sabato 12 dicembre 2009

Un ragazzo, una ragazza

 
L'intraprendenza con cui aveva abbordato la ragazza stupì in primo luogo lui stesso: non se ne sarebbe creduto capace. Invece, abbandonato ogni timore, messa da parte ogni remora, si era buttato a capofitto in quell’impresa che poco tempo prima aveva giudicato disperata.

Ora erano seduti su una panchina nell’esigua veranda che si affacciava sulla strada, dove un viavai di gente diretta verso il lido era pressoché continuo. Il ragazzo sedeva composto, intimorito quasi dal fascino che sprigionava dalla ragazza come un’essenza che stordisce tutto il corpo, non solo le narici. La ragazza reggeva tra le mani un libro di narrativa italiana del Novecento, che aveva chiuso infilandovi un segnalibro in pelle cremisi per conversare con il giovane che - in modo timido e impacciato, secondo lei - le aveva rivolto la parola. Fu proprio quella goffa timidezza che l’aveva incuriosita; fu solo per quello che l’aveva invitato a sedersi, o almeno così in un primo momento le era sembrato. Ora che il ragazzo aveva cominciato a parlare di sé e di cose che, pur sembrando di poco conto, avevano una certa profondità, però la ragazza si sentiva attratta da lui, dal suo modo di parlare, come se il ragazzo - o la sua mente - emanassero un fluido. Ne percepiva tutto l’intimo tormento, con l’immensa dote del suo intuito femminile, riusciva a capirlo, a comprenderne le ragioni e le sofferenze e si sentì come investita da una missione: consolarlo, guarirlo, salvarlo. Ma da cosa ancora non sapeva: sapeva solo di dovergli stare vicino, di parlargli, di raccontarsi sinceramente come lui ora si stava raccontando, senza pudori.

Il sole era velato da una cappa plumbea d’afa ma lì all’ombra dei pini soffiava una brezza leggera. La ragazza si era ripromessa di fare compere quel pomeriggio, di girare nei negozi. Aveva adocchiato una maglietta turchese e un bikini coloratissimo sotto i portici del centro. Si disse che era più importante restare a sentire quel ragazzo.

Fu lei a invitarlo per la sera, intuendo che forse lui non ci sarebbe riuscito: propose al ragazzo di recarsi al cinema all’aperto, dove c’era in programma un film americano. Il ragazzo avrebbe voluto dissimulare la gioia che provava per quell’invito, per quel poter restare ancora con la ra­gazza, ma non vi riuscì e lei lo comprese benissimo.

Il cinema K. era nei pressi della chiesa, all’altra estremità della cittadina, dove si aprivano il vasto parco pubblico e, oltre i villini di più recente costruzione, la campagna. I due ragazzi avevano appuntamento per le otto e mezza davanti al giardino dove si erano incontrati: lui arrivò in anticipo e si guardava attorno ansiosamente quando lei, con un leggero ritardo, arrivò. Vestita di rosso, la sua bellezza fiammeggiava - pensò il ragazzo - sfolgorava come un tramonto d’estate. Guardò il cielo a Occidente e non poté fare a meno di paragonare la bellezza del cielo a quella di lei. Non se n’era ancora reso conto, ma quello che provava non era altro che amore.

Attraversarono i negozi del centro dove le luci si accendevano con i loro aloni crepuscolari e giunsero al cinema: si sistemarono sulle poltrone di ferro verniciate di blu e attesero in silenzio l’inizio della proiezione. Una luna piena e burrosa si stava levando oltre il telone, i lampioni si spensero e iniziò il film. Era la storia di un omicidio e di un processo in cui l’accusato era un innocente.

I ragazzi stavano pensando a cosa dire, a cosa avrebbero fatto una volta usciti dal cinema. Lui si chiedeva se metterle un braccio attorno alle spalle avesse rovinato tutto, esitò a lungo, poi si decise a compiere il gesto. La ragazza si strinse a lui.

Finito il film, uscirono nelle strade ancora affollate di gente, mentre i negozi chiudevano. La sera era diventata fresca e piacevole, perché una leggera brezza soffiava dal mare. Senza quasi accorgersene i due ragazzi si erano ritrovati mano nella mano nell’ampio piazzale davanti alla spiaggia. Gli ombrelloni chiusi e incappucciati erano in fila come soldatini di piombo, i riflessi argentei della luna coloravano le onde. Al largo tremolavano due luci, forse una chiatta o un peschereccio, più in là le luci della costa formavano una col­lana luminosa. Grilli cantavano nella pineta, da dove giungeva un balsamico odore di resina. Il ragazzo confessò che scriveva poesie ed era la prima per­sona a cui lo diceva. Ora lo sapeva che era amore: proprio da questo rivelarsi lo aveva capito, da questo desiderio di non avere segreti per la ragazza. Lei lo guardò in silenzio, poi disse che avrebbe tanto voluto leggerle. Poteva quasi toccare l’anima del ragazzo. Avvicinò le labbra a quelle di lui e si baciarono.

 

 lovers_in_midnight-other

IMMAGINE © HD WALLPAPERS

4 commenti:

zoé ha detto...

Splendida.

DR ha detto...

palesemente autobiografica?

zoé ha detto...

E cosa non lo è?.... ;)

DR ha detto...

In effetti, come scrisse Flaubert, "Bovary c'est moi"...