domenica 31 maggio 2009

Verso l’India


Dicono che quando arriveremo al fiume - è talmente largo che non se ne vede la sponda opposta - e lo traverseremo sulle barche dei pescatori, troveremo sull'altra riva piante dalle larghe foglie, grandi e resistenti come uno scudo, dallo stelo alto e rigido come una picca. E alberi selvatici che non producono fiori, ma lana, una lana bianca come quella che si ottiene tosando il vello delle pecore. E ancora fonti stillanti del puro miele, e pascoli che danno sogni se ti ci sdrai, e laghi colore del sangue, e altre meraviglie...

Sono i rari pellegrini che incontriamo lungo il viaggio, magri e impolverati, a raccontare tutto ciò. Ci guardano con occhi spiritati che non lasciano vedere cosa si celi nel loro fondo. Alcuni parlano veloci, altri trattengono le parole e devi faticare a farti dire da dove provengano e dove siano diretti. Le loro vesti sono ormai ridotte a logori stracci, la loro pelle è coriacea per la lunga esposizione al sole.

Dicono che in quei territori le formiche fanno la guardia all'oro e che i pescatori spartiscono il bottino con i delfini, che vi siano belve striate che mangiano i bambini e uccelli in grado di risorgere dalle proprie ceneri, che in zone remote vivano uomini dalla testa di cane e donne giganti come dee, che nei templi brucino aromi tanto dolci da inebriare e da ingenerare visioni, permettendo di colloquiare con le divinità.

Giurano che sia così, ma qui c'è soltanto sabbia e il deserto si estende per stadi e stadi; di giorno è terribile marciare sotto il sole cocente, con la polvere che ti entra nel naso e si impasta sulla bocca, di notte è tremendo raccogliersi negli attendamenti accanto al fuoco: il freddo penetra nelle ossa, le belve emettono stridii e ululati che non lasciano dormire e seminano brividi lungo la schiena.

Dicono ancora che vi siano tribù che mangiano uomini e che dove le montagne prendono il posto della vasta pianura elevandosi fino a toccare il cielo, prima degli inarrivabili culmini bestie pelose simili a uomini di grande statura lascino le loro impronte sulle nevi. Raccontano che lassù le vacche siano vestite di peli come le capre e che nelle paludi invece abbiano delle ampie corna piatte.

In quelle estreme regioni la natura ha voluto esporre i suoi doni più belli, ma noi marciamo e marciamo, giorno dopo giorno, e non arriviamo mai. Siamo stremati e l'acqua che ci fermiamo a raccogliere alle fonti, riempiendone orci e otri, si fa sempre più rara. E l'armata persiana potrebbe saltarci addosso ogni momento...


Valerie Maugeri, “Sur la route des Indes, I”

sabato 23 maggio 2009

L’autobotte


È cominciato tutto una mattina di primavera. Era l'alba, una di quelle albe che sembrano divampare improvvise dall'Oriente come un'armata che avanzi lenta e inesorabile a conquistare nuovi territori. Fui svegliato da un ronzio sordo che andava aumentando di intensità sempre più. Mi affacciai alla finestra appena in tempo per vedere una grande autobotte delle Municipalizzate. Su un lato del camion un uomo si reggeva al lungo corrimano metallico e con l'altra mano indirizzava il getto di una cannula verso i muri e gli ingressi delle case. "Toh" pensai "cominciano presto quest'anno con la disinfestazione: sarà per via della zanzara-tigre che si propaga velocemente e che attacca anche di giorno". Qualche minuto dopo mi venne da pensare che forse gli uomini del Comune stavano semplicemente irrorando del diserbante per uccidere le tenaci piantine che spuntavano dalle crepe dell'asfalto e tra le mattonelle dei marciapiedi.

Mi sbagliavo. Il liquido che gli addetti spruzzavano in abbondanza non era che cortesia. I primi effetti si verificarono qualche giorno dopo - evidentemente le goccioline dovevano avere un po' di tempo per agire. La gente per le vie iniziò a salutarsi, a darsi titoli anche magniloquenti: "Egregio Signore, buongiorno, che piacere vederla!", "Illustrissimo, ma sa che la trovo bene!, "Signora mia carissima, lei è davvero uno splendore". I più ammanicati sapevano rivolgersi anche alle "Eminenze Illustrissime", agli "Onorevoli carissimi", alle "Eccellenze". Poi le code cominciarono a essere ordinate: in fila agli uffici postali, dal panettiere, al supermercato, la gente spesso cedeva con galanteria il proprio posto, così anche sugli autobus e sui tram. Se c'era una donna incinta, immancabilmente si alzavano in sette o otto per farla sedere; così per qualche anziano, che sdegnava l'offerta e faceva un gesto come dire: "No, si figuri, lei è molto gentile, ma sarebbe troppo, fin che le gambe mi reggono". Anche i vigili si fecero gentili, spesso chiudevano un occhio, e quando si sentivano in dovere di multare, lo facevano con tante scuse e mille cerimonie.

I crimini poi diminuirono drasticamente, si contò solo una rapina e per giunta il rapinatore regalò mazzi di fiori alle impiegate della banca e lasciò da mangiare per tutti; aveva addirittura legato la guardia giurata con fazzoletti di seta. Nessun omicidio, nessuno stupro, nessuna effrazione. I tribunali riuscirono a smaltire molti processi arretrati, altri vennero cancellati su richiesta delle parti, che molto spesso abbandonavano il tribunale a braccetto, offrendosi a vicenda da bere nel primo bar. La polizia e i carabinieri avevano poco o nulla da fare: si limitavano a lavare le Volanti e a tenere puliti i giardini delle caserme.

Poi venne il vento, un vento caldo che portava gli odori del deserto e un umido sentore di pioggia. E venne anche la pioggia, portata da nuvoloni neri e minacciosi che flagellarono le strade per una settimana. La cortesia è stata spazzata via in men che non si dica. La gente è ritornata a comportarsi come sempre, con modi da cafoni, saltando le file, passando con il rosso. I telegiornali hanno ripreso a dare notizie di crimini. Non ci si saluta più, si vive del proprio egoismo e del proprio tornaconto. E molti hanno sospirato: "Meno male..."


Fotografia: © Claudio Pistoia

sabato 16 maggio 2009

Nuvole gialle

 
Il cielo sopra la stazione era un mare giallo dove galleggiavano luminose nuvole d’oro simili a chiazze di petrolio. L’effetto, combinato con il delizioso stile Liberty dell’edificio, era assolutamente meraviglioso. Come trovarsi in un museo davanti ad un capolavoro della pittura, prossimi alla sindrome di Stendhal.

Christian ruppe l’incantesimo indicando il chiosco nel piazzale. “Prendiamo delle patatine?” chiese con un’ombra del suo accento. Lo guardai nel suo giubbino di jeans, i capelli corti che cominciavano già ad arricciarsi, le guance paffute da criceto. Annuii e mi diressi verso la rivendita.

Christian e io eravamo soldati. In effetti eravamo reclute al primo mese di addestramento. In camerata c’erano brande a castello: io dormivo nel letto superiore, lui in quello sotto. Venne naturale il primo giorno uscire insieme alla scoperta della città, girare per le vie, osservare i monumenti e le ragazze. Quella prima sera finimmo a mangiare una pizza in un Grillstube dietro la stazione.

Non so perché finivamo sempre da quelle parti. Forse inconsciamente ci avvicinavamo ai treni, ai mezzi che avrebbero potuto condurci a casa. Talvolta ci sedevamo sulle panchine ad ascoltare il ritmo meccanico degli annunci: “Sul binario 3 è in partenza il treno per Malles”, “Merano - stazione di Merano - Meran Bahnhof”. Oppure restavamo all’interno del caffè come dei viaggiatori in attesa di partire. O sostavamo nel piazzale, davanti allo Stadio del Ghiaccio, dove adesso c’era un grande Luna Park e noi aspettavamo che friggessero le patatine.

Ci servirono il cartoccio e vi versammo sale, ketchup e maionese dai contenitori posti sul bancone. Trovammo una panchina e iniziammo a infilzare le patatine con il lungo stecco e a intingerle nelle salse. Intanto leggevamo le scritte a pennarello sulle liste di legno del sedile: i classici cuoricini, i nomi di innamorati, i T.V.T.B., gli insulti dei tifosi di hockey delle varie squadre - quelli del Bolzano odiavano il Merano, quelli del Varese odiavano proprio tutti…

Eccoci lì, silenziosi, come se non avessimo nulla da dirci, svuotati da una giornata di addestramento faticoso, mentre una radio mandava nell’aria la canzone del momento, “Joe le Taxi” di Vanessa Paradis, una voce seducente di ragazzina, che faceva ancora più dolce e più triste quella sera di maggio, come un amore lontano e perduto.

Guardavamo le luci delle giostre, il vortice di cromature e colori, l’inseguirsi di ragazzi lungo le attrazioni, cercando di dimenticare i nostri vent’anni e la breve libertà di quelle ore. Le nuvole gialle sopra la stazione erano svanite, il cielo scuriva lasciando un sapore diverso, come una birra rimasta a lungo aperta.

 

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FOTOGRAFIA © LORD KOXINGA

giovedì 7 maggio 2009

Allegato n. 1


Scusa se ti scrivo una lettera invece di venire a cercarti nei Giardini per dirti tutto quello che ho nel cuore : è che ho paura di non riuscire a parlare, di sentire la gola stringersi in un nodo. Sì, insomma ho paura di scoppiare a piangere. Non dire che sono una bambina... Invece è proprio questo il punto: sono una bambina se ho paura a darti il mio amore, se mi lascio prendere da questo remoto timore del legame, dal cruccio di cosa penserà la gente.

Ma io voglio cambiarti, voglio che tu smetta con l'alcool, con la droga, con i furti. Non riesci a renderti conto che ogni giorno che passa tu muori un po' di più? È così e io sono una vigliacca perché non me la sento di barattare il mio benessere di ragazza modello con la felicità, quel poco di felicità che riesco ad avere quando sono con te, quella felicità limata via minuto dopo minuto da quel veleno che ti inietti nel corpo e che ti ruba la mente.

Ma io ti voglio bene e sai quanta fatica e quanto dolore mi costi scrivere questa lettera: lo capirai anche tu dalla calligrafia stentata e dalle lacrime che macchiano il foglio di tanti laghi blu, i laghi blu dei tuoi occhi quando ti ho conosciuto che ora l'alga rossa della droga ha trasformato in due pozze d'acqua senza vita. Quel bacio all'Idroscalo lo ricorderò per tutta la vita: mi è sembrato di sognare quel pomeriggio di primavera mentre la radio trasmetteva le partite e i bambini giocavano tra l 'erba e l 'acqua.

Perciò ti prego : torna quel ragazzo dolce che eri allora, lascia tutto quel male che ti porti dietro e vieni da me. Ti aspetto a braccia aperte per darti tutto il mio amore. Aspetto il ragazzo di quella giornata di primavera all'Idroscalo.
Un grosso bacio.
Milena

"Marescia', abbiamo trovato un ragazzo morto per overdose ai Giardini. Non ci sono documenti. Solo una lettera di una ragazza di nome Milena".
"Fammela leggere, va'".


Ditz, "Writing home", 1984

venerdì 1 maggio 2009

All’imbrunire


Come un'apparizione lei si mostrò sorridente nel suo vestito rosso, più intimidita da me di quanto io non lo fossi da lei. E osai, l'abbracciai cingendole la vita. La sua bellezza era in balia di me, indifesa. In un sussurro sospirò e chiese silenzio, si mise attenta ad ascoltare fuori e si divincolò dall'abbraccio, l'ardore e la furia in noi lentamente scemarono. Eppure tutto era così naturale fino a che il suo braccio sinistro non lasciò il mio braccio destro.

Sul suo volto nel silenzio spuntò un rossore come un nuovo sole a colorare l'alba: fuori non c'era nessuno, solo la sua timidezza. E con un balzo allora lei decisa la superò sapendosi così, con la volontà l'umana debolezza saltò a piè pari con un atto di coraggio. Tornò tra le mie braccia mormorando una frase di scusa e sentivo il suo corpo vivere nel cesto del mio petto, pulsare nel suo seno, prendere vita dalle narici e dalla bocca vivere.

Alla finestra silenziosa, dove prima quel rumore o quell'allucinazione in qualche luogo avvenne o si mostrò, imbruniva; la sera sopra i monti colava come vernice male amalgamata nei colori; nella stanza in compenso la luce naturale sempre più calava ma lei non volle accendere la luce artificiale, neppure un’abat-jour o una candela.

Così non si vedeva quasi nulla più se non una concessione di un quarto di luna quando lei tolse l'abito rosso e scoprì le gambe mentre tentavo di abituare gli occhi al buio come un gatto o qualsiasi rapace notturno, per distinguere in lei almeno il volto. Ogni suo gesto risaltava così dal movimento e nell'intuito si moltiplicava, di lei sapevo quel che ricordavo.


Rabi Khan, “Hold me tight”