salutarmi quando inforcavo la bicicletta per ritornare a casa. Mi sento come un altro personaggio di Gozzano, il sopravvissuto che "fissa a lungo la fotografia / di quel sé stesso già così lontano: / «Sì, mi ricordo... Frivolo... mondano... / vent'anni appena... Che malinconia!...»

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John Singer Sargent, "Villa di Marlia: The balaustrade"