giovedì 23 aprile 2009

L’uomo che guarda


Federico Mahor passava tutti i giorni alla stessa ora per Largo Cairoli tornando dall'ufficio. Una sera, mentre era incolonnato nel traffico come sempre - neppure lui saprebbe dire che cosa avesse attirato la sua attenzione - notò che c'era un uomo fermo al centro del piazzale, seduto su una seggiolina da bar, che guardava avanti a sé immobile.

E sera dopo sera, settimana dopo settimana, immancabilmente Mahor guardava là e l'uomo era al suo posto. Quando venne l'inverno, lo vide imbacuccato in un ampio pastrano, una sciarpa gli avvolgeva il collo e il mento, un cappello di pelo gli riparava la testa e le orecchie. E guardava fisso davanti a sé.

A primavera tornò libero, indossava un maglioncino ed un berretto da baseball; al sopraggiungere dell'estate rimase in canottiera e pantaloncini corti. E guardava diritto davanti a sé.

Una sera di luglio, poco prima che la città chiudesse per le ferie, a Federico Mahor capitò di doversi fermare proprio in Largo Cairoli per acquistare un volume illustrato alla Libreria Americana. Tornando all'automobile, posteggiata con le quattro frecce lampeggianti in doppia fila, passò davanti all'uomo e una domanda gli sorse dal profondo, come se neanche fosse lui a parlare - e infatti la voce gli suonò strana quando chiese:

"Scusi, ma che fa?"

" Niente. guardo..."

"Ho visto, ma che guarda?"

"Guardo..."

"Guarda le automobili del parcheggio? È forse il posteggiatore?"

"No"

"E che fa allora?"

"Guardo..."

Federico Mahor non era spazientito, piuttosto avvilito. Non riusciva nemmeno a guardare l'uomo nel volto, perché questi era intento nella sua attività di contemplazione. Ma cosa guardava? Il semaforo dall'altro lato della strada, l'angolo di Castello che si riusciva a scorgere, i palazzi ottocenteschi, un balcone dove forse si sarebbe affacciata una bella ragazza?

Capì che per osservarlo negli occhi avrebbe dovuto porglisi davanti, o almeno di tre quarti. Così fece, ma nulla aveva più da chiedere; si limitò a salutare l'uomo seduto sulla seggiolina da bar: "Be', allora io vado. Buona serata". "Buonasera".

Se ne andò, con il suo sacchetto di plastica che conteneva un pesante volume sulla Coppa America di vela, lasciando in Largo Cairoli l'uomo che guardava trascorrere la vita.


Réné Magritte, “Il terapista”, 1937

2 commenti:

Anonimo ha detto...

In pieno surrealismo... sempre interessante la tua prosa

DR ha detto...

Sto mettendo a frutto le insistite letture di Buzzati...