sabato 6 giugno 2009

Babele

 
Qui, in questa terra di Sennaar, dove il Tigri e l'Eufrate si avvicinano come amanti prima di sfociare nelle acque del Golfo, trovammo una fertile pianura e ci stabilimmo. Non pietre né calce ci sono, ma bitume e argilla. E qualcuno, un giorno lontano, pensò di ottenere dei mattoni da usare in sostituzione delle pietre, cuocendo sul fuoco l'argilla. E scoprì che il bitume poteva servire da malta.

Così iniziammo a costruire la città, mattone dopo mattone, una cazzuola di bitume dopo l'altra. E crebbe bene e in fretta la nostra Babele. Quello che mancava era un segno di unione, un simbolo al quale legarci, per riconoscerci come patria. Decidemmo di costruire una torre, altissima, fino a toccare il cielo, in modo che la si potesse scorgere da lontano.

Eccoci qui, a tanti metri dal suolo, con i nostri mattoni issati con fatica, con le nostre cazzuole e i secchi di bitume. Naftuh mi sta dicendo qualcosa, indica con lo scalpello: "Abghak lopir sefuh, gighnot plotus!". Straparla, forse è il caldo, che a queste altezze si fa sentire ancora di più. Anche Arfaxad, agitando il martello, mi parla: "Bleusseeç keleçepol ereh serre deler..." Ma non riesco a capire cosa farfugli, e lo stesso Naftuh lo guarda come se non avesse inteso. Joctan sbraita: "Mamelù collì kilopè deferghà", poi si blocca con la mascella spalancata. Chiedo loro cosa stiano dicendo, ma è evidente dalle loro facce che non riescono a comprendere le mie parole.

Quale maleficio ci è stato gettato contro? Quale misterioso sortilegio è accaduto? A ognuno di noi non resta altro da fare che scendere e cercare qualcuno che parli la sua lingua... La torre, naturalmente, è perduta.

 

 AC039B_torre_di_Babele

PIETER BRUEGEL, “TORRE DI BABELE”

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