sabato 8 agosto 2009

La zattera


Vado alla deriva sul mio guscio di noce - mettere la creta sul fondo perché acquisti peso e mantenga l’equilibrio, infilzare un triangolino di carta o un quadratino se preferisci la randa latina e piantarlo nella creta prima che si secchi.

Vado alla deriva sulla mia zattera di fortuna - ho visto “Lost” e “Cast away” di recente, l’importante è mantenere la linea di galleggiamento e dotarsi di tutti i comfort che possano alleviare il sole cocente dei Tropici, e non dimenticare una riserva d’acqua dolce: c’è sempre una sorgente d’acqua dolce sulle isole deserte dove si precipita con l’aereo o si fa naufragio.

E non ho altro da fare che pensare, all’ombra delle palme intrecciate che mi fanno da tetto, sotto questa maglietta bagnata che è il mio turbante e che riesce per ora ad evitarmi un’insolazione. Conto uno per uno i pochi amori della mia vita, inanello visi di donne come grani di un rosario e i loro corpi come le bamboline che si ritagliano dalla carta e si aprono a fisarmonica.

Forse le ho deluse, forse ho dato loro gioia, o tenerezza: faccio questo effetto alle donne: stimolo il loro istinto materno, le lascio curiose di me, come bambine accoccolate sui talloni che rovescino dei sassi per vedere sotto il brulichio di insetti, le formichine che corrono impazzite, gli osceni lombrichi che si dimenano, i grassi scarafaggi che camminano via, gli onischi che sembrano guardarti e chiederti perché mai hai disturbato il loro riposo - vengono mai loro di notte a svegliarti? Non sono mica zanzare…

Dicevo, accendo in loro questo sorprendente lato di madri, anche quelle che madri non sono: si sentono provocate ad estrarmi dal guscio di chiocciola in cui mi rintano, vogliono vedere le mie antenne, i miei occhi, e sentirmi parlare e dire tante cose di me che forse neppure io conosco. Paola, per esempio. Guardavo il cielo in fiamme e la pensavo: nuvole d’oro, d’arancio, di limone riempirono le sere negli anni dell’adolescenza - un piccolo dolore immotivato che pungeva e mi faceva male. Paola lunghi capelli poi l’ho conosciuta fino nel profondo, luce distesa di fotografia a catturarne l'anima pensosa. Era ragazza d'estate, rivestiva i miei sogni perduti quando nuotando tornava dalle boe ed era Venere nascente. Portavo negli occhi la sua nudità, camminavo con i suoi seni nel cavo delle mani, ne gustavo la dolcezza d‘acerbo frutto. Era una massa informe la mia vita, Paola fu il Big Bang che mi creò. Io nacqui quel pomeriggio di giugno, non avevo che diciassette anni. Non avevano sapore i miei giorni: lei fu il sale che nutrì la mia terra; non conoscevano colore i miei occhi: lei mi svelò l’azzurro del cielo, il rosso dei papaveri tra il grano, l’arancione che incendia ogni tramonto.

E Alessandra? Era come una fotografia digitale di bassa qualità, di quelle che apri sullo schermo del computer e fatichi a individuare i particolari. Però se ingrandisci e perdi definizione, paradossalmente riesci a distinguere i dettagli. In un modo simile le potei vedere l’anima quel pomeriggio, distesi su un pattìno al largo: lei aveva il bikini blu con i disegnini bianchi ed il suo ventre era pallido - era la prima volta che indossava il due pezzi invece del costume quell’anno. All’improvviso buttò lì con noncuranza dei problemi che aveva sofferto per l’anoressia. Lo disse come se io non dovessi sapere che cosa fosse, come se non avessi mai vissuto nel mondo, non avessi visto delle amiche deperire o quella ragazzina del telefilm inghiottire e decidere di mangiare quando la sedicenne del letto accanto al suo morì senza alcun motivo di quella malattia terribile. E pensare che era il telefilm preferito di Alessandra: quanti pomeriggi avevamo trascorso a guardarlo nella sala con le poltrone di stoffa scozzese. Quando partiva la sigla di coda, lei continuava a sognare e impugnava la chitarra: cercavamo sempre qualcuno che la sapesse accordare per bene.

E poi la “madonna fiorentina”, apparsa in un tramonto di maggio in un campo spelacchiato di pallone: fu l’ancora di salvezza cui mi aggrappai - ero già naufrago allora, alla deriva nell’oceano procelloso che chiamiamo vita. Odisseo oltre le colonne d’Ercole avrà conosciuto quel mare tempestoso così diverso dal Mediterraneo, come noi ci avventuriamo nei giorni…

Una nave! Una nave! Una donna di classe con i capelli lunghi e lisci, biondi. Gli occhiali da sole sul bel viso, il reggiseno che si nota sotto la maglietta leggera a fiori… No, un altro puntolino nel vetro, un difetto della lastra, un neo di sabbia.

Vado alla deriva sulla mia zattera, una birra ghiacciata sul tavolino, la solitudine seduta accanto a me sul divano, questa amante stanca e gelosa.



© ABC / Mario Perez

2 commenti:

concetta t. ha detto...

sia quelli grandi che quelli piccoli, i nostri amori passati, ci hanno insegnato qualcosa e con loro siamo diventati quello che siamo adesso, un po' felici un po' disillusi un po' più completi.

DR ha detto...

gli amori, così come tutte le nostre esperienze di vita, sono quello che siamo: ci hanno forgiato così come adesso ci presentiamo al mondo