sabato 25 luglio 2009

Un rettangolino di plastica


Milano, 26 luglio 2674


I lavori di scavo nella "zona verde" della città vecchia - così chiamata per il ritrovamento di numerosi manufatti dipinti con tale colore - continuano a riservare sorprese. Il professor John Tagliaferro dell'Università di Pavia 2 ha comunicato al quotidiano "Electronic Evening Courier" di avere rinvenuto un oggetto ancora sconosciuto, leggermente corrotto ma ancora in buone condizioni grazie a una bolla d'aria che lo ha imprigionato in un angolo riparato dalle intemperie: si tratta di un rettangolino di plastica bianco da un lato con delle scritte nell'antico alto italiano, la lingua dialettale usata prima dell'adozione dell'inglese globalizzato, e con un'immagine non riconoscibile, forse due persone, su sfondo rosso dall'altro. Il professor Tagliaferro e la sua assistente, la promettente Mary Elizabeth Pudeddu, ritengono si trattasse di qualche genere di tagliando: infatti hanno decifrato il numero 10, che fa presupporre un corrispettivo nella moneta dell'epoca, l'euro, corrispondente all'odierno dollaro transnazionale. Accanto vi erano degli oggetti più comuni, spesso rinvenuti intatti, come in questo caso: alcune bottiglie verdi da un terzo di litro, che probabilmente contenevano un qualche tipo di liquido ottenebrante - ricordiamo che in quel periodo l'alcol non era stato ancora messo al bando.

NOTA: ho scritto questo breve apologo per ricordare che una ricarica telefonica gettata viene smaltita in mille anni, una bottiglia in quattromila. Pensiamoci, quando abbandoniamo un rifiuto lontano dai cestini!


lunedì 20 luglio 2009

La luna


Ventuno luglio. Sono passati tanti anni ormai da quella notte dei televisori accesi sulla Luna. Il revival ha sempre un sapore dolce e amaro di nostalgia. La televisione manda ancora le immagini di allora nelle case italiane. Io ero davvero molto piccolo, nella mia memoria tutto è avvolto nella nebbia: ricordo solo papà che mi ha svegliato e diceva: “Guarda, l’uomo sulla Luna”. Il giorno dopo avevo la febbre e rimasi davanti alla tivù invece di uscire nel sole a giocare. E tutto il giorno la Luna era lì, con me. Non riuscivo ancora a rendermi conto dell’importanza dell’evento. Mi chiedevo perché non ci fossero i cartoni animati: Braccobaldo, Speedy Gonzales, Bugs Bunny.

Ventuno luglio, tanti anni in più. Il bar si sta svuotando lentamente, la Luna forse ha perso il suo fascino. Nella sera d’estate turisti tedeschi fanno chiasso all’aperto: hanno incolonnato bottiglie vuote di Traminer come se fossero un esercito in marcia verso il bordo del tavolo. Una ragazza alta e bruna saluta e se ne va a cercare fortuna nella sera di mare illuminata dalla luna, bassa e tonda. Chissà com’era quella notte la luna... io non me lo ricordo. Il televisore rinnova ancora la gloria di Armstrong, Aldrin e Collins; la ragazza alta e bruna forse non ci pensa nemmeno, non era neppure nata nel 1969: guarda la luna e sogna l’amore.

Esco anch’io a cercare fortuna: è un risveglio per ritrovarmi fuori dall’aria condizionata del bar a ricordarmi di un sogno che ho fatto ma rimane confuso, ogni sforzo è un’ulteriore conferma della sua inutilità. “Come va?” mi chiedo. Un po’ meglio, grazie. Mi sembra che qualcosa potrò fare o almeno tentare: colgo segni di speranza, solitudini che si uniscono non sono che dolori leniti. Il tempo si mantiene buono. Il tempo è un nostro alleato.

La luna piena si alza, sembra quasi che mi guardi e mi schernisca. Non ci sei tu stasera accanto a me e mi sto perdendo in tutto questo blu che mi circonda. La luna è il vortice in cui mi sento attirare. All’angolo c’è Pino che mi aspetta, dobbiamo fare compere stasera. In centro troviamo il nostro negozio, nascosto tra le luci della città. La commessa ha un abito nero che la fascia tutta, sembra quasi nuda. La immaginiamo già nuda io e il mio amico che stasera divide con me la tua assenza. Già, non lo conosci: Pino è l’opposto di me: parla, parla, parla sempre. Certo, forse è anche per via del suo lavoro: scrive su un giornale. Forse tu lo troveresti simpatico, ma non ti piacerebbe, lo so. Gli parlo della ragazza del bar, della storia della luna, mentre lui si prova una camicia. Mi dice che potrebbe fare per me, anche perché è molto più giovane. “Ma chi vuoi prendere in giro? “gli butto lì tra l’acido e il divertito. Pino paga la camicia e comincia a filosofare: “Il fatto è che ti manca una donna. Ma credimi: non è lei, almeno quella lei, la donna giusta per te. Hai solo bisogno di aspettare: vedrai che prima o poi la troverai”.

Prima o poi. Quel “poi” mi preoccupa un po’. Io vorrei parlargli di te, della donna giusta che mi è sfuggita di mano, delle volte che mi sentivo il cuore scoppiare quando credevo di vederti... Ma temo che Pino possa non capire, possa fraintendere la mia sincerità. Nelle mie mani senza amore stringo forte un bicchiere di birra Schneider, bruna, ha il colore dei tuoi capelli. Pino mi guarda e forse intuisce che sto pensando a te. Il cantante del piano-bar non ha pietà: canta “Tanta voglia di lei” con molto trasporto. La luna piena è salita, ora è un grosso bottone attaccato in mezzo al cielo con Armstrong, Aldrin, Collins e tutto il resto. Forse solo la luna stasera sa quanta voglia ho di te.


Luglio 1989


venerdì 10 luglio 2009

Un giorno al poligono


Come si chiamava il paesino? Salorno... l'ultimo comune della provincia di Bolzano, dove c'era il poligono. La prima volta che ci andai ero al CAR, quindi era maggio. Le nostre mimetiche erano ancora nuove, gli anfibi incominciavano ad ammorbidirsi e a prendere la forma del piede. Il mattino, dopo l'adunata, i caporali ci fecero salire sui cassoni dei camion con i fucili, la baionetta, l'elmetto e la maschera antigas. Fu un gioco, un diversivo dalle lunghe giornate di addestramento in caserma, uscire e attraversare la città e i paesi, vedere la gente che viveva la vita vera: le ragazze che andavano a scuola, le casalinghe con la borsa della spesa, le donne che uscivano dai panifici, i contadini con il grembiule blu sui trattori. Allora non c'era ancora la superstrada Merano - Bolzano, nota come MeBo: passammo per Lana, Postal, Termeno, Terlano, Gargazzone, Vilpiano, Nalles... Invidiavamo la libertà di quella gente che si poteva spostare a suo piacimento, comperare lo speck, guidare la macchina, camminare per strada. Noi invece, seduti su quelle panchine fredde, incollati al legno con il fucile tra le mani, non potevamo far altro che guardare oltre il telone ripiegato.

E giungemmo a Salorno: scesi dai camion, squadra per squadra ricomponemmo il plotone. Il poligono era un vasto tratto di campagna destinato alle esercitazioni: sullo sfondo c'era una collina calva e rocciosa che sembrava sforacchiata da anni e anni di tiri di soldati. I caporali ci divisero in gruppi ed aspettammo che chi sparava prima di noi raggiungesse le postazioni e tirasse. Era una trafila particolare: altri soldati, che venivano chiamati "zappatori" erano nella zona delle sagome e con la bandierina segnalavano quando il campo era libero.

Venne anche il nostro turno: sparammo con il Garand, che era il fucile che ci eravamo portati, poi ci venne consegnato il modello Fal e sparammo anche con quello. Nell'aria si sentiva l'odore della polvere. Ci diedero il risultato del nostro tiro al bersaglio: pensavo di avere fatto peggio - c'era chi aveva mirato alle sagome del vicino! - invece avevo colpito sette volte su dieci. Era una bella giornata di primavera, con il sole e il polline volava nell'aria. Qualcuno raccolse i bossoli e li intascò come ricordo, anche se ci era stato espressamente vietato.
Ma non era finita, ancora: ci toccò esercitarci al lancio delle bombe a mano, le SRCM. Erano naturalmente esemplari da esercitazione. Un ufficiale ci mostrò come fare: correre, togliere la linguetta, portare la mano con la bomba dietro il corpo e scagliarla con quanta più forza possibile in avanti, quindi gettarsi a terra. Era facile e tutti eseguimmo il nostro compito. Il capitano raccontò qualche aneddoto di ragazzi che avevano lanciato la linguetta invece della bomba o che avevano tirato l'ordigno troppo vicino. Tenni le linguette delle tre SRCM che lanciai e le infilai nella tasca della mimetica.

Toccò poi alla maschera antigas. Ci mostrarono come inserire il filtro, come allacciare le cinghie dietro la testa. Eseguimmo: bisognava tenere indossata la maschera per trenta secondi. Era tutto così irreale: eravamo in un campo mentre l'aria si riempiva del polline dei pioppi, e lontano si sentivano le auto passare per la strada, ogni tanto riecheggiavano i colpi di fucile dal poligono.

Finalmente venne l'ora di tornare: prendemmo posto sui camion, che gli autisti chiamavano affettuosamente con la sigla che li identificava, gli ACM. Eravamo ormai degli esperti di quei camion: ci erano venuti a prendere alla stazione due settimane prima, quando eravamo arrivati a Merano la prima volta; in borghese, con le nostre borse, salimmo e facemmo conoscenza con quelle panchine poste nel cassone lungo le fiancate. Adesso tornavamo in caserma con la mimetica e il fucile e con tutti gli accessori che ogni giorno indossavamo. Il traffico era abbastanza intenso e la nostra colonna non ne facilitava certo lo scorrimento.


Fotografia © SMALP 155°

giovedì 2 luglio 2009

L’altro lato

a Luca Falcinelli,
l'amico, il compagno di banco
dei giorni del liceo

Da qualche tempo Giovanni si è appassionato ad ascoltare le vecchie cassette audio della sua collezione. Lui dice che è un modo di riappropriarsi del passato, di recuperare i ricordi con un gusto di archeologo. Sono tutte cassette che ha acquistato o che si è registrato personalmente da 33 giri portatigli dagli amici o assemblando pezzi passati dalle radio. Coprono un arco di tempo che riveste essenzialmente gli anni Ottanta, quelli della sua adolescenza e della prima gioventù. L’altro giorno ha ascoltato “A kind of magic” dei Queen, ieri “Avalon” dei Roxy Music.

Ora sul piccolo stereo Panasonic gira “La voce del padrone” di Battiato, il suo album preferito, che ha ricomprato in compact disc. È l’unica cassetta che gli ha registrato un amico, il compagno di banco dei giorni del liceo. È una Denon DX-1 da sessanta minuti, l’album ne dura solo trenta. Giovanni sta lavorando alla scrivania mentre passano in sequenza le canzoni: ognuna gli ricorda qualcosa di quella splendida estate del 1982. A quel tempo era innamorato di una ragazza, follemente. Si chiamava Paola e, ad esempio, cantarono a squarciagola “Il sentimiento nuevo” andando a spasso in bicicletta nella sera che profumava di pini e di olea fragrans.
Si erano persi di vista, si erano allontanati, ma lei rimaneva l’amore della sua vita, la ragazza che ascoltava con lui “Segnali di vita” guardando il cielo azzurro e il mare lontano. La amava ancora. E non glielo aveva mai detto, non l’aveva nemmeno mai baciata.

La cassetta finisce e, grazie all’autoreverse, che il suo vecchio stereo degli anni Ottanta non aveva, il nastro passa sul lato B: silenzio.
Ora Giovanni è intento al lavoro che sta compiendo, non presta attenzione a quel vuoto di suoni nella stanza: c’è solo un rumore di auto lontane nella strada, intervallato da un tubare di tortore. A questo punto, se fossimo in un film, la macchina da presa, con effetto drammatico, inquadrerebbe, magari zoomando, il nastro che gira. Sarebbe impossibile qui, perché la cassetta del Panasonic di Giovanni è alloggiata in un compartimento nascosto - comunque il nostro interesse è ora tutto su quel nastro che gira, silenzioso…

Trascorrono circa dieci minuti, poi, all’improvviso, una voce riempie il silenzio e Giovanni, che la riconosce subito, sobbalza sulla sedia e si volta verso le casse dello stereo, come se, oltre alla voce, vi fosse anche quella persona, lì, nella stanza dove sta lavorando.
È la voce di Paola, giunta come per miracolo da un giorno d’estate del 1982. Giovanni pensa che è come una fucilata sparatagli nel petto - in realtà non è che il suo cuore, che ha preso a battere a un ritmo più sostenuto, lo stesso batticuore di allora, quando la vedeva comparire, lo stesso di quella prima volta che la vide avanzare nella strada assolata di mezzogiorno.

Ma è una coltellata quella che gli inferiscono le parole, che privano di significato un quarto di secolo della sua esistenza e lo lasciano come un otre vuoto, afflosciato sulla sedia girevole: nel nastro Paola gli dice, con un discorso preciso, al contempo piena di coraggio e di timidezza, che è innamorata di lui e che non sa come esprimere il proprio sentimento.
È la Paola del 1982, neanche un minuto, inciso sul lato B di una cassetta che Giovanni ha creduto vuoto per venticinque anni. È il suo amore che torna dal passato, come un fantasma.

Giovanni piange. Una lacrima gli raggiunge le labbra, ne sente il sapore amaro e salato nel silenzio della stanza. Non cantano più neanche gli uccelli… Il sapore amaro e salato del rimpianto…

 

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