sabato 28 marzo 2009

All'ora dell'aperitivo


Saba l’ho conosciuta a Napoli, ad un convegno su “Criminalità organizzata e diritto penale: la gestione dei collaboratori di giustizia”. Aveva appena terminato il suo intervento ed era tornata al suo posto.

Approfittando del suo nome insolito, mi avvicinai e le dissi:

“Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo”.

"È la prima volta che qualcuno mi cita Umberto Saba” mi rispose “di solito per il mio nome tirano in ballo la regina di Saba o la marca dei televisori”. Pochi minuti dopo eravamo passati al tu, la sera uscimmo a cena a Mergellina e ci demmo il primo bacio.

A quel tempo Saba era ispettore di polizia a Bergamo. Intrecciammo una relazione che doveva tenere conto dei suoi turni e dei miei gravosi impegni, nonché della distanza tra le due città. Quando ottenne il trasferimento a Milano, andammo a vivere insieme in un appartamento in zona Moscova.

Saba è stata uccisa in un conflitto a fuoco a Basiglio, nell’hinterland: stava inseguendo una banda di rapinatori che aveva appena svaligiato una banca. Dovevamo sposarci due mesi dopo, esattamente oggi. Quando me l’hanno comunicato sono svenuto e ho battuto la testa; sono rimasto in ospedale una settimana. Quando mi hanno dimesso mi sembrava di impazzire; ho venduto la casa di via Moscova e mi sono buttato a capofitto nel lavoro: difendo un collaboratore di giustizia e cerco di fare luce sui rapporti tra la microcriminalità milanese e il clan del mio cliente.

Questa mattina, con immenso stupore, nel parcheggio del tribunale ho rivisto Saba: il suo vestito era bianco e luminoso, quasi un abito da sposa. La ragione mi diceva che non poteva essere lei, ma poi Saba ha parlato, ha pronunciato il mio nome: “Paolo...”, poi mi ha baciato e mi sono sentito sollevare. In un attimo eravamo sul tetto del tribunale. Saba mi ha indicato un punto lontano, vicino alla mia auto. Ho guardato giù: il mio corpo, crivellato di proiettili, giaceva in una pozza di sangue, all’ora dell’aperitivo.


Will Rafuse, "Basil"

mercoledì 25 marzo 2009

Il treno


Luca Mascagni salì sul treno alla stazione di M.; era il primo passeggero. Scelse un sedile accanto al finestrino e guardò l’orologio: ancora mezz’ora alla partenza. Si guardò attorno: era una vettura modernissima, con comode poltroncine in plastica blu d’avanguardia e un pavimento verde chiaro; i finestrini non si potevano aprire, ma un efficiente impianto di aria condizionata provvedeva a mantenere il clima confortevole.

Passò qualche minuto. Non era salito nessun altro. Luca Mascagni si chiese se non avesse sbagliato treno, se quei vagoni per qualche motivo non effettuassero servizio. Dietro i finestrini continuavano però a passare gli altri passeggeri, diretti a vetture posteriori.

Luca guardò la stazione: nella penombra delle volte i ferrovieri si affaccendavano al lavoro, gli operai con secchi e ramazze pulivano le carrozze del treno per P., in partenza di lì a un’ora; alla sua sinistra partì il regionale per C., consentendogli di spaziare con lo sguardo fino al binario 20, ai caseggiati anneriti dallo smog al di là della stazione.

Ancora passeggeri avanzavano senza salire: passò una ragazza con i capelli biondi e un libro sotto il braccio, quindi un sacerdote con il clergyman, un uomo in giacca e cravatta con una cartella di pelle. Nessuno di questi entrò nella carrozza, mancavano cinque minuti alla partenza e una vaga inquietudine cominciò a farsi largo nella mente di Luca Mascagni.

Infine salì un anziano ferroviere con un’enorme barba bianca e un tintinnante mazzo di chiavi appeso all’inappuntabile divisa blu e verde. Il capostazione accordò la partenza e il convoglio si mise in moto infilando la lunga galleria.

Uscito dal tunnel, il treno viaggiava come sospeso, sembrava galleggiare su un cuscino d’aria, alla maniera degli hovercraft. All’improvviso, prima di giungere alla stazione di G., con stupore di Luca Mascagni, il treno decollò e si levò sopra le nuvole. No, solo la sua carrozza - vide Luca - era in volo e lo conduceva al Paradiso, guidata dall’anziano ferroviere, al quale, dietro la giacca verde d’ordinanza, erano spuntate un paio d’ali.


Leslie Reagan, "New York to Chicago"

sabato 21 marzo 2009

In Via Francesco Crispi


Risalgo i miei ricordi oggi, ripercorrendo questa strada che dalla stazione porta alla scuola dove in anni ormai lontani frequentai il liceo. È un viaggio nello spazio, su questa strada lastricata in modo differente da allora, tra alberi che non sono gli alti ippocastani, tra negozi che non potevano neppure esistere. Ed è un viaggio nel tempo, un retrocedere nella memoria: quella ragazza che attende al semaforo di Piazza Guglielmo Marconi potrebbe essere Marta, che studiava alle Magistrali e prendeva il mio stesso treno.

Così ogni vetrina, ogni portone, mi dice qualche cosa di nuovo, ogni chiesa immutata, ogni palazzo, come quello che ora è stato violentato dall'insegna ad archi gialli di Mac Donald's. Il tempo è passato. Tanto tempo, tanta acqua sulle pietre di questa città, tanti giorni di sole. Ma il presepio da cartolina rimane appollaiato dietro Porta Nuova con le sue cupole e le sue case di stile veneziano.

La signora dell'edicola all'incrocio con Via Paleocapa non c'è più: a darmi il resto c'è un ragazzo. E pizzerie da asporto e gelaterie hanno preso il posto delle librerie. La mia memoria sa ricostruire ancora questo puzzle: sembra prendere maggiore confidenza con la città ad ogni passo. Sa dirmi cose che neanche credevo di ricordare, lo scherzo di Carnevale alla "Boutique del pane", la neve che cadeva nei giorni in cui si consumava il colpo di stato polacco e la compagna di Wroclaw pensava agli amici lontani e mi parlava accorata camminando per Viale Papa Giovanni XXIII dalle parti di Santa Maria delle Grazie.

Questi mutamenti intervenuti, l'edicola scomparsa nel passaggio tra Porta Nuova e il Sentierone, il parco giochi sorto dove una ruspa chissà quando ha demolito vecchi muri, il palazzo comunale lucidato a nuovo, mi dicono con una sorta di dolcezza, con un lieve pudore, che se il mondo è cambiato, se la città è cambiata, anch'io naturalmente non sono più il ragazzo che ero, quello che camminava con la borsa piena di libri e molti più capelli sulla testa. Senza astio, mi pongono davanti agli occhi tutte le speranze e le illusioni che coltivavo allora, i sogni che mi accompagnavano mentre percorrevo questa stessa via. Non mi dicono "Confronta", non esigono un'analisi: mi dicono soltanto che tutto passa, che il tempo scorre inesorabile come un fiume.

Ma non lo sanno che li ho fregati, perché, quasi arrivato alla Rotonda dei Mille, in Via Francesco Crispi, come allora, adesso io sto pensando a lei.


Fotografia: kweedado2 (Licenza GNU)

mercoledì 18 marzo 2009

Lettera da Vega


Caro JKPH28-LK321,

i miei vicini astrali sono un vero tormento: fanno un rumore insopportabile tutto il giorno. Già al mattino, verso l'alba, nella pallida luce planetaria, il ragazzo esce per andare alla scuola siderale: accende la motoastronave e la lascia rombare per tre minuti stellari buoni prima di partire strombazzando con il clacson termomicrofonico. Per tutto il pomeriggio il nonno, un astrotrasportatore in pensione, rompe i timpani potando la vegetazione, i cristalli di rocca, la foresta di pietra con la motosega dai denti di diamante e tosando a giorni alterni il prato di bauxite con la levigatrice autotermodinamica.

Le comari si radunano almeno tre volte al giorno e ciarlano a lungo vociando e squillando attraverso l'altoparlante della tuta. Evidentemente il loro impianto microfonico è regolato su un livello di hertz molto alto, come quando parliamo con un sordo e dobbiamo aumentarne il volume.

Per non parlare poi dei tre cani elettronici che abbaiano in continuazione a tutto: un passante, un venditore spaziale porta a porta dell'enciclopedia plutoniana, uno stormire di fronde, un visitatore occasionale...

Il padre fortunatamente lavora su Altair, ma nei lunghi week-end contribuisce del suo fresando e alesando, saldando e tagliando, martellando e inchiodando: per hobby costruisce di tutto, dalle astronavi ai canestri autosospesi per giocare al basket antaresiano, e lo fa a lungo e con foga. Logicamente i figli, quello della motoastronave e l'altro, che la madre chiama in continuazione con l'altoparlante di Bell, giocano rumorosamente con il canestro antaresiano o si sfidano a chiassose partite di calcio uraniano o di baseball galattico, dove si deve colpire con la mazza di titanio una biglia d'acciaio venusiano.

Ma presto risolverò il mio problema... No, non ti allarmare, non ho deciso di sterminare l'intera famiglia con la bomba X o con del potente veleno per iguanodonti di Proxima Centauri: ho solamente prenotato un impianto di vetri antirumore, quelli lavorati con il bismuto, e prossimamente i tecnici verranno ad installarli.

Da Vega ti saluto con affetto

tuo affezionatissimo XCGH21-KL987


18 marzo 3031


Immagine da "Spaceflight now"

venerdì 13 marzo 2009

L'anno che la primavera non arrivò


Fu nel 2049. Lo ricordo come se fosse ieri e invece interi anni sono passati. Allora ero uno studente di liceo e ora sono un anziano e azzimato professore. I miei capelli si sono diradati e si sono fatti bianchi, il mio corpo è raddoppiato di peso e ha perso l'agilità che aveva. Ma la memoria, quella è viva anche più di allora.

Fu nel 2049 dunque che la primavera non arrivò. Dopo il Natale del 2048, magro e di crisi, festeggiato ormai da uno sparuto gruppo di credenti, e il Capodanno, finito un gennaio tra i più freddi che si ricordi, aspettammo la primavera, annunciata di solito da piccoli segnali: le gemme che erompono dai rami, i primi fiori che sbucano dal terreno, le primule, l'elleboro, gli amenti dorati dei noccioli... Ma venne febbraio e nulla di tutto questo apparve. "Sarà per via del freddo intenso di questo inverno" dicevano tutti, i soloni del meteo pontificavano di effetto serra, dell'abuso di carbone dopo l'esaurimento del petrolio.

Passò anche il mese breve con il suo Carnevale e le sfilate di carri. Niente, non succedeva niente: né gemme, né primule, né bucaneve. Il sole era sì più alto nel cielo ma non scaldava. A marzo ci sentimmo tutti sfiduciati, giorno su giorno passava e si rimaneva nell'inverno: rami nudi, nevicate, brinate, nebbie fitte. Il 18 aprile ci fu la Pasqua e fu triste non vedere i peschi fioriti né i petali dei ciliegi cadere lievi e ricoprire la terra - fu bianca comunque, ma per il gelo.

Si cominciò ad essere tutti preoccupati: qualcuno era riuscito a fare l'equazione primavera=cibo, quindi senza fiori non ci sarebbero stati neppure i frutti. Iniziò la corsa all'accaparramento selvaggio di provviste. Il governo di centrodestra-centrosinistra guidato dalla signora Barbara Berlusconi istituì il razionamento. Vi fu un riflusso di cristianesimo (si sa, come dice il vecchio adagio, che "quando non ce la fai più, ti attacchi al buon Gesù") e le chiese si riempirono di fedeli in preghiera. Le messe di Pasqua erano stipate all'inverosimile, oltre un milione di persone in Piazza San Pietro prese parte alla funzione celebrata da Papa Clemente XV: il Santo Padre, che si proteggeva dal freddo con il camauro e il manto bordato d'ermellino, tenne un'omelia storica, quella divenuta poi famosa come il "Nuovo discorso della Montagna", invitò alla speranza e alla redenzione con parole dure come macigni che incidevano rughe profonde sulla sua faccia africana.

Ma nulla accadde. Né a maggio fiorirono le rose, solo rami nudi. I più fiduciosi avevano anche provveduto alle potature, ma non si verificò nessuna crescita: dalle viti tagliate non stillavano le lacrime, dai fichi non scendeva la goccia di latte. Nulla. Il freddo continuò a imperversare con bufere e tormente, i camini fumavano, i termosifoni scottavano - i soliti pensatori da salotto spiegavano che così facendo avremmo peggiorato le cose innescando una spirale, però loro stavano in maniche di camicia negli studi televisivi e non pensavano certo di abbassare i riscaldamenti.

Venne anche giugno: le novene nelle chiese si moltiplicavano, il settore turistico marino e lacustre, che sarebbe dovuto andare a gonfie vele, languiva. In compenso le località sciistiche facevano affari d'oro da ormai nove mesi e la Coppa del mondo di sci era stata replicata. Gli animali in letargo si svegliarono affamati e iniziarono a scendere verso le prime case nei paesi delle valli. E tutti eravamo tristi e piangenti, grigi nel grigio.

La notte tra il 20 e il 21 giugno avvenne il miracolo: andammo a letto tutti ben coperti con i pigiami di flanella e il piumone. Fuori c'era la nebbia e la temperatura si aggirava intorno ai quattro-cinque gradi. Prima dell'alba però le coperte furono insopportabili, tutti ci svegliammo in un bagno di sudore. Quel mattino, saranno state le quattro, mi alzai e spensi i caloriferi. Mentre bevevo un sorso d'acqua in cucina per poco non lasciai cadere il bicchiere: fuori era arrivata l'estate: ai fanali della piazza potevo chiaramente scorgere le foglie dei platani, non gemme o foglioline, ma proprio foglie ben formate. Gettai in un angolo il pigiama di flanella e recuperai dall'armadio i bermuda e una maglietta. Corsi in strada: si stava benissimo, ci saranno stati un diciotto-venti gradi e le piante avevano le foglie e i fiori, alcuni pruni del viale addirittura i frutti. Altra gente scese in strada, arrivò anche mio padre e mi abbracciò forte. Anche gente che non avevo mai visto si abbracciava e mi abbracciava, ci si stringeva le mani, ci si baciava come a Capodanno. L'estate era arrivata!

Certo, ci chiedemmo perché avevamo perso un'intera stagione, ma nessuno riuscì a dare una risposta. I fondamentalisti parlarono di punizione divina e fu in effetti la teoria più sostenuta. L'ultraottantenne geologo Mario Tozzi disse invece che l'effetto serra ne era la causa. Altri diedero la colpa a qualche nuova arma sperimentale degli Stati Uniti o della Nuova Russia o a effetti della recente guerra a tre tra India, Pakistan e Cina.

Fatto sta che quel giorno stesso, il 21 giugno del 2049 - era un lunedì, caricammo i bagagli in macchina e corremmo al mare, a scottarci la pelle bianca sulla spiaggia e a fare lunghissimi bagni nell'acqua salata.


Fotografia di DR

mercoledì 11 marzo 2009

Il vecchio contadino


Il vecchio si chiama Piero, ma tutti lo conoscono come Luigi. Ha il suo pezzo di terra dietro la casa, un tratto in salita baciato dal sole e dall'aria del lago; dietro si distende il bosco dove ogni tanto va ancora a cacciare. È un ometto curvo, dotato però di una forza straordinaria e di una grinta che gli anni - quasi novanta - non hanno intaccato di un millimetro. Sotto i baffi indecisi tra il bianco e il rossiccio si apre una bocca che taglia il silenzio con i suoi giudizi precisi e affilati, con parole che non vengono sprecate, ma vanno diritte al centro del bersaglio.

Ora sta cavando i porri con la vanga, al sole tiepido di primavera. "Li prenda", mi dice mescolando italiano e dialetto, senza troppo insistere, "tanto li devo togliere comunque per le nuove coltivazioni, altrimenti li devo buttare via". Capisco che devo accettare, per non offenderlo, e lodo la grossezza ed il profumo di quei porri che ora sta pulendo con il falcetto: dà un taglio netto al culmine delle foglie, poi con un movimento circolare e aggraziato leva le barbe delle radici. Quando li ha mondati tutti, ne fa un grosso mazzo e li lega con un ramo di salice. Mentre me li porge, sorride.

Davanti a un bicchiere di vino rosso, e poi a un altro e a un altro ancora, fumando di tanto in tanto il suo mezzo toscano, mi ha raccontato dei suoi vecchi e nuovi dolori. Il tempo passava lento, sulla strada oltre l'orto passavano le automobili e le motorette della domenica pomeriggio. Lontano potevo vedere la breva sollevare minuscole onde sullo specchio grigio-azzurro del lago.

Luigi ha fatto la guerra di Russia, e prima ancora è stato nel fango dell'Albania, della Grecia e del Montenegro. Ha visto i muli sprofondare nella melma, le navi italiane bombardate tra Brindisi e Durazzo, le trincee scavate nel gesso in riva al Don, gli amici sfiniti fermarsi a morire nel ghiaccio. Nelle isbe della steppa ucraina ha conteso agli odiati tedeschi quel poco di calore nella notte e negli orti esultava per una vecchia buccia di patata o per un torsolo di cavolo. A Nikolajewka, dopo giorni di marcia nel gelo, è riuscito a passare di là del ponte della ferrovia e a ritrovare la libertà, la strada per l'Italia, a prezzo di sacrifici inenarrabili.

E con la pace ha trovato una moglie e poi i figli e un lavoro alla fornace. Gli anni sono trascorsi e ora la moglie è morta e sui figli non può più comandare, non capisce neppure come ragionino, non sa capacitarsi di tutte quelle liti per la casa e i terreni.

Però quando è qui, nel suo campo sulla collina dalla terra buona e scura, con i boschi dietro e lo scintillio del lago davanti, seduto tra il cielo e l'acqua come adesso, mentre fuma e guarda le piante crescere al sole di primavera, ritrova la felicità, quello che vagheggiava negli interminabili giorni nel gelo ucraino, tutto quello per cui ha resistito e continuato a marciare, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, verso il ritorno.

Guarda il rosmarino che ha piantato a ridosso del vecchio muro di pietra soltanto stamattina: "Farà alla svelta a coprire il muro: cresce in fretta il rosmarino..."



Alex Jawdokimov, "The Snug"

sabato 7 marzo 2009

Cortocircuito temporale


Vado sulla mia bicicletta Atala verso l'edicola, bardato bene con sciarpa, giaccone e guanti in questa mattina fredda di febbraio. Sono sulla pista ciclabile e trovo i soliti pendolari che vanno alla stazione: questa donna che si ferma sempre nel condominio rosso prima di raggiungere il treno, l'altra che cammina elegante con la borsa di pelle, il ragazzo con le cuffie nelle orecchie e il cappellino di lana... Guardo l'orologio: le 8 e 14.

Compro il solito quotidiano e saluto l'edicolante, metto il giornale nel portapacchi e riparto. Sulla pista altri volti che incrocio tutti i giorni: la signora con gli occhiali e il berretto di panno, l'uomo dalla testa rasata con il cappotto scuro... Poi vedo venirmi incontro un'altra bicicletta, in senso opposto al mio. Penso se su una pista ciclabile, incrociandosi, ci si debba salutare come succede su un sentiero di montagna. No, ovvio che no. Intanto l'uomo con la bicicletta diventa più vicino, ha qualcosa di familiare. Ci incrociamo... Mi guarda, lo guardo. Ma... sono io! Sono sbigottito, per poco non cado dalla bicicletta. L'uomo - l'altro me - si ferma e fa un passo indietro. Dice - dico? - "Non ti preoccupare, è solo un cortocircuito temporale: io sono te di qualche minuto fa, non vedi quella signora che entra nel condominio rosso e l'altra con la borsa di pelle? Non vedi il ragazzo con le cuffie?".

Sarà, riesco a pensare, ma resteremo sdoppiati? Le nostre vite prenderanno un bivio da questo cortocircuito? Oppure uno di noi due si dissolverà? E se quello fossi io? Guardo l'orologio: le 8 e 18. E così facendo mi distraggo un attimo. Quando rialzo gli occhi, l'altro me non c'è più e il treno si sta portando via tutti quanti: la signora del condominio, quella elegante, il ragazzo con il berretto di lana, la signora occhialuta, il calvo con il cappotto scuro...



John Birch, "Mask"

mercoledì 4 marzo 2009

La falena


Dopo giorni spazzati da un vento quasi autunnale e bagnati da una pioggia monotona e grigia, giorni inusuali per il mese di giugno, è finalmente scoppiata l’estate e subito il caldo, umido e appiccicaticcio, ha preso possesso delle nostre stanze come un ospite che giunga ad un hotel. Non si respira. Apro la finestra per vedere se qualche refolo di vento possa alleviare l’afa.

Toc. Dal bordo superiore dell’anta è caduto qualcosa con un tonfo sordo: è una falena. L’ho riconosciuta per quei suoi colori anonimi, adatti per la notte, quando, in assenza di luce, non servirebbero le vesti sgargianti di altre farfalle, come la Rhodocera Rhamni o la Zygaena Carnidica, l’una gialla, l’altra rossa e verde, o il famoso Papilio tanto caro a Gozzano, arabescato di nero e giallo con due vezzosi occhi rossi sul bordo inferiore delle ali.
Dovrei raccoglierla quella falena, metterla in un luogo buio e fresco. Ci vorrebbe una cartolina… Nel portacarte sulla scrivania ce ne sono diverse. Una cartolina di Gubbio, chi l’avrà scritta? L’inchiostro è sbiadito, a tratti svanisce, parte dell’indirizzo già non è più visibile, si può ricostruire seguendo il tratto di pressione della penna a sfera. Oh, l’ha scritta lei!

Raccolgo la falena rimuginando sulla cartolina, l’emozione del ricordo quasi mi travolge, come se un colpo violento mi fosse stato sferrato in viso, barcollo un istante solo. Colloco la falena tra le ortensie, in un angolo fresco e buio del giardino.
Torno ad osservare la cartolina: “Qui è bellissimo!” dice la scrittura inclinata sulla sinistra, “Bacioni” e segue quel nome che fu un universo nei giorni di anni che allora definivo “d’oro”, forse presagendo un rimpianto quasi oraziano.
E come sbiadisce e svanisce la scrittura di lei, così sbiadisce e svanisce in me il suo ricordo: lasciato al sole di troppe estati, lentamente mi si cancella dall’anima.