giovedì 25 giugno 2009

Nuove disposizioni di legge


L'uomo era in bilico sull'orlo esterno del ponte, con i piedi pericolosamente in equilibrio sulla sottile striscia di pietra. Aveva scavalcato la spalletta qualche secondo prima e si sera soffermato su quel limite esiguo. Sotto, il fiume scorreva nero e minaccioso nella sera, illuminato qua e là da radi fanali.

Ettore Delmas passava di lì per caso con la sua auto: aveva deviato dal solito percorso per fare visita ad un amico convalescente. Vide tutta la scena: scavalcamento, istante di indecisione sul bordo di selce, fermata sulla sporgenza. Fermò l'auto e scese verso l'uomo, senza correre per non allarmarlo, ma con una certa urgenza nel passo. "No, non lo faccia" gli disse quando riuscì a giungergli vicino "una soluzione si trova sempre". Vide lo sguardo stupito del suicida, un lampo attraversargli gli occhi spenti sulla faccia inespressiva. Pensò: "Oddio, ora si butta!". Invece l'uomo lasciò che Ettore Delmas lo blandisse, gli raccontasse di quante belle cose può offrire la vita, delle opportunità che uno neanche si immagina. Si sentiva come "l'angelo vestito da passante" nella canzone di Modugno: erano le stesse che si dicevano in quel brano le cose che ora stava elencando allo sconosciuto di là dalla spalletta.

Alla fine, dopo tanto parlamentare, riuscì a convincerlo. L'uomo rimise una gamba a cavalcioni del ponte, quando si fermò un'altra auto e dal sedile posteriore scese un tipo elegante. "No, non lo faccia" anche lui grido! "Gliel'ho appena detto anch'io" commentò Delmas. "No, no! È a lei che mi sto rivolgendo" disse l'uomo in ghingheri, "permetta che mi presenti: Dottor Edgardo Lupori, magistrato. Dicevo: non lo faccia! Non sa che lei sta commettendo un reato?". Delmas sbiancò e riuscì a farfugliare: "Un reato? Ma se gli sto impedendo di farla finita!" "Appunto questo è il problema", ribatté il magistrato "secondo le nuove disposizioni di legge, bisogna rispettare le volontà personali: non possiamo ordinare ai medici di curare la gente, né possiamo obbligare questa ad essere curata; non possiamo impedire a chicchessia di fumare, drogarsi, stordirsi di vino o di pasticche; non possiamo prescrivere terapie psicologiche alle ragazzine anoressiche né alle bulimiche. E soprattutto non possiamo - e ribadisco non possiamo - contrastare chi ha deciso di farla finita".

"Ma in che razza di stato viviamo?" stava per dire Delmas, ma si trattenne, pensando che, viste le nuove disposizioni, questo avrebbe potuto essere configurato come oltraggio o vilipendio. "Che devo fare?" si limitò a chiedere, sconsolato. "Nulla" gli rispose il dottor Lupori "risalga in macchina e se ne vada, torni a casa da sua moglie e dai suoi figli, se ne ha, oppure vada a bersi una birra. Lei è un uomo fortunato: se invece di incontrare una persona comprensiva e di vedute progressiste come me" e qui gli fece l'occhiolino "avrebbe potuto passare seri guai. Vada, vada..." "Ma con il signore qui, come facciamo?" osò chiedere Ettore Delmas, un poco rinfrancato. "Non si preoccupi" gli sussurrò il magistrato, mettendogli una mano sulla spalla, "ci penso io. Lei vada, e passi una buona serata..."

Ettore Delmas salutò poco convinto e si allontanò. Risalì in auto e riprese la strada pensando alle stranezze della legge. Nello specchietto retrovisore riuscì a vedere il resto della scena: il dottor Lupori chiese qualcosa al tentato suicida, probabilmente quale fosse la sua volontà; questi gli fece un cenno con il capo, a Delmas sembrò un assenso. Poi, l'uomo riscavalcò la spalletta e si lasciò andare nelle acque gelide del fiume. Il magistrato prese posto nella lussuosa berlina blu e fece segno all'autista di ripartire.


© Scott Maxworthy, Max Media and Entertainment, http://www.maxys.com.au

sabato 13 giugno 2009

La targa sul muro


Fu lo scorso anno, d’inverno. C’era la nebbia e faticavo a orientarmi per le vie cittadine. Il tergicristalli dell’automobile non faceva in tempo a lasciare pulito il parabrezza che già minuscole goccioline lo riempivano. Era sera ed era già buio, avevo appuntamento di lì a pochi minuti in Via della Palla, ma dove mi trovavo lo sapeva il diavolo. L’ultima volta che ero riuscito a orizzontarmi ero in Viale Beatrice d’Este, poi tra un senso unico e una strada sbagliata, chissà dov’ero…

All’improvviso – avevo spalancato il finestrino per vedere meglio - udii distintamente una scarica di fucili non lontano. Strano, mi dissi. Cosa sarà mai? Nella nebbia mi parve di scorgere un gruppo di persone in divisa con lunghe armi a tracolla. Pensai che fossero delle guardie giurate e che ci fosse in corso un tentativo di rapina. Rimasi acquattato in auto, fermo. Con la coda dell’occhio, un momento che il nebbione si era un poco rarefatto, scorsi l’insegna di una via: Piazza Bertarelli. Ero vicino ormai a Via della Palla, parcheggiai lì e me ne andai all’appuntamento.

Due ore dopo la nebbia non era svanita del tutto, ma era talmente debole che si era trasformata in una sottile pioggerellina. Ritrovai l’auto. Nell’aprire la portiera mi saltò agli occhi una targa sul muro di una casa. Avrei giurato che non ci fosse prima, non l’avevo mai vista. Mi avvicinai per leggere il testo: “Qui, il 26 novembre 2049, cadeva fieramente davanti a un plotone nemico l’eroico ventenne Mattia Alinari Sbriz: il suo sacrificio riaccese la fiamma della speranza, rinvigorì la fede nella lotta all’oppressore, infuse coraggio alla patriottica resistenza”.

2049! Impossibile! Ma la lapide era lì, quella targa commemorativa simile ad altre migliaia sparse per Milano e per ogni città del globo. Ovunque hanno martiri da piangere ed eroi da elogiare. Ne sfiorai la fredda superficie di marmo, levai la sottile condensa. Poi mi venne un’idea prodigiosa: presi il cellulare e scattai una foto. Eccola lì, nello schermo a colori, archiviata nella memoria interna dell’apparecchio come testimonianza.

Il giorno seguente al solito bar di Via Meravigli incontrai Alighiero Ramponi, l’amico giornalista che scrive per il “Metropolitano”. «Ho una cosa interessante da mostrarti» gli dissi e presi il cellulare. Aprii il file con la fotografia della targa, ma non c’era che una porzione di muro, gialla e scrostata come è adesso. Della targa nessuna traccia. A Ramponi mostrai l’ultima trovata di Paris Hilton…


Dipinto di Claude Monet

sabato 6 giugno 2009

Babele

 
Qui, in questa terra di Sennaar, dove il Tigri e l'Eufrate si avvicinano come amanti prima di sfociare nelle acque del Golfo, trovammo una fertile pianura e ci stabilimmo. Non pietre né calce ci sono, ma bitume e argilla. E qualcuno, un giorno lontano, pensò di ottenere dei mattoni da usare in sostituzione delle pietre, cuocendo sul fuoco l'argilla. E scoprì che il bitume poteva servire da malta.

Così iniziammo a costruire la città, mattone dopo mattone, una cazzuola di bitume dopo l'altra. E crebbe bene e in fretta la nostra Babele. Quello che mancava era un segno di unione, un simbolo al quale legarci, per riconoscerci come patria. Decidemmo di costruire una torre, altissima, fino a toccare il cielo, in modo che la si potesse scorgere da lontano.

Eccoci qui, a tanti metri dal suolo, con i nostri mattoni issati con fatica, con le nostre cazzuole e i secchi di bitume. Naftuh mi sta dicendo qualcosa, indica con lo scalpello: "Abghak lopir sefuh, gighnot plotus!". Straparla, forse è il caldo, che a queste altezze si fa sentire ancora di più. Anche Arfaxad, agitando il martello, mi parla: "Bleusseeç keleçepol ereh serre deler..." Ma non riesco a capire cosa farfugli, e lo stesso Naftuh lo guarda come se non avesse inteso. Joctan sbraita: "Mamelù collì kilopè deferghà", poi si blocca con la mascella spalancata. Chiedo loro cosa stiano dicendo, ma è evidente dalle loro facce che non riescono a comprendere le mie parole.

Quale maleficio ci è stato gettato contro? Quale misterioso sortilegio è accaduto? A ognuno di noi non resta altro da fare che scendere e cercare qualcuno che parli la sua lingua... La torre, naturalmente, è perduta.

 

 AC039B_torre_di_Babele

PIETER BRUEGEL, “TORRE DI BABELE”