sabato 26 dicembre 2009

Un mattino di neve


È sceso alla fermata della metropolitana di Cadorna, le mani nelle tasche del cappotto, il viso basso per evitare la lama tagliente del freddo. Per le strade c'è ancora la neve, immense montagne nere di smog lasciate sui marciapiedi e una poltiglia grigia sull'asfalto; solo sui tetti permane il bianco candore. Mentre alza lo sguardo per controllare il colore del semaforo di via Carducci la vede, bionda, biondissima, con una pelliccia di volpe argentata e i pantaloni neri. Nonostante la neve, non ha stivali ma le solite scarpe con i tacchi, che lasciano intravedere le calze di nylon. Si chiede per un attimo se non possa essere un'altra, una che le assomigli moltissimo. Ma quando il semaforo dà il verde riconosce la sua andatura flessuosa. È proprio lei, lei che lo ha trattato come un burattino, che lo ha rivestito di bugie, che lo ha umiliato con i tradimenti, che lo ha dileggiato con strafottenza. "Ti telefono io" poi non si era fatta più viva. "Ti telefono io" una settimana fa. Invece le ha telefonato lui, e naturalmente non rispondeva nessuno.

Ha l'impulso di fermarla, di dirgliene quattro in mezzo alla gente; poi si rende conto che la ama ancora, la ama perdutamente. È incuriosito, decide di seguirla, decide di sciogliere qualche dubbio. Quante volte la chiamava e lei adduceva gli impegni più strani: un corso di fotografia, una sartoria, una scuola di ballo alle ore più assurde. Quanti appuntamenti rinviati, saltati. Quante volte lui c'era andato e aveva atteso invano, un'ora, due ore. Trascurava anche l'ufficio, il suo lavoro di arredatore e lei come lo ricompensava?

La segue a distanza in Corso Magenta, la vede acquistare una rivista. Poi c'è un semaforo rosso, un tram gli si ferma proprio davanti. Quando riparte non la vede più. Accelera il passo. Entra in via Meravigli. Di lei nessuna traccia. Si sente un po' avvilito, deluso; pensa a tutti i posti dove può essersi ficcata ma non gli viene in mente niente. A Piazza Cordusio qualcuno lo ferma: è Manenti, un collega d'ufficio ora in pensione. Manenti gli offre un aperitivo ma lui è apatico, amorfo, sente le ginocchia tremare. Si siedono. Dieci minuti dopo ha come un tuffo al cuore: lei è entrata nel bar, è sola e ha un sacchetto. Dunque era entrata in un negozio, una boutique alla moda. Resta nel suo angolo di osservazione senza badare molto alle chiacchiere di Manenti. Eppure deve ringraziare lui se l'ha ritrovata.

Quando lei si alza, saluta Manenti e lo lascia con il pretesto di un appuntamento. È mezzogiorno, ormai. La segue per via Mercanti; la vede entrare in una libreria. Comincia a pensare che questo inseguimento è del tutto infruttuoso e che è anche una cosa un po' meschina. E se poi scopre davvero qualcosa sul suo conto? La amerà ancora o non ci riuscirà più? Finalmente lei esce e lo libera da questi pensieri che si inseguono come dentro un labirinto. Lei torna indietro e prosegue per via Dante. Sono le dodici e venticinque. Davanti al bar si imbatte di nuovo in Manenti: "Stiamo facendo il girotondo, eh..." gli butta lì quello e lui, preoccupato che Manenti voglia accompagnarlo e gli faccia perdere di vista lei, dice distrattamente "Sì, il girotondo" e riparte mentre il semaforo è già rosso.

Lei sta camminando verso la stazione della metropolitana; decide di chiamarla: "Simona!". E Simona si volta, "Ah, sei tu..." dice senza nemmeno salutarlo. "Vai a pranzo?" lui chiede. "Sì". "Potremmo andarci insieme; c'è un ristorante a pochi passi da qui..." ma lei, impietosa, gli taglia le gambe per l'ennesima volta: "No, oggi no: vado da un'amica". La saluta. Lei lo saluta con malcelata insolenza. Non sa che fare. Esita un attimo poi torna a seguirla più da lontano. Da­vanti al Castello la vede salire su una BMW grigia; è lontano ma riesce a vedere che alla guida c'è un uomo. Torna sui suoi passi, spera che il suo amore si sia dissolto come la neve che si sta trasformando in acqua, spera da un momento all'altro di sentirsi finalmente libero. Non è così: dentro di sé sente il suo amore travolgerlo sempre più forte e il bruciore di una nuova ferita nel profondo del­l'anima. Ma la ama.

1986

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Gina Brown, "Red umbrella"

sabato 19 dicembre 2009

La bella amazzone


Nell’incendio dorato del tramonto rimane una lunga scia rossastra proprio dove l’orizzonte cede il passo alle piante spoglie oltre l’Arcivescovado. È la ferita sanguinante del mio cuore colpito dalla freccia scoccata da Cupido, centrato dal dardo piumato nell’ora d’oro che spegne il giorno d’inverno a secchiate di nebbia.

In quel velo di foschia l’apparizione si è dissolta, svanita come un etereo fantasma dove le colonne intersecano la via e nuove strade e nuove vite si spalancano. Come nella poesia di Frost per una via si è dileguata la bella amazzone che mi ha colpito pochi istanti prima con la sua bellezza, volata come fumo nel nulla del dicembre milanese, mischiata ad altre donne e ad altri uomini che si muovono frenetici con borse piene di pacchetti regalo in questo giorno oramai prossimo a Natale. Frost aveva meno dilemmi: due erano le strade. Qui le mie scelte sono disparate: ricercarla verso San Babila o verso il Duomo? Pensare di ritrovarla in Via Santa Radegonda o in Via San Pietro all’Orto? Pescarla in Santa Tecla o in Via Larga? Le strade di città sono intricate come un antico bosco, i negozi sono le pareti di un complicato labirinto illuminato: la bella è ormai perduta…

Rimpiango già il suo farsetto scuro e il cappellino, le lunghe gambe inguainate, gli stivali, i capelli color rame imbrigliati in una lunga treccia. Il suo riflesso arde ancora nell’aria…


Fotografia © Luigi Petrazzoli

sabato 12 dicembre 2009

Un ragazzo, una ragazza

 
L'intraprendenza con cui aveva abbordato la ragazza stupì in primo luogo lui stesso: non se ne sarebbe creduto capace. Invece, abbandonato ogni timore, messa da parte ogni remora, si era buttato a capofitto in quell’impresa che poco tempo prima aveva giudicato disperata.

Ora erano seduti su una panchina nell’esigua veranda che si affacciava sulla strada, dove un viavai di gente diretta verso il lido era pressoché continuo. Il ragazzo sedeva composto, intimorito quasi dal fascino che sprigionava dalla ragazza come un’essenza che stordisce tutto il corpo, non solo le narici. La ragazza reggeva tra le mani un libro di narrativa italiana del Novecento, che aveva chiuso infilandovi un segnalibro in pelle cremisi per conversare con il giovane che - in modo timido e impacciato, secondo lei - le aveva rivolto la parola. Fu proprio quella goffa timidezza che l’aveva incuriosita; fu solo per quello che l’aveva invitato a sedersi, o almeno così in un primo momento le era sembrato. Ora che il ragazzo aveva cominciato a parlare di sé e di cose che, pur sembrando di poco conto, avevano una certa profondità, però la ragazza si sentiva attratta da lui, dal suo modo di parlare, come se il ragazzo - o la sua mente - emanassero un fluido. Ne percepiva tutto l’intimo tormento, con l’immensa dote del suo intuito femminile, riusciva a capirlo, a comprenderne le ragioni e le sofferenze e si sentì come investita da una missione: consolarlo, guarirlo, salvarlo. Ma da cosa ancora non sapeva: sapeva solo di dovergli stare vicino, di parlargli, di raccontarsi sinceramente come lui ora si stava raccontando, senza pudori.

Il sole era velato da una cappa plumbea d’afa ma lì all’ombra dei pini soffiava una brezza leggera. La ragazza si era ripromessa di fare compere quel pomeriggio, di girare nei negozi. Aveva adocchiato una maglietta turchese e un bikini coloratissimo sotto i portici del centro. Si disse che era più importante restare a sentire quel ragazzo.

Fu lei a invitarlo per la sera, intuendo che forse lui non ci sarebbe riuscito: propose al ragazzo di recarsi al cinema all’aperto, dove c’era in programma un film americano. Il ragazzo avrebbe voluto dissimulare la gioia che provava per quell’invito, per quel poter restare ancora con la ra­gazza, ma non vi riuscì e lei lo comprese benissimo.

Il cinema K. era nei pressi della chiesa, all’altra estremità della cittadina, dove si aprivano il vasto parco pubblico e, oltre i villini di più recente costruzione, la campagna. I due ragazzi avevano appuntamento per le otto e mezza davanti al giardino dove si erano incontrati: lui arrivò in anticipo e si guardava attorno ansiosamente quando lei, con un leggero ritardo, arrivò. Vestita di rosso, la sua bellezza fiammeggiava - pensò il ragazzo - sfolgorava come un tramonto d’estate. Guardò il cielo a Occidente e non poté fare a meno di paragonare la bellezza del cielo a quella di lei. Non se n’era ancora reso conto, ma quello che provava non era altro che amore.

Attraversarono i negozi del centro dove le luci si accendevano con i loro aloni crepuscolari e giunsero al cinema: si sistemarono sulle poltrone di ferro verniciate di blu e attesero in silenzio l’inizio della proiezione. Una luna piena e burrosa si stava levando oltre il telone, i lampioni si spensero e iniziò il film. Era la storia di un omicidio e di un processo in cui l’accusato era un innocente.

I ragazzi stavano pensando a cosa dire, a cosa avrebbero fatto una volta usciti dal cinema. Lui si chiedeva se metterle un braccio attorno alle spalle avesse rovinato tutto, esitò a lungo, poi si decise a compiere il gesto. La ragazza si strinse a lui.

Finito il film, uscirono nelle strade ancora affollate di gente, mentre i negozi chiudevano. La sera era diventata fresca e piacevole, perché una leggera brezza soffiava dal mare. Senza quasi accorgersene i due ragazzi si erano ritrovati mano nella mano nell’ampio piazzale davanti alla spiaggia. Gli ombrelloni chiusi e incappucciati erano in fila come soldatini di piombo, i riflessi argentei della luna coloravano le onde. Al largo tremolavano due luci, forse una chiatta o un peschereccio, più in là le luci della costa formavano una col­lana luminosa. Grilli cantavano nella pineta, da dove giungeva un balsamico odore di resina. Il ragazzo confessò che scriveva poesie ed era la prima per­sona a cui lo diceva. Ora lo sapeva che era amore: proprio da questo rivelarsi lo aveva capito, da questo desiderio di non avere segreti per la ragazza. Lei lo guardò in silenzio, poi disse che avrebbe tanto voluto leggerle. Poteva quasi toccare l’anima del ragazzo. Avvicinò le labbra a quelle di lui e si baciarono.

 

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IMMAGINE © HD WALLPAPERS

sabato 5 dicembre 2009

Non eri mia


Non sei mia. Non lo sarai mai. Non lo sei mai stata. Mi è solo parso per un attimo o un’estate che tu lo fossi. Ma non lo eri: tu eri semmai la scialuppa di salvataggio e io il naufrago alla deriva nell’oceano, aggrappato a te con ogni mia forza. Una nave di passaggio mi ha tratto in salvo e tu sei galleggiata via, per sempre.

Eppure in quei giorni riuscire o fallire erano così simili a vivere e morire e colpi di stiletto mi trafiggevano il cuore. Non eri mia. Non so come abbia potuto crederlo, davvero non lo so: forse ero come un’allodola accecata dallo specchietto e vi stavo precipitando contro, mi stavo sfracellando contro quel tuo amore. Qualche cosa che passava di lì mi ha distratto, mi ha salvato facendomi deviare la picchiata.

Non eri mia, eppure l’apparenza deve avermi ingannato; recitavi Prévert: “Noi ci amiamo noi viviamo, noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita cosa sia il giorno e non sappiamo cosa sia l’amore”, ti stringevi a me, lasciavi che le mie mani ti cingessero, ti comprendessero, ti abbracciassero tutta. Non eri mia. Uscivi dal mio abbraccio e scomparivi per giorni interi finché all’improvviso nella posta, tra comunicazioni della banca e depliant pubblicitari, compariva la tua lettera, bianca, profumata.

Guardavo il francobollo verde, leggevo l’annullo postale per sapere dove ti trovassi, con mano incerta laceravo l’orlo superiore della busta rischiando di ferirmi con il tagliacarte per l’emozione. E leggevo la tua scrittura tondeggiante e inclinata sulla sinistra, lasciavo che il “Carissimo”, i “mio caro”, gli “amore mio” mi colassero in gola fino a strozzarmi, gioivo delle ”entusiasmanti novità”, scorrevo avidamente la lettera fino all’agognata chiusa “Incontriamoci…”

Ma non eri mia. Ci incontravamo dove proponevi tu, come sempre avevamo fatto: anche quando uscivamo nei giorni felici eri tu a guidare le danze, a dire “Andiamo in quel bar” o “Proviamo quel nuovo locale”, eri tu a scegliere le strade, le discoteche, i negozi, come una padrona di casa. E ci incontravamo, ci baciavamo, parlavamo del tempo passato da soli, dei nuovi progetti, delle complicazioni insorte, recitavi Prévert: “Amore mio noi ci amiamo noi viviamo noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita e non sappiamo cosa sia l’amore”.

Non eri mia. Dopo qualche tempo scomparivi e io aspettavo che ritornassi, che telefonassi, che scrivessi da chissà quale luogo. E tu ritornavi, telefonavi, scrivevi… Finché un giorno te ne andasti in modo diverso, iroso, sbattendo la porta, nera, e qualcosa dentro di me disse “Non torna, non tornerà più”.

Non eri mia. Non lo sei. Non lo sarai mai. del resto non lo sei mai stata. Mi è parso solo per un attimo o un’estate che tu lo fossi, ma non lo eri. Io però continuo a cercare nella posta una tua lettera con il francobollo verde, un verde più intenso, un verde quasi blu, perché da allora sono cambiate anche le tariffe postali.


Jack Vettriano, “In thoughts of you”

sabato 28 novembre 2009

Una vecchia storia da raccontare


Quattordicesimo secolo: c'è grande festa nel castello di Brivio per il matrimonio tra il barone Oldrado e Ermellina. I cuochi hanno predisposto un grande banchetto con pietanze raffinate e fiumi di vino, ma la bella sposa è triste: nel suo cuore c'è posto solo per il poeta Tibaldo, al quale si è promessa con il pegno di una viola del pensiero legata da una ciocca dei suoi biondi capelli. Eppure, la vecchia indovina di Pontida aveva profetizzato a Ermellina e Tibaldo che avrebbero finito i loro giorni teneramente abbracciati...

Il tempo passa lentamente. Un anno dopo Oldrado è costretto ad abbandonare l'infelice sposa per andare a combattere i Visconti a fianco delle truppe guelfe: Ermellina lo saluta fredda e distaccata ed il barone parte per la guerra con il cruccio di quella moglie così distante e apatica. Ermellina è sola e, la notte, sente la voce di Tibaldo che le fa la serenata da una barchetta sull'Adda, che forma un lago sotto le mura del castello. La donna, come Odisseo davanti al canto delle Sirene, stoicamente resiste, ma Oldrado continua a essere lontano, impegnato in sanguinose battaglie tra guelfi e ghibellini: Bernabò Visconti avanza e conquista città su città. Una sera, vinta dalla passione e dal rifiorire della primavera, Ermellina non riesce a resistere al richiamo: spalanca la porticina che dà sul lago e si getta nelle braccia di Tibaldo. Da quel momento per lei c'è solo il poeta, c'è solo quel grande amore: si incontrano tutte le notti e si abbandonano al desiderio; con il passare del tempo abbandonano anche la prudenza.

Così una notte, scesa dalla porticina che dà sul fiume, Ermellina con sorpresa ed orrore invece del morbido e gentile braccio di panno del bel Tibaldo trova ad accompagnarla sulla barchetta il duro ferro dell'armatura di Oldrado: è perduta, terrorizzata, ma la rincuora sapere che almeno il suo amante è in salvo. Ahimé, non è così: sbarcati sull'isoletta in mezzo al lago il cupo marito le mostra il corpo senza vita di Tibaldo; al centro del petto, fiorito in una macchia rossa, svetta il manico dorato di un pugnale. Ermellina si getta piangendo sul corpo esanime del poeta e Oldrado la trafigge con la stessa arma. L'onore del barone è salvo, la vendetta consumata: i due corpi vengono gettati nel lago, ancora abbracciati. La profezia della vecchia indovina di Pontida si è avverata. Quella notte stessa Oldrado scompare, nessuno sa più dove sia finito.

Raccontano che, molto tempo dopo, durante lavori di restauro del castello, sotto una lapide consunta spuntò il corpo di un guerriero: da quello che restava del costato spuntava un pugnale con il manico dorato...


Ingres, “Paolo et Francesca”

sabato 21 novembre 2009

La felicità del sogno


La felicità degli spot pubblicitari è palesemente falsa. La famigliola che siede felice al tavolo di cucina per la colazione è fuori dal tempo e forzatamente allegra. E la felicità del sogno come può essere giudicata?

Ma cominciamo dall'inizio: sono in un albergo con la solita comitiva di amici, al momento di ammassare i bagagli al mattino e intraprendere il viaggio di ritorno. C'è ancora una mezz'ora per il caffè e le brioches. Un hotel anonimo di una non nominata città e da nessun elemento si può risalire alla località, dire se sia una città di mare o di lago o di montagna.

Vedo l'uomo alla reception - un bancone con computer e postazione telefonica - guardarmi e poi stupito riconoscermi e salutarmi. Anch'io riconosco in quel quarantenne il ragazzo che era: sebbene il suo volto sia quello di un attore del film che ho visto la sera prima, è indubbiamente Alberto. Ricordo anche il suo carattere quando, scherzando come un tempo, mi chiede se io desideri un sacchetto ed io, presagendo che si tratti della solita boutade, titubante rispondo di sì. “Eccolo” - mi dice porgendomi uno di quei grandi asciugamani che si usano nelle docce degli alberghi - “per incartarci l'elicottero!”. Arriva mio cugino, stranamente aggregato alla compagnia, della quale non ha mai fatto parte, e Alberto riconosce anche lui, molto stupito evidentemente di non trovarlo più bambino.

A questo punto c'è uno stacco quasi cinematografico, lascio l'asciugamani sul bancone ed entra una donna, vestita con un tailleur pantalone nero ed una camicetta bianca; anche i capelli sono scuri, sebbene non corvini: è Anna! Mi abbraccia con trasporto, felice di vedermi. Il tempo deve avere operato un cambiamento, quasi rovesciando i ruoli: è lei quella che attendeva innamorata.

Alberto, intuendo l'importanza del momento per la sorella Anna, dice a mio cugino: “Vieni, lasciamoli un po' soli” e lo conduce via.

Io e Anna rimaniamo lì stretti stretti, allacciati in un abbraccio caloroso, come se non volessimo lasciarci mai più, ora che ci siamo ritrovati. Ci rubiamo con gli occhi mentre la comitiva lentamente si raduna scendendo dalle stanze e passando accanto a noi per entrare nel salone della colazione. Tutti ci guardano e sono immensamente felici per me.

Anna allora mi conduce nel salone, ad un tavolo isolato dagli altri, probabilmente quello padronale o di servizio dove mangiano i cuochi e il personale. Sediamo e ci teniamo la mano sulla tovaglia bianca continuando a guardarci e a parlare di noi. Mi sento al colmo della felicità.

Mi sono svegliato. Fuori sta piovendo molto forte, l'acqua scroscia rumorosamente. Guardo la sveglia: sono le 5.35. E allora silenziosamente piango qualche secondo: credo sia il rimpianto, la consapevolezza che si sia trattato soltanto di un sogno, per quanto abbastanza verosimile. Ma, all'improvviso, mi assale la stessa felicità che ho provato nel sogno, e sorrido beato. Mi addormento per cercare ancora la Musa, se sia rimasta ad aspettarmi in qualche angolo del sogno...


sabato 14 novembre 2009

L’uomo elegante


Il vento scuote i campanelli appesi fuori sul balcone, il canarino nella gabbia comincia a muoversi irrequieto, a emettere non il suo canto melodioso ma note stridule. Anche la caffettiera si è messa a borbottare e la portinaia esce a controllare, abbandona la guardiola con un senso di inquietudine.

C’è un uomo vestito di tutto punto, elegante. Ha un cappotto antracite di ottimo taglio, sotto il quale si intravede una cravatta nera, i pantaloni scuri hanno una piega perfetta. Sotto gli occhiali dorati che gli danno l’aria distinta da professore, da illustre medico, si accende un pizzetto brizzolato. Sotto il cappello di feltro si può notare la chioma fresca di barbiere. Intimorisce. Ma Vincenza, la portinaia, è un donnone che ne ha viste tante, sono trent’anni che occupa quella guardiola e conosce il modo per difendersi e offendere…

«Buonasera. Desidera?» L’uomo, non certo intimidito, ma quasi sorpreso di trovare una reazione così energica, rimane pensieroso un secondo, poi risponde «Il magistrato Brambilla…» Vincenza gli indica dove può trovarlo, al terzo piano, interno sei, e ritorna al suo caffè, al caldo della sua portineria dove il canarino ora è tranquillo sul trespolo. Anche la campana a vento tace, fuori il buio è totale, anche la nebbia dev’essere scesa a coprire ogni cosa. Eppure, c’era qualcosa di strano in quell’uomo, un ghigno sottaciuto, un particolare che lo rendeva antipatico. Vincenza si ripromette di parlarne al magistrato, un uomo così cordiale, in pensione da tanti anni e sempre gentile con tutti. Ogni tanto, tornando dalla sua passeggiata mattutina le lascia il giornale sfogliato al circolo. Sempre premuroso, sempre educato, un vero signore…

Il canarino si agita, un passo rimbomba per le scale, fuori una nuova folata smuove le campanelle. Con la coda dell’occhio Vincenza riesce a scorgere l’uomo con il cappotto nero. Un medico, pensa, anzi, un chirurgo. Se n’è andato senza neanche salutare, la portinaia lo vede svanire nella nebbia.

Un quarto d’ora dopo splende la luna, il cielo è sereno, qualche nuvola vaga qua e là come una pecorella smarrita. Vincenza sale dal dottor Brambilla: non apre. Suona ripetutamente, poi si rassegna a usare le chiavi di riserva. Tutto è in ordine salvo, sul tavolino in salotto, due tazze da tè. Il magistrato giace supino sul letto, fulminato da un infarto.

Ora Vincenza sa chi era quell’uomo…


Henri Gervex, “Uomo elegante su una terrazza”

sabato 7 novembre 2009

Viaggiatore nel ricordo


Attraverso la porta che conduce a mondi inesplorati che parlano di te: una porticina stretta che discende nelle viscere della terra. Come nel “Poema a fumetti” di Buzzati, come nel film in bianco e nero degli Anni Cinquanta tratto da Jules Verne con gli effetti speciali di cartapesta, come il viaggio di Dante nella selva oscura: mostri e spettri mi attendono, il loro nome è ricordi; e se ci sarà una Beatrice a indicarmi la strada verso i cieli puri del Paradiso giocoforza, guarda che paradosso, quella dovrai essere tu…

La prima luce che risplende come una fiaccola nel buio e che guida i miei passi in questa avventura è un riflesso giallo nello specchio appannato di un caffè: come pioveva quella sera, un temporale estivo allagava le strade e scuoteva i pini, rare automobili passavano nella via – una di quelle originò il bagliore giallo, il suo alone illuminò il tuo viso di luce, irradiò la bellezza, la circonfuse d’amore. Ancora adesso posso udire il rumore dei cucchiaini nelle tazze, l’aroma dell’espresso che si perdeva nell’aria umida. Siedo a quel tavolino rosso, osservo i fari riverberare sfumature d’oro sui tuoi capelli.

Archeologo della memoria, riprendo il mio cammino, tento un altro cunicolo, si allarga in una giornata ventosa che spinge lontano grigie nuvole gonfie di pioggia, il cielo si rispecchia nelle pozzanghere dove le tue scarpe basse si bagnano. Saliamo sul pontile, il libeccio sferza i nostri vestiti, li incolla ai corpi, i tuoi capelli sfiorano il mio viso, beffarda carezza ora che non sei più mia. Riprovo identica quella triste dolcezza, forse malinconia, forse nostalgia: due amici fermi a osservare i ragazzi che pescano i granchi con le mollette, le bandiere che ondeggiano con violenza sui pennoni dei lidi, i gabbiani impazziti nella corrente. E quel ballo di qualche sera prima, un cuneo infilato in una storia fino a spezzarla. Lui chissà dov’è adesso, magari nell’appartamento al centro o forse è tornato a casa sua. Ma nella mia mente è lì che ti stringe mentre la musica suona e una luna gialla irride la mia solitudine.

Questo ricordo è doloroso, avanzo in fretta fino a incontrare una spelonca buia: fiamme proiettano ombre tremolanti, ma non è l’inferno. È una fredda sera d’inverno e il fuoco è quello sul quale cuociono le caldarroste: ne è passato di tempo da quel giorno sul pontile, gli anni ci hanno segnato e il caso ci fa ritrovare insieme, tu con il cappotto nero io con gli occhiali e con le scarpe nuove. Come oscillano quelle ombre disegnate dalla pentola forata dove le castagne si abbrustoliscono, così vibra l’amore, nutrito dalle notti trascorse senza te, passate a immaginarti vivere altrove. Ora sei qui e non trovo le parole da dire, mi perdo nel sorriso illuminato dalle fiamme, mi lascio avvolgere dalla notte umida che discende sulla città. Quando sgusci le caldarroste è il mio cuore che sgusci, la sua vecchia pelle finisce nel sacchetto di carta, quella nuova lascia sperare nel futuro…

È piacevole sostare qui, restare sul pavé e parlare con te, ma la memoria ha i suoi tempi, già mi sospinge in un’altra direzione, mi dice che è tempo di risalire in superficie, riapre una botola e mi ritrovo a casa, seduto al computer a scrivere di te. Fuori piove un autunno malinconico e scende la sera sulle foglie gialle e sugli ombrelli che percorrono la via. Ora conosco la strada che devo seguire: prendo il telefono, digito il tuo numero…


Illustrazione di Doré per la Divina Commedia

sabato 31 ottobre 2009

Sabato sera

a Silvio Miglio


Che cos’è questo cielo prigioniero dei monti? Dov’è la libertà se non nella pianura sconfinata? Ma qui vedo sempre quei monti, di sera come sabbia nel tramonto, con la luna ritagliati in cartoncino nero e opaco e poi di giorno ancora lì come una lenta asfissia. E invece io avrei bisogno di spaziare con lo sguardo sull’immensità del mare.

Il treno dal Nord porta le turiste tedesche, scendono schiamazzanti tra le valigie e i lampi di una macchina per fototessere. Nella mia mente un amore perduto o forse mai nato, abortito una sera di luglio quando non trovai il coraggio di baciarla...

Ma cos’è quest’ansia che mi prende come un granchio? Sarà la consapevolezza che la gioventù svanisce sempre un po’ ogni giorno, sarà la nostalgia, il rimpianto per ciò che non è stato?

Ci sono dei sapori che noi che ci troviamo in questa situazione non sentiamo più. Non sono i sapori che possiamo percepire attraverso il gusto ma dei sapori del tutto particolari che forse nessun senso o forse l'insieme di tutti i cinque sensi ci può fornire. Come il sapore del sabato sera uscito dall'immagine di un attimo rubata passando davanti a un supermercato: la gente che si affolla alle casse, riempie carrelli, accatasta sacchetti di plastica; e gli scaffali pieni di scatole e barattoli colorati, il gusto della festa che sta arrivando e si prepara tutto per bene perché la domenica sia felice...

Amico mio, scusami se ti assillo con i miei guai: divertiamoci oggi che è sabato, ceniamo e poi cerchiamo compagnia. E allora crauti rossi cotti nel burro e canederli da intingere nel gulasch; davanti la caraffa di birra e la valle dove ad una ad una si accendono le luci. E con le luci si accendono le stelle e i ricordi. Strüdel al papavero con crema di mirtilli e poi una grappa di pere.

E lungo il fiume donne in passerella per noi nella sfilata d’autunno che è la passeggiata serale: bionde, brune, rosse, minigonne, calze nere, jeans, baschi, abiti attillati... Al solito caffè la cameriera ci strizza l’occhio e ci fermiamo a discutere con lei su che differenza passi tra amore e sesso e intanto il fiume corre via insieme al tempo.

Una gran voglia d’amore mi prende il cuore adesso che vedo le coppie per strada camminare abbracciate e poi infilarsi qui nel bar, davanti a noi, sedersi a parlare davanti a un cappuccino.

E ancora l’angoscia mi pesa nel cuore, forse è una briciola di solitudine in cui mi immergo come si immerge un oggetto nel mercurio, che poi lo togli ed è asciutto, impermeabile a questa solitudine, se poi mi basta un amico per ritrovare il sorriso, amico mio come forse non ne ho avuti mai.


sabato 24 ottobre 2009

Il gioco era quello


Nel gioco io mi chiamavo Guy, lei Karla. Le ore passavano lente come i tram che sentivamo sferragliare nella piazza. Ci pareva di essere personaggi di un romanzo di Kundera, persi in un teorema psicologico, avversati dagli avvenimenti. Fuori poteva anche essere Praga e i carri armati sovietici pronti a sparare sulla folla della rivoluzione. Oppure la vivacità di Parigi, il bianco e nero delle fotografie di Doisneau, di Cartier-Bresson, di Ronis. Bambini con la baguette sotto il braccio, innamorati allacciati sui ponti della Senna, mercatini sui boulevards. O ancora la banale tranquillità della Svizzera, bandiere quadrate e laghi che riflettono un cielo di cobalto.

Sedevamo lì con le nostre facce stropicciate, la luce esterna colava nella stanza come un fluido grigio. Probabilmente tra poco sarebbe scesa la pioggia, se ne avvertiva l’odore di umido e foglie. Ogni tanto dicevamo qualcosa – il gioco era quello – e le parole si disperdevano rimbalzando sui muri, o forse attraversavano le pareti e si scioglievano liquide nell’aria, svanendo per la tromba delle scale, per il balcone dove i pini nani e i vasi di erbe aromatiche contendevano al cielo il poco ossigeno cittadino. Di tanto in tanto ci guardavamo negli occhi – il gioco era quello – con innocenza, con indecenza. Le pupille che si sfioravano erano magneti dello stesso polo, subito si allontanavano per ricercare altrove un punto di vista: il grande dipinto con un vaso di fiori dal quale traboccavano rose e i petali si disperdevano su una tovaglia di stoffa indiana, il soprammobile di ferro battuto che raffigurava un airone, le poltrone di stoffa cremisi, il vaso di cristallo dove smorivano sette tulipani gialli e i riflessi nell’acqua disegnavano piccole iridescenti stelle.

Io, “Guy”, riuscii a dire: «Karla, sei come un rapace notturno che mi impedisce di dormire, sei il grido della nottola che mi sveglia e infrange i miei sogni». Lei, “Karla”, rimase sorpresa, arricciò le labbra prima di rispondere che lo sapeva, che questa è la condizione della vita e che se mi sembrava crudele, ebbene avrei dovuto farmene una ragione. La sua voce era un’armonia anche mentre diceva – il gioco era quello – parole spiacevoli. Il passo successivo era una porta chiusa, un volo di colombi spaventati da una presenza. Ma ancora restavamo lì nella stanza calda. Il mio cappotto, quello di Guy, rimaneva posato sullo schienale di una sedia, ripiegato come una tovaglia da usare di lì a poco. Le mani di Karla sbriciolavano un biscotto rimasto sul piattino, indugiavano come la padrona di casa, si crogiolavano nel tormento di un addio. «Adesso è ora che tu vada» disse dopo un tempo che sembrò interminabile. Il suo viso tradiva l’emozione, una lacrima nasceva sull’orlo della palpebra. Pietà, bontà, dispiacere, rimorso. Chissà che cos’era…

Il cappotto si spiegò come le ali di un corvo, fu sulle spalle. Milano ingrigiva come la Parigi di Doisneau, la pioggia ora scendeva copiosa sugli ombrelli, sulla spalletta del Naviglio. Guy si incamminò con le mani in tasca e il bavero rialzato. Vincitore o vinto? Felice o infelice?


Andre Kertesz, “Chez Mondrian, Paris, 1926

sabato 17 ottobre 2009

Il nostro ultimo incontro


Il nostro ultimo incontro avvenne a Gioia, fuori dalla stazione della metropolitana: tra i grattacieli sembrava l’America. Indossavi uno spolverino bianco, eri bellissima nei tuoi vent’anni. Rapidi ci baciammo sulle guance e poi salimmo sulla tua Seat rossa.

Abitavi vicino, al primo piano, in un palazzo da Vecchia Milano: al piano terra c’era un ristorante. Mi accomodai in una poltrona, tu sedesti sul divano stile Impero, il tuo cane dormiva sul tappeto.

Era l’ultimo giorno di settembre, faceva ancora caldo e le finestre aperte davano su un cielo grigio, sui fumi delle industrie periferiche. Chiudesti fuori il traffico e il rumore, tornasti a me, alla mia camicia jeans.

Parlammo più di un’ora, di progetti, di noi, ma l’atmosfera era di due che non si sarebbero visti più, forse una cartolina nella prossima estate da uno di quei posti di cui andavi raccontando: Barcellona, Portofino, quel sogno della Grecia.

Non c’erano, non c’erano più i ragazzi di qualche estate prima: non sembravano passati due o tre anni, ma dei secoli.

Volesti accompagnarmi alla Centrale: un treno che non urgeva divenne per me un’irrinunciabile esigenza. Seduto al tuo fianco sulla Seat rossa ti guardavo le gambe nei collant manovrare veloci sui pedali. A uno stop non desti la precedenza e una donna gridò “Scema!”. Furiosa in quegli ultimi minuti insieme, infine raggiungesti Piazza Duca d’Aosta. Ci salutammo in fretta nella strada.

Io non ricordo se guardai l’auto svanire lungo il traffico portandoti via dalla mia vita per consegnarti al fascino ammaliante dei ricordi…

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Brent Lynch, “New York state of mind

sabato 10 ottobre 2009

Il vecchio e i cachi


Il vecchio avrà novant'anni. Ha una testolina avvolta da una corona di capelli candidi che lo fanno somigliare a un pulcino spiumato, una barba sfatta e un corpo esile e impacciato che riveste di abiti che hanno visto, come il proprietario, tempi migliori. I calzoni sono oramai sbiaditi, il loro verde s'è fatto colore da camice ospedaliero; il maglione a rombi è un residuato degli Anni '70 e le tarme, anno dopo anno, vi banchettano alacremente.

È qualche giorno che lo osservo: si avvicina furtivo, ma in realtà deve essere la sua andatura naturale, fatta di passettini malfermi, e si apposta sotto il grande albero di cachi vicino alla strada. Il giardino appartiene a una casa rimasta disabitata dopo la scomparsa dei suoi abitanti; di tanto in tanto viene un figlio o una nuora a dare aria alle stanze.

Ma conosce gli orari, il vecchio... È lì sotto la pianta e rimane fermo come se osservasse il traffico per passare il tempo. Quando all'improvviso si fa il vuoto nella strada, allora con fatica si alza sulle gambette doloranti e appesantite e con un enorme sforzo si aggrappa ai rami più bassi, li tira a sé come una pingue rete da pesca, e dopo qualche tentativo riesce ad appropriarsi di uno o due di quei frutti arancioni, ancora acerbi. Li soppesa, li posa un attimo soltanto sul muretto, li ripulisce dalle foglie che sono rimaste attaccate al picciolo e si incammina lento con il suo tesoro in una mano.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, per tutto il tempo di maturazione dei cachi. Oggi ha dovuto faticare più del solito: i rami bassi li ha ormai spogliati e ne ha dovuto attaccare uno più in alto. Però è stato fortunato: i frutti erano tutti uniti e formavano un bel gruppetto, ne ha portati via quattro. Se n'è andato zampettando come al solito, ma la sua andatura aveva un non so che di gioioso grazie a quel bottino insperato. Me lo sono immaginato tornare a casa dalla moglie, una vecchierella altrettanto esile e malmessa, come un criceto con le sue provviste per l'inverno. Quei quattro cachi acerbi e duri, che dovrà aspettare maturino per poterli mangiare e che, se avesse chiesto ai figli dei proprietari della casa, avrebbe avuto in abbondanza e senza fatica: anche quest'anno li lasceranno marcire sull'albero ormai spoglio, preda dei merli e degli stornelli... Come in una favola di Esopo...


sabato 3 ottobre 2009

La villa


Ora che lentamente gli alberi si spogliano disegnando tappeti dorati sul terreno, dalle finestre di casa esposte a meridione posso scorgere l'altana di una villa signorile costruita agli inizi del Novecento o forse sul finire del secolo prima: i decori in stile liberty ne sono testimonianza.

È un'apparizione che ogni autunno mi sorprende, per poi svanire nel rigoglio di aprile, quando le foglie ornano tigli, carpini e noccioli formando una coltre verde che fa piombare nel dimenticatoio la villa. Se mi ricordo della sua esistenza, è quando vi passo davanti sulla stradina ombrosa e fresca e ne intravedo i vecchi muri oltre la cancellata arrugginita e il lungo viale immerso nel folto giardino quasi come una cicatrice tra le piante.

Guardo quella grande casa in queste giornate d'autunno e ricordo un'altra villa signorile dove andavo a ripetizione di greco dalla giovane figlia di un medico che era stato un elemento locale di spicco del regime fascista. Mi ero sempre meravigliato di quanto giovane fosse la figlia e quanto anziano il padre: allora lei non era neppure trentenne, il genitore era sull'ottantina.

Arrivavo con la mia bicicletta, suonavo con timore al campanello e aspettavo che mi aprissero il largo cancello, poi entravo nel piccolo giardino all'italiana, sempre ben curato: in attesa che la ragazza scendesse mi sedevo su una panchina di granito consunta dal tempo e annerita dai muschi e dai licheni, osservavo le siepi di martellina e gli altissimi pini, le magnolie che profumavano con i loro fiori bianchi e carnosi quell'ombra che sapeva di muffa.

Mi sentivo catapultato in una poesia di Gozzano: quel posto poteva essere Villa Amarena, dove la Signorina Felicita conduceva la sua esistenza nel sogno di un'attesa vana o la romantica scena dove Carlotta e Speranza a metà Ottocento parlavano rapite dei loro amori. Poteva essere la casa dove Totò Merumeni si chiudeva a lasciarsi vivere, a meditare sull'arte e a scrivere poesie...

Poi la ragazza che mi doveva dare lezioni di greco arrivava con la sua gonna svolazzante o con un vestito estivo a fiori e mi conduceva nel regno segreto, in quelle stanze che odoravano sorprendentemente di cera e di lavanda, ci accomodavamo al grande tavolo dello studio e iniziavamo a tradurre in quella lingua ostica e affascinante, soffermandoci a valutare un aoristo o un ottativo.

Adesso guardo quell'altra villa dalla finestra, una tazza di caffè nella mano e tutti i miei ricordi aggrovigliati nel cuore. Cerco di rammentare il nome di quella ragazza, ma ne rivedo solo le fattezze, il viso bello e rotondo; ne risento la voce correggermi con dolcezza, salutarmi quando inforcavo la bicicletta per ritornare a casa. Mi sento come un altro personaggio di Gozzano, il sopravvissuto che "fissa a lungo la fotografia / di quel sé stesso già così lontano: / «Sì, mi ricordo... Frivolo... mondano... / vent'anni appena... Che malinconia!...»

..

John Singer Sargent, "Villa di Marlia: The balaustrade"

sabato 26 settembre 2009

Fitzgeraldiana


Una sera di giugno, travolto da un'auto, moriva John J. Fisher. Era una sera resa fresca da un forte vento che spazzava dal cielo luminose nuvole violette e faceva cadere i cappelli dalle teste degli uomini e scompigliava i capelli delle donne.
John J. Fisher era nato a Missoula, nel Montana, e là aveva vissuto per ventitré anni, in una casa di legno nei pressi del fiume Blackfoot, aiutando il padre a tenere i conti e i rapporti con i fornitori dell'industria di conserve e frequentando l'Università di Stato. Due mesi dopo la laurea e la grande festa data in suo onore con balli, belle ragazze e fiumi di bourbon, si era trasferito in treno a New York e là, grazie a un sapiente giro di amicizie, trovò un appartamento in affitto nella Quarantaquattresima Strada e lo adattò in modo che gli facesse anche da ufficio per la sua professione di avvocato.
John era aitante e sapeva fare presa su chiunque con la sua simpatia e i suoi modi garbati ed eleganti: già una settimana dopo il suo arrivo a New York metteva così piede in una festa nella Cinquantaseiesima Strada, invitato dall'uomo che gli aveva affittato l'appartamento, Archie Porter, un ricco proprietario che aveva incrementato il suo patrimonio rilevando per poche migliaia di dollari gli immobili di gente sull'orlo del fallimento all'epoca della Grande Depressione. Archie aveva una sensibilità particolare nel contrattare il prezzo d'acquisto e un'abilità incredibile nello stimare, o meglio nel sottostimare senza sopralluoghi il valore degli immobili.

Alle otto Archie Porter arrivò con la sua lussuosa automobile nella Quarantaquattresima Strada e vide subito John J. Fisher venirgli incontro e aprire la portiera. John indossava uno smoking forse troppo corto e Archie lo guardò a lungo con aria divertita finché il giovanotto del Montana non sbottò in un "Allora, andiamo?" che risuonò più dolce che indispettito.
La festa era in un alto palazzo dalle finestre illuminate: c'era un ampio salone con statue in stile rococò e un'orchestrina jazz che suonava in un angolo, su un palco addobbato con gonfi tendaggi color pesca. Nel mezzo della sala, addossato al muro, spiccava il buffet, con il rinfresco e le bottiglie di whisky e di champagne, i bicchieri ancora vuoti e le bocce per il punch, piene di un liquido rosso. In breve la sala si popolò di volti sconosciuti per John ma che Archie Porter riconosceva e si affrettava a riverire presentando anche il giovane avvocato di Missoula. Si diede il via alle danze e furono stappate le bottiglie e riempiti i bicchieri.
All'improvviso una graziosa figura sorprese John: una giovane donna dai lunghi capelli biondi fasciata da un abito nero. La ragazza lasciò una scia di profumo passando davanti ai due uomini per servirsi al buffet. John chiese: "Archie, la conosci quella sirena?". "È la figlia di Anderson, il padrone delle ferramenta: si chiama Annie, Se vuoi, te la presento..." Mezz'ora dopo Annie e John ballavano al centro della sala, i volti accesi dal jazz e dal vino, ed erano la coppia più ammirata di danzatori.

"Lei è molto bella" disse John e il suo sguardo rivelava tutta l'ammirazione che nutriva per Annie, era il segnale più vistoso e impossibile da celare del suo innamoramento. Annie si schermiva, pur essendo ben consapevole della sua bellezza sin dai tempi del college, quando torme di adolescenti le ronzavano attorno come api sul fiore più bello e più ricco di nettare. La sua voce calda era dolcissima: "Venga a trovarmi qualche volta: sto a Manhattan, Pearl Street, proprio a due passi dalla Fraunces Tavern", disse salendo sulla Cord che l'avrebbe condotta via. Salutò ancora con la mano mentre l'auto partiva.
John J, Fisher rimase lì sul bordo della strada, la guardava svanire all'interno dell'auto che rimpiccioliva sempre più avanzando sulla Cinquantaseiesima Strada. "Sono felice" pensò, "Sono felice e innamorato". Non si accorse neppure di morire quando una Ford T nera guidata da un ubriaco lo travolse. "Sono felice" continuava a pensare...


Karen Dupré, “Avec moi IV”

sabato 19 settembre 2009

Il letto


Il letto era così invitante, soffice e morbido: mi ci sdraiai e vi affondai il viso. Intanto tu armeggiavi con le calze, te le toglievi, le riponevi in bell’ordine sullo schienale della sedia accanto agli altri tuoi vestiti ma era come se tu non ci fossi perché la musica lentamente mi assopiva, calando le palpebre…

E rotolavo, rotolavo per le valli di un erboso declivio, sui tornanti di una ripida strada a spirale come un sasso, come un masso pesante o una valanga fino al momento dell’impatto e allo sgretolamento polverizzato.

E dalla polvere uscivo io ma mi accorgevo, avvicinandomi a te, che non eri pronta; avevo fallito il calcolo dei tempi come se cercassi di acchiappare qualcosa che si riflette nello specchio: ti butti da un lato e lui fugge dall’altro.

Poi qualcosa accadde e tu non eri fuori, non eri più fuori, ma nel mio stesso mondo: dietro di me giungesti improvvisa dentro il mio specchio e attendesti che ti raggiungessi. In breve fui lì e ti stringesti a me. Eri entrata nel mio stesso sogno, spogliata com’eri, senza le calze e senza i vestiti, rimasti sulla sedia in bell’ordine perché potesse accadere qualcosa e tutto ecco che succedeva.

Improvviso un rumore più forte mi svegliò: tu non eri nel letto né dentro il sogno, non c’erano neppure le tue calze, i vestiti, non eri neppure mai esistita.


Immagine © Jupiter

sabato 12 settembre 2009

Pioggia a Milano


Milano mi accoglie con un cielo grigio e pesante e una pioggia d'aprile fine e insistente, tanto più insistente quanto più fine. Sono appena sceso dal treno alla stazione di Porta Garibaldi: ho alcune questioni amministrative da sbrigare. Il mio sguardo vaga in mezzo ai pantografi alla ricerca di un lembo di cielo, ma piove e tutto è grigio e freddo. Grigio come la malinconia. Ma la malinconia è calda e ti racchiude con le sue braccia: può quasi essere un piacere. I sottopassaggi mi si presentano davanti all'improvviso: una fredda città sotterranea, i muri imbrattati da scritte, il pavimento di gomma nera bagnata e maleodorante, l'acqua che in certe parti filtra dal soffitto.

Davanti a me, dietro a me, in fianco a me molta gente, ragazze con la faccia pulita e una borsa a tracolla, una cartelletta o dei libri in mano; uomini con la valigetta e gli occhiali di tartaruga; signore eleganti che lasciano una scia di profumo; ragazzi con lo zainetto e l’i-Pod. Imbocco la galleria per la metropolitana, fredda e buia nonostante le luci al neon. Dalla scala mobile che porta alla stazione filtra una luce grigia assieme agli ombrelli chiusi che lasciano una scia di gocce. Inserisco il biglietto, spingo la sbarra ed entro: scendo le scale che portano alla zona di arrivo dei treni. Mi porto a sinistra per salire in coda ed evitare la folla dei vagoni di mezzo. Poi, ora che hanno aperto la Fiera c'è molta più gente. Arriva il treno dalla parte opposta e mentre lo vedo correre via come una talpa arriva anche il mio treno con due occhi bianchi e qualche posto vuoto. La ragazza accanto a me legge un trattato di psicologia, un tizio sfoglia la Gazzetta dello Sport e trovo i miei pensieri nella carta rosa. Il metrò si ferma. Forse non si merita altro questa città con questo cielo grigio e questa pioggia di smog, non può avere che queste squallide viscere inutilmente camuffate da manifesti di pubblicità.

Il treno fa un'altra fermata: sale poca gente, ne scende molta di più. Mi viene in mente una frase di un romanzo di Moravia: “La noia è l'incapacità di avere rapporti con la realtà”. Sto lì a riflettere nel breve spazio di una fermata: dunque la noia è l'impossibilità di riconoscere l'esistenza di oggetti e persone diverse da sé stessi, tanto che nel romanzo Dino trova che in Cecilia la fenditura verticale del sesso è più espressiva della fenditura orizzontale delle labbra.

Alla fermata successiva scendono quasi tutti e la sosta è leggermente più lunga. Il metrò riparte con un brusco scossone. Alla mia sinistra una ragazza sta leggendo Prévert e con la coda dell'occhio riesco a rubare qualche verso prima che il metrò si fermi. “Sotto il vomere del tuo dolce sguardo d'acciaio / il mio cuore s'è scavato / e in questa terra arata/ il fiore dell'addio ha cominciato a urlare...” Scendo pensando al fiore dell'addio, a quante volte l'ho colto e l'ho annusato. Oltre la scala mobile un freddo pungente e un turbinio di vento tra le tenere foglie dei tigli. Nelle pozzanghere si riflettono le nuvole grigie. La ragazza del libro ancheggia davanti a me nel suo impermeabile giallo e mi chiedo se anche lei ha colto quel fiore amaro in una sera di mare o in una mattina grigia come questa.

Entro nell'ufficio: c'è una lunga fila di persone con documenti e cartellette, i vetri sono appannati e comincia a fare caldo. Non faccio altro che guardare l'orologio, questa ressa mi genera quasi una strana fobia, infilo due dita nel collo del maglione e lo tiro come a cercare aria. La ragazza del libro è davanti a me, “È tanto che aspetti?”, dico una cosa banale per rompere il ghiaccio, “No, solo venti minuti” risponde. “E' una cosa relativa” butto lì io senza nemmeno specificare il soggetto. “Come?” replica lei stupita da quel mio sintetico concetto. “L'attesa” torno a dire “è una cosa relativa: io sono qui da un quarto d'ora e sono già stanco.”

Sbrigo finalmente i miei affari ed esco nella pioggia battente; c'è odore di gas e il cielo sembra più cupo. La ragazza che leggeva Prévert è ancora nella mia mente: speravo di ritrovarla fuori di qui, di portarla a bere un caffè. Cerco il suo impermeabile giallo tra la folla, inutilmente. Mi rassegno alla mia solitudine che gelosa conserva vivo il fiore dell'addio.


sabato 5 settembre 2009

Lettera non spedita (II)


Carissima Alessandra,
rileggendo vecchie lettere uscite dal dimenticatoio di una scatola come insetti da una pietra spostata, ho scoperto di aver perso anche te. Oltre l’immagine del ventre bianco quando il bikini scivolò lontano sopra un pattino che spingemmo al largo, oltre quella tristezza che una notte ti avvicinò a me, oltre l’altalena rossa, oltre quel falò lungo la spiaggia io non ho mai saputo andare. Mai.
Quel che successe dopo, l’ho rimosso, dimenticato con facilità, come un ombrello quando è uscito il sole. Non so perché non ti telefonai, ignoro se in qualche modo ti offesi o se ti sfiduciai o ti stancai: so soltanto che la corrispondenza all’improvviso cessò e non tentai di riallacciare quel filo spezzato.
Ed ora eccolo lì il segno non colto, la chiave che portava alla tua porta e come un passe-partout riusciva ad aprirla. Scusa, Alessandra: so che ti ho delusa, mi accorgo solo oggi di essere fuggito, di averti abbandonata per viltà.
Ora è tardi per poter rimediare: probabilmente avrai annodato il filo a un altro capo più forte del mio.


Brenda K. Bretvik, "San Tropez II"

sabato 29 agosto 2009

Ricevimento di nozze

per Alessandro e Donata

Oltre i fiori colorati del giardino e le mattonelle del parcheggio si spalancano i tavoli dei buffet con le caraffe colorate degli aperitivi alla frutta e i flutes dorati pieni di prosecco. Un'orgia di tacchi dodici e di velate trasparenze, di bizzarre stravaganze e di pochettes si mischia ad un fiorire di cravatte regimental su abiti scuri, a fazzoletti che spuntano dai taschini.

Lo sposo oggi potrebbe andare ad Ascot con quel mezzo frac ed il panciotto a righe: certo preferirebbe essere là, abbandonarsi ad un bicchiere di whisky e guardare i cavalli veloci correre sulle piste fangose invece di posare per le fotografie di rito, di essere continuamente chiamato fuori per essere ritratto con la sposa e i parenti tra le fontane e le panchine.

Le donne fumano nervose e guardando lo zampillo che scroscia nel giardino verde di maggio hanno voglia di fare pipì, si affollano nel bagno a due a due con le loro mises e le loro complicità. La sposa riesce finalmente a togliersi per qualche minuto le scarpe che le stringono i piedi: seduta ha voglia di essere lontano da qui, a Mykonos, dove l'attende la luna di miele, sdraiarsi pigra al sole di maggio mentre il mare le canta la sua nenia.

Gli uomini parlano al tavolo, dietro i bicchieri di Pinot e Bonarda. Raccontano di gite in montagna e di politica, di beghe da risolvere, di liti da appianare, di lavoro. Le giacche pendono dagli schienali, le maniche delle camicie sono ormai rimboccate, i nodi delle cravatte allentati.

Come una diva di Hollywood, finalmente entra la torta, acclamata da salve di flash e da battimani. Gli sposi esausti tagliano e sorridono, bevono incrociando i bicchieri di spumante come da tradizione. Una bambina legge la poesia augurale e immancabile parte il grido "Bacio! Bacio!". Gli sposi vorrebbero essere a mille miglia da qui, chiudere gli occhi e sciogliere la tensione della giornata.

Dietro le vetrate del ristorante scende ormai la sera, arrossa il cielo sopra le colline. Confetti e bomboniere si spampanano come rose sulle tovaglie chiare. Qualche invitato prende la giacca, il cartoncino con il menù, la scatoletta di cartone e se ne va. I tavoli si scombinano come tessere di domino, i commensali si riallineano, si fermano a parlare con altra gente. Gli sposi sono ormai sulla porta, salutano.

È giunta l'ora di andare: si augura agli sposi serenità e felicità, si bacia la sposa sulle guance, si stringe la mano allo sposo. Il ricevimento è finito, ma ancora ci si trattiene nel parcheggio a salutare persone che non si vedranno forse più. Si prova a dilatare il più possibile quella sensazione di festa. Ma è ora di andare, si sale in macchina e via...


Fotografia © BBC

sabato 22 agosto 2009

Vetro


Eravamo sul finire degli Anni ‘30. Il sole splendeva forte sugli scavi nel deserto. Scavavamo nelle vicinanze dell’antica Babilonia in un sito che avrebbe potuto essere tutto ciò che restava della torre di Babele. La ricerca archeologica era guidata dal professor Jonas Seizmore dell’Università di Harvard. Allora ero un suo giovane studente, aitante e pronto a seguire il mio maestro in capo al mondo.

“La nostra missione” ci aveva detto Seizmore dopo averci radunati in cerchio attorno alla sua figura rivestita di un cappellaccio con le falde larghissime “è di accertare fino a quale profondità giungono tutti questi strati di ruderi e di manufatti”. Così scavammo un pozzo di prova proprio nel punto dove il professor Seizmore si era bilanciato sui massicci talloni allenati da anni di scavi mentre ci catechizzava sulle procedure da compiere.

Catalogammo le nostre scoperte man mano che uscivano dalla voragine aperta nel terreno sabbioso: il lavoro fu lungo e durò parecchie settimane; intanto il mondo stava alimentando la follia della guerra, che sarebbe scoppiata di lì a qualche mese, con l’invasione della Polonia da parte delle truppe di Hitler. Ma allora, in quella primavera del 1939, ancora non lo sapevamo, e dissotterravamo e spolveravamo e catalogavamo epoca per epoca i reperti strappati alla terra.

Sotto gli strati delle grandi rovine trovammo un ammasso di argille sabbiose alluvionali. Volevamo fermarci, considerando che il nostro lavoro fosse finito, ma il professor Seizmore, cui gli occhi brillavano come se avesse una forte febbre, ci esortò a proseguire. Scavammo ancora ed enorme fu la sorpresa quando scoprimmo al di sotto di questo strato i resti di una città ancora più antica e ancora sotto di questa poveri villaggi che testimoniavano la presenza di una remota civiltà contadina. Si trattava probabilmente di ruderi risalenti a circa diecimila anni prima di Cristo.

Proseguimmo ancora a scavare: l’eccitazione del professore si era trasmessa a studenti e assistenti. Rinvenimmo manufatti ancora più primitivi, tutto lasciava supporre che si trattasse di una comunità di pastori e di cacciatori. Saremmo arrivati fino al centro della terra se Seizmore ce lo avesse ordinato. Invece, sotto quest’ultimo livello, fummo bloccati da un misterioso strato di vetro verde, limpido e spesso. Non ci capacitammo, nessuno seppe dare una risposta. La stagione degli scavi finì e riportammo migliaia di casse negli Stati Uniti. Sarebbero occorsi anni per analizzare e catalogare i reperti.

Invece scoppiò la guerra, i giapponesi ci attaccarono a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e fui chiamato a servire la patria. Le vicende della guerra e le mie competenze mi portarono ad Alamogordo. Lì, all’inizio del 1945, i fisici fecero esplodere la prima bomba atomica sperimentale. Quando mi capitò di vedere le fotografie del luogo della conflagrazione, mi si rizzarono i capelli: la sabbia del deserto non c’era più, si era fusa: al suo posto c’era uno strato di vetro verde, limpido e spesso…


sabato 15 agosto 2009

Terrazza sul mare


Le dita di Paola scompaiono nell‘onda castano chiara dei capelli profumati di shampoo alla mela e di balsamo - quella lucentezza è anch’essa una sorta di profumo - e come i denti di un rastrello li solcano lasciandoli morbidi e leggeri. Poi scoprono l’orecchio, piccolo, ben disegnato, caratteristica che definisce bene anche i suoi seni. Così facendo rivela l’orecchino che riflette le luci della sera. Il suo sguardo è sicuro, lo è sempre stato, è sempre stata lei a comandare.

Non la troverò mai scossa dal pianto, come la ragazza che addossata a un muro singhiozzava con il viso arrossato. Parlava al telefono e piangeva. Le ho chiesto se andasse tutto bene, se avesse bisogno di aiuto. Ma era solo l’amore… Era l’amore che la faceva lacrimare, che la rivelava fragile agli occhi della gente. Paola no. Paola non piange. Paola è la samaritana che ti prodiga cure, è la bambina curiosa che vuole vederti dentro, come un giorno aveva aperto la sua bambola, come rovesciava i sassi per osservare il brulichio di insetti, il lombrico scoperto che si rinserrava nella terra smossa, lo scarafaggio che correva via veloce sulle zampette esili. È la bambina che prende in mano la chiocciola e attende paziente che tiri fuori le antenne dal guscio per poi darle una foglia di insalata come premio.

Ora Paola è seduta sul grande tappeto, la gonna è risalita e le lascia scoperte le gambe. Stringe al petto un mazzo di rose chiare, cerca un vaso per mettercele, quelle rose carnose e lucenti. Infine lo trova, un vaso di cristallo lavorato a onde: vi pone le rose con un gesto aggraziato e tenero, a metà tra la ballerina e la madre.

Il mare è un frantumarsi e ricomporsi di riflessi, un grande caleidoscopio monocromo: lo si vede oltre il balcone, lontano, nell’azzurro pomeriggio. Qualche vela bianca, qualche wind-surf vi galleggia come una mezza dozzina di farfalle. Poche barche, lasciate sulla spiaggia sembrano gusci vuoti di chiocciole.
Tra poco sarà il tramonto e già il mare cambia di colore, tingendosi di un grigio ardesia. Paola mi dice che ama quest’ora, quando tutto diviene rarefatto. La guardo e studio quel suo modo di parlare, come si pongono le labbra, come la luce plana nei suoi occhi scuri, come il respiro le muove il seno nella canottiera leggera.

So già che un giorno se ne andrà via e mi porterò nella memoria l’eco dei suoi passi, quelli che adesso vibrano elastici sulla passerella di legno, e quel calore dolce sulle labbra dove marchierà l’addio l’ultimo bacio... So che sussulterò nel ritrovare in un cassetto il nastro per legare i capelli o le conchiglie che raccoglie subito dopo l’alba o la matita verde con la gomma mordicchiata nel risolvere un cruciverba.

Ma ora ci apparteniamo, su questa terrazza, dove lei, sorpresa una goccia tra i petali della gardenia, mi fa partecipe di quel mondo riflesso a rovescio: è come sbirciare l’universo da uno spioncino. “In una goccia pensa quante cose possono stare” mi dice, “pensa che l’infinito può racchiudersi in così poco”. La abbraccio forte e mi sento anch’io universo infinito guardando il mondo riflesso nei suoi occhi.


© George Meis

sabato 8 agosto 2009

La zattera


Vado alla deriva sul mio guscio di noce - mettere la creta sul fondo perché acquisti peso e mantenga l’equilibrio, infilzare un triangolino di carta o un quadratino se preferisci la randa latina e piantarlo nella creta prima che si secchi.

Vado alla deriva sulla mia zattera di fortuna - ho visto “Lost” e “Cast away” di recente, l’importante è mantenere la linea di galleggiamento e dotarsi di tutti i comfort che possano alleviare il sole cocente dei Tropici, e non dimenticare una riserva d’acqua dolce: c’è sempre una sorgente d’acqua dolce sulle isole deserte dove si precipita con l’aereo o si fa naufragio.

E non ho altro da fare che pensare, all’ombra delle palme intrecciate che mi fanno da tetto, sotto questa maglietta bagnata che è il mio turbante e che riesce per ora ad evitarmi un’insolazione. Conto uno per uno i pochi amori della mia vita, inanello visi di donne come grani di un rosario e i loro corpi come le bamboline che si ritagliano dalla carta e si aprono a fisarmonica.

Forse le ho deluse, forse ho dato loro gioia, o tenerezza: faccio questo effetto alle donne: stimolo il loro istinto materno, le lascio curiose di me, come bambine accoccolate sui talloni che rovescino dei sassi per vedere sotto il brulichio di insetti, le formichine che corrono impazzite, gli osceni lombrichi che si dimenano, i grassi scarafaggi che camminano via, gli onischi che sembrano guardarti e chiederti perché mai hai disturbato il loro riposo - vengono mai loro di notte a svegliarti? Non sono mica zanzare…

Dicevo, accendo in loro questo sorprendente lato di madri, anche quelle che madri non sono: si sentono provocate ad estrarmi dal guscio di chiocciola in cui mi rintano, vogliono vedere le mie antenne, i miei occhi, e sentirmi parlare e dire tante cose di me che forse neppure io conosco. Paola, per esempio. Guardavo il cielo in fiamme e la pensavo: nuvole d’oro, d’arancio, di limone riempirono le sere negli anni dell’adolescenza - un piccolo dolore immotivato che pungeva e mi faceva male. Paola lunghi capelli poi l’ho conosciuta fino nel profondo, luce distesa di fotografia a catturarne l'anima pensosa. Era ragazza d'estate, rivestiva i miei sogni perduti quando nuotando tornava dalle boe ed era Venere nascente. Portavo negli occhi la sua nudità, camminavo con i suoi seni nel cavo delle mani, ne gustavo la dolcezza d‘acerbo frutto. Era una massa informe la mia vita, Paola fu il Big Bang che mi creò. Io nacqui quel pomeriggio di giugno, non avevo che diciassette anni. Non avevano sapore i miei giorni: lei fu il sale che nutrì la mia terra; non conoscevano colore i miei occhi: lei mi svelò l’azzurro del cielo, il rosso dei papaveri tra il grano, l’arancione che incendia ogni tramonto.

E Alessandra? Era come una fotografia digitale di bassa qualità, di quelle che apri sullo schermo del computer e fatichi a individuare i particolari. Però se ingrandisci e perdi definizione, paradossalmente riesci a distinguere i dettagli. In un modo simile le potei vedere l’anima quel pomeriggio, distesi su un pattìno al largo: lei aveva il bikini blu con i disegnini bianchi ed il suo ventre era pallido - era la prima volta che indossava il due pezzi invece del costume quell’anno. All’improvviso buttò lì con noncuranza dei problemi che aveva sofferto per l’anoressia. Lo disse come se io non dovessi sapere che cosa fosse, come se non avessi mai vissuto nel mondo, non avessi visto delle amiche deperire o quella ragazzina del telefilm inghiottire e decidere di mangiare quando la sedicenne del letto accanto al suo morì senza alcun motivo di quella malattia terribile. E pensare che era il telefilm preferito di Alessandra: quanti pomeriggi avevamo trascorso a guardarlo nella sala con le poltrone di stoffa scozzese. Quando partiva la sigla di coda, lei continuava a sognare e impugnava la chitarra: cercavamo sempre qualcuno che la sapesse accordare per bene.

E poi la “madonna fiorentina”, apparsa in un tramonto di maggio in un campo spelacchiato di pallone: fu l’ancora di salvezza cui mi aggrappai - ero già naufrago allora, alla deriva nell’oceano procelloso che chiamiamo vita. Odisseo oltre le colonne d’Ercole avrà conosciuto quel mare tempestoso così diverso dal Mediterraneo, come noi ci avventuriamo nei giorni…

Una nave! Una nave! Una donna di classe con i capelli lunghi e lisci, biondi. Gli occhiali da sole sul bel viso, il reggiseno che si nota sotto la maglietta leggera a fiori… No, un altro puntolino nel vetro, un difetto della lastra, un neo di sabbia.

Vado alla deriva sulla mia zattera, una birra ghiacciata sul tavolino, la solitudine seduta accanto a me sul divano, questa amante stanca e gelosa.


Castaway
Fotogramma da “Cast Away”

sabato 1 agosto 2009

Lettera non spedita (I)


Carissima P.,
resterò qui da solo io che non so più neppure dire cos’ho; non ha parole il dolore che sento nel cuore. Tu sei andata via, tu forse non sei più mia. Io ora cosa farò? Cosa dirò? Passerà o non ti dimenticherò? Io, i miei problemi, il mio rimpianto perché forse è finito un amore. Guardo fuori: come piove sui fiori e sulle foglie nuove, ma che primavera può mai essere senza di te?

Il cielo mi somiglia: è grigio come me che non so se ti ho perduta o se mai ti ho avuta. So solo che sei stata un fragile amore, finito così, senza parole. Ricordo che una volta mi dicesti “stavolta spero che sia amore vero” e ti credevo sincera. Invece ora chissà dove vai, chissà se mai ritornerai. Io proseguirò tra la gente, per quanto la strada sia difficile e tortuosa. Io continuerò senza te, guardandomi attorno tra persone allegre o uguali a me, perché tutti hanno un dolore nel cuore.

E cercherò nell’aria il tuo riflesso, come facevo quand’eri con me e chiudevo gli occhi piano mentre tu ti addormentavi.


© Atelier

sabato 25 luglio 2009

Un rettangolino di plastica


Milano, 26 luglio 2674


I lavori di scavo nella "zona verde" della città vecchia - così chiamata per il ritrovamento di numerosi manufatti dipinti con tale colore - continuano a riservare sorprese. Il professor John Tagliaferro dell'Università di Pavia 2 ha comunicato al quotidiano "Electronic Evening Courier" di avere rinvenuto un oggetto ancora sconosciuto, leggermente corrotto ma ancora in buone condizioni grazie a una bolla d'aria che lo ha imprigionato in un angolo riparato dalle intemperie: si tratta di un rettangolino di plastica bianco da un lato con delle scritte nell'antico alto italiano, la lingua dialettale usata prima dell'adozione dell'inglese globalizzato, e con un'immagine non riconoscibile, forse due persone, su sfondo rosso dall'altro. Il professor Tagliaferro e la sua assistente, la promettente Mary Elizabeth Pudeddu, ritengono si trattasse di qualche genere di tagliando: infatti hanno decifrato il numero 10, che fa presupporre un corrispettivo nella moneta dell'epoca, l'euro, corrispondente all'odierno dollaro transnazionale. Accanto vi erano degli oggetti più comuni, spesso rinvenuti intatti, come in questo caso: alcune bottiglie verdi da un terzo di litro, che probabilmente contenevano un qualche tipo di liquido ottenebrante - ricordiamo che in quel periodo l'alcol non era stato ancora messo al bando.

NOTA: ho scritto questo breve apologo per ricordare che una ricarica telefonica gettata viene smaltita in mille anni, una bottiglia in quattromila. Pensiamoci, quando abbandoniamo un rifiuto lontano dai cestini!


lunedì 20 luglio 2009

La luna


Ventuno luglio. Sono passati tanti anni ormai da quella notte dei televisori accesi sulla Luna. Il revival ha sempre un sapore dolce e amaro di nostalgia. La televisione manda ancora le immagini di allora nelle case italiane. Io ero davvero molto piccolo, nella mia memoria tutto è avvolto nella nebbia: ricordo solo papà che mi ha svegliato e diceva: “Guarda, l’uomo sulla Luna”. Il giorno dopo avevo la febbre e rimasi davanti alla tivù invece di uscire nel sole a giocare. E tutto il giorno la Luna era lì, con me. Non riuscivo ancora a rendermi conto dell’importanza dell’evento. Mi chiedevo perché non ci fossero i cartoni animati: Braccobaldo, Speedy Gonzales, Bugs Bunny.

Ventuno luglio, tanti anni in più. Il bar si sta svuotando lentamente, la Luna forse ha perso il suo fascino. Nella sera d’estate turisti tedeschi fanno chiasso all’aperto: hanno incolonnato bottiglie vuote di Traminer come se fossero un esercito in marcia verso il bordo del tavolo. Una ragazza alta e bruna saluta e se ne va a cercare fortuna nella sera di mare illuminata dalla luna, bassa e tonda. Chissà com’era quella notte la luna... io non me lo ricordo. Il televisore rinnova ancora la gloria di Armstrong, Aldrin e Collins; la ragazza alta e bruna forse non ci pensa nemmeno, non era neppure nata nel 1969: guarda la luna e sogna l’amore.

Esco anch’io a cercare fortuna: è un risveglio per ritrovarmi fuori dall’aria condizionata del bar a ricordarmi di un sogno che ho fatto ma rimane confuso, ogni sforzo è un’ulteriore conferma della sua inutilità. “Come va?” mi chiedo. Un po’ meglio, grazie. Mi sembra che qualcosa potrò fare o almeno tentare: colgo segni di speranza, solitudini che si uniscono non sono che dolori leniti. Il tempo si mantiene buono. Il tempo è un nostro alleato.

La luna piena si alza, sembra quasi che mi guardi e mi schernisca. Non ci sei tu stasera accanto a me e mi sto perdendo in tutto questo blu che mi circonda. La luna è il vortice in cui mi sento attirare. All’angolo c’è Pino che mi aspetta, dobbiamo fare compere stasera. In centro troviamo il nostro negozio, nascosto tra le luci della città. La commessa ha un abito nero che la fascia tutta, sembra quasi nuda. La immaginiamo già nuda io e il mio amico che stasera divide con me la tua assenza. Già, non lo conosci: Pino è l’opposto di me: parla, parla, parla sempre. Certo, forse è anche per via del suo lavoro: scrive su un giornale. Forse tu lo troveresti simpatico, ma non ti piacerebbe, lo so. Gli parlo della ragazza del bar, della storia della luna, mentre lui si prova una camicia. Mi dice che potrebbe fare per me, anche perché è molto più giovane. “Ma chi vuoi prendere in giro? “gli butto lì tra l’acido e il divertito. Pino paga la camicia e comincia a filosofare: “Il fatto è che ti manca una donna. Ma credimi: non è lei, almeno quella lei, la donna giusta per te. Hai solo bisogno di aspettare: vedrai che prima o poi la troverai”.

Prima o poi. Quel “poi” mi preoccupa un po’. Io vorrei parlargli di te, della donna giusta che mi è sfuggita di mano, delle volte che mi sentivo il cuore scoppiare quando credevo di vederti... Ma temo che Pino possa non capire, possa fraintendere la mia sincerità. Nelle mie mani senza amore stringo forte un bicchiere di birra Schneider, bruna, ha il colore dei tuoi capelli. Pino mi guarda e forse intuisce che sto pensando a te. Il cantante del piano-bar non ha pietà: canta “Tanta voglia di lei” con molto trasporto. La luna piena è salita, ora è un grosso bottone attaccato in mezzo al cielo con Armstrong, Aldrin, Collins e tutto il resto. Forse solo la luna stasera sa quanta voglia ho di te.


Luglio 1989


venerdì 10 luglio 2009

Un giorno al poligono


Come si chiamava il paesino? Salorno... l'ultimo comune della provincia di Bolzano, dove c'era il poligono. La prima volta che ci andai ero al CAR, quindi era maggio. Le nostre mimetiche erano ancora nuove, gli anfibi incominciavano ad ammorbidirsi e a prendere la forma del piede. Il mattino, dopo l'adunata, i caporali ci fecero salire sui cassoni dei camion con i fucili, la baionetta, l'elmetto e la maschera antigas. Fu un gioco, un diversivo dalle lunghe giornate di addestramento in caserma, uscire e attraversare la città e i paesi, vedere la gente che viveva la vita vera: le ragazze che andavano a scuola, le casalinghe con la borsa della spesa, le donne che uscivano dai panifici, i contadini con il grembiule blu sui trattori. Allora non c'era ancora la superstrada Merano - Bolzano, nota come MeBo: passammo per Lana, Postal, Termeno, Terlano, Gargazzone, Vilpiano, Nalles... Invidiavamo la libertà di quella gente che si poteva spostare a suo piacimento, comperare lo speck, guidare la macchina, camminare per strada. Noi invece, seduti su quelle panchine fredde, incollati al legno con il fucile tra le mani, non potevamo far altro che guardare oltre il telone ripiegato.

E giungemmo a Salorno: scesi dai camion, squadra per squadra ricomponemmo il plotone. Il poligono era un vasto tratto di campagna destinato alle esercitazioni: sullo sfondo c'era una collina calva e rocciosa che sembrava sforacchiata da anni e anni di tiri di soldati. I caporali ci divisero in gruppi ed aspettammo che chi sparava prima di noi raggiungesse le postazioni e tirasse. Era una trafila particolare: altri soldati, che venivano chiamati "zappatori" erano nella zona delle sagome e con la bandierina segnalavano quando il campo era libero.

Venne anche il nostro turno: sparammo con il Garand, che era il fucile che ci eravamo portati, poi ci venne consegnato il modello Fal e sparammo anche con quello. Nell'aria si sentiva l'odore della polvere. Ci diedero il risultato del nostro tiro al bersaglio: pensavo di avere fatto peggio - c'era chi aveva mirato alle sagome del vicino! - invece avevo colpito sette volte su dieci. Era una bella giornata di primavera, con il sole e il polline volava nell'aria. Qualcuno raccolse i bossoli e li intascò come ricordo, anche se ci era stato espressamente vietato.
Ma non era finita, ancora: ci toccò esercitarci al lancio delle bombe a mano, le SRCM. Erano naturalmente esemplari da esercitazione. Un ufficiale ci mostrò come fare: correre, togliere la linguetta, portare la mano con la bomba dietro il corpo e scagliarla con quanta più forza possibile in avanti, quindi gettarsi a terra. Era facile e tutti eseguimmo il nostro compito. Il capitano raccontò qualche aneddoto di ragazzi che avevano lanciato la linguetta invece della bomba o che avevano tirato l'ordigno troppo vicino. Tenni le linguette delle tre SRCM che lanciai e le infilai nella tasca della mimetica.

Toccò poi alla maschera antigas. Ci mostrarono come inserire il filtro, come allacciare le cinghie dietro la testa. Eseguimmo: bisognava tenere indossata la maschera per trenta secondi. Era tutto così irreale: eravamo in un campo mentre l'aria si riempiva del polline dei pioppi, e lontano si sentivano le auto passare per la strada, ogni tanto riecheggiavano i colpi di fucile dal poligono.

Finalmente venne l'ora di tornare: prendemmo posto sui camion, che gli autisti chiamavano affettuosamente con la sigla che li identificava, gli ACM. Eravamo ormai degli esperti di quei camion: ci erano venuti a prendere alla stazione due settimane prima, quando eravamo arrivati a Merano la prima volta; in borghese, con le nostre borse, salimmo e facemmo conoscenza con quelle panchine poste nel cassone lungo le fiancate. Adesso tornavamo in caserma con la mimetica e il fucile e con tutti gli accessori che ogni giorno indossavamo. Il traffico era abbastanza intenso e la nostra colonna non ne facilitava certo lo scorrimento.


Fotografia © SMALP 155°

giovedì 2 luglio 2009

L’altro lato

a Luca Falcinelli,
l'amico, il compagno di banco
dei giorni del liceo

Da qualche tempo Giovanni si è appassionato ad ascoltare le vecchie cassette audio della sua collezione. Lui dice che è un modo di riappropriarsi del passato, di recuperare i ricordi con un gusto di archeologo. Sono tutte cassette che ha acquistato o che si è registrato personalmente da 33 giri portatigli dagli amici o assemblando pezzi passati dalle radio. Coprono un arco di tempo che riveste essenzialmente gli anni Ottanta, quelli della sua adolescenza e della prima gioventù. L’altro giorno ha ascoltato “A kind of magic” dei Queen, ieri “Avalon” dei Roxy Music.

Ora sul piccolo stereo Panasonic gira “La voce del padrone” di Battiato, il suo album preferito, che ha ricomprato in compact disc. È l’unica cassetta che gli ha registrato un amico, il compagno di banco dei giorni del liceo. È una Denon DX-1 da sessanta minuti, l’album ne dura solo trenta. Giovanni sta lavorando alla scrivania mentre passano in sequenza le canzoni: ognuna gli ricorda qualcosa di quella splendida estate del 1982. A quel tempo era innamorato di una ragazza, follemente. Si chiamava Paola e, ad esempio, cantarono a squarciagola “Il sentimiento nuevo” andando a spasso in bicicletta nella sera che profumava di pini e di olea fragrans.
Si erano persi di vista, si erano allontanati, ma lei rimaneva l’amore della sua vita, la ragazza che ascoltava con lui “Segnali di vita” guardando il cielo azzurro e il mare lontano. La amava ancora. E non glielo aveva mai detto, non l’aveva nemmeno mai baciata.

La cassetta finisce e, grazie all’autoreverse, che il suo vecchio stereo degli anni Ottanta non aveva, il nastro passa sul lato B: silenzio.
Ora Giovanni è intento al lavoro che sta compiendo, non presta attenzione a quel vuoto di suoni nella stanza: c’è solo un rumore di auto lontane nella strada, intervallato da un tubare di tortore. A questo punto, se fossimo in un film, la macchina da presa, con effetto drammatico, inquadrerebbe, magari zoomando, il nastro che gira. Sarebbe impossibile qui, perché la cassetta del Panasonic di Giovanni è alloggiata in un compartimento nascosto - comunque il nostro interesse è ora tutto su quel nastro che gira, silenzioso…

Trascorrono circa dieci minuti, poi, all’improvviso, una voce riempie il silenzio e Giovanni, che la riconosce subito, sobbalza sulla sedia e si volta verso le casse dello stereo, come se, oltre alla voce, vi fosse anche quella persona, lì, nella stanza dove sta lavorando.
È la voce di Paola, giunta come per miracolo da un giorno d’estate del 1982. Giovanni pensa che è come una fucilata sparatagli nel petto - in realtà non è che il suo cuore, che ha preso a battere a un ritmo più sostenuto, lo stesso batticuore di allora, quando la vedeva comparire, lo stesso di quella prima volta che la vide avanzare nella strada assolata di mezzogiorno.

Ma è una coltellata quella che gli inferiscono le parole, che privano di significato un quarto di secolo della sua esistenza e lo lasciano come un otre vuoto, afflosciato sulla sedia girevole: nel nastro Paola gli dice, con un discorso preciso, al contempo piena di coraggio e di timidezza, che è innamorata di lui e che non sa come esprimere il proprio sentimento.
È la Paola del 1982, neanche un minuto, inciso sul lato B di una cassetta che Giovanni ha creduto vuoto per venticinque anni. È il suo amore che torna dal passato, come un fantasma.

Giovanni piange. Una lacrima gli raggiunge le labbra, ne sente il sapore amaro e salato nel silenzio della stanza. Non cantano più neanche gli uccelli… Il sapore amaro e salato del rimpianto…

 

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giovedì 25 giugno 2009

Nuove disposizioni di legge


L'uomo era in bilico sull'orlo esterno del ponte, con i piedi pericolosamente in equilibrio sulla sottile striscia di pietra. Aveva scavalcato la spalletta qualche secondo prima e si sera soffermato su quel limite esiguo. Sotto, il fiume scorreva nero e minaccioso nella sera, illuminato qua e là da radi fanali.

Ettore Delmas passava di lì per caso con la sua auto: aveva deviato dal solito percorso per fare visita ad un amico convalescente. Vide tutta la scena: scavalcamento, istante di indecisione sul bordo di selce, fermata sulla sporgenza. Fermò l'auto e scese verso l'uomo, senza correre per non allarmarlo, ma con una certa urgenza nel passo. "No, non lo faccia" gli disse quando riuscì a giungergli vicino "una soluzione si trova sempre". Vide lo sguardo stupito del suicida, un lampo attraversargli gli occhi spenti sulla faccia inespressiva. Pensò: "Oddio, ora si butta!". Invece l'uomo lasciò che Ettore Delmas lo blandisse, gli raccontasse di quante belle cose può offrire la vita, delle opportunità che uno neanche si immagina. Si sentiva come "l'angelo vestito da passante" nella canzone di Modugno: erano le stesse che si dicevano in quel brano le cose che ora stava elencando allo sconosciuto di là dalla spalletta.

Alla fine, dopo tanto parlamentare, riuscì a convincerlo. L'uomo rimise una gamba a cavalcioni del ponte, quando si fermò un'altra auto e dal sedile posteriore scese un tipo elegante. "No, non lo faccia" anche lui grido! "Gliel'ho appena detto anch'io" commentò Delmas. "No, no! È a lei che mi sto rivolgendo" disse l'uomo in ghingheri, "permetta che mi presenti: Dottor Edgardo Lupori, magistrato. Dicevo: non lo faccia! Non sa che lei sta commettendo un reato?". Delmas sbiancò e riuscì a farfugliare: "Un reato? Ma se gli sto impedendo di farla finita!" "Appunto questo è il problema", ribatté il magistrato "secondo le nuove disposizioni di legge, bisogna rispettare le volontà personali: non possiamo ordinare ai medici di curare la gente, né possiamo obbligare questa ad essere curata; non possiamo impedire a chicchessia di fumare, drogarsi, stordirsi di vino o di pasticche; non possiamo prescrivere terapie psicologiche alle ragazzine anoressiche né alle bulimiche. E soprattutto non possiamo - e ribadisco non possiamo - contrastare chi ha deciso di farla finita".

"Ma in che razza di stato viviamo?" stava per dire Delmas, ma si trattenne, pensando che, viste le nuove disposizioni, questo avrebbe potuto essere configurato come oltraggio o vilipendio. "Che devo fare?" si limitò a chiedere, sconsolato. "Nulla" gli rispose il dottor Lupori "risalga in macchina e se ne vada, torni a casa da sua moglie e dai suoi figli, se ne ha, oppure vada a bersi una birra. Lei è un uomo fortunato: se invece di incontrare una persona comprensiva e di vedute progressiste come me" e qui gli fece l'occhiolino "avrebbe potuto passare seri guai. Vada, vada..." "Ma con il signore qui, come facciamo?" osò chiedere Ettore Delmas, un poco rinfrancato. "Non si preoccupi" gli sussurrò il magistrato, mettendogli una mano sulla spalla, "ci penso io. Lei vada, e passi una buona serata..."

Ettore Delmas salutò poco convinto e si allontanò. Risalì in auto e riprese la strada pensando alle stranezze della legge. Nello specchietto retrovisore riuscì a vedere il resto della scena: il dottor Lupori chiese qualcosa al tentato suicida, probabilmente quale fosse la sua volontà; questi gli fece un cenno con il capo, a Delmas sembrò un assenso. Poi, l'uomo riscavalcò la spalletta e si lasciò andare nelle acque gelide del fiume. Il magistrato prese posto nella lussuosa berlina blu e fece segno all'autista di ripartire.


© Scott Maxworthy, Max Media and Entertainment, http://www.maxys.com.au

sabato 13 giugno 2009

La targa sul muro


Fu lo scorso anno, d’inverno. C’era la nebbia e faticavo a orientarmi per le vie cittadine. Il tergicristalli dell’automobile non faceva in tempo a lasciare pulito il parabrezza che già minuscole goccioline lo riempivano. Era sera ed era già buio, avevo appuntamento di lì a pochi minuti in Via della Palla, ma dove mi trovavo lo sapeva il diavolo. L’ultima volta che ero riuscito a orizzontarmi ero in Viale Beatrice d’Este, poi tra un senso unico e una strada sbagliata, chissà dov’ero…

All’improvviso – avevo spalancato il finestrino per vedere meglio - udii distintamente una scarica di fucili non lontano. Strano, mi dissi. Cosa sarà mai? Nella nebbia mi parve di scorgere un gruppo di persone in divisa con lunghe armi a tracolla. Pensai che fossero delle guardie giurate e che ci fosse in corso un tentativo di rapina. Rimasi acquattato in auto, fermo. Con la coda dell’occhio, un momento che il nebbione si era un poco rarefatto, scorsi l’insegna di una via: Piazza Bertarelli. Ero vicino ormai a Via della Palla, parcheggiai lì e me ne andai all’appuntamento.

Due ore dopo la nebbia non era svanita del tutto, ma era talmente debole che si era trasformata in una sottile pioggerellina. Ritrovai l’auto. Nell’aprire la portiera mi saltò agli occhi una targa sul muro di una casa. Avrei giurato che non ci fosse prima, non l’avevo mai vista. Mi avvicinai per leggere il testo: “Qui, il 26 novembre 2049, cadeva fieramente davanti a un plotone nemico l’eroico ventenne Mattia Alinari Sbriz: il suo sacrificio riaccese la fiamma della speranza, rinvigorì la fede nella lotta all’oppressore, infuse coraggio alla patriottica resistenza”.

2049! Impossibile! Ma la lapide era lì, quella targa commemorativa simile ad altre migliaia sparse per Milano e per ogni città del globo. Ovunque hanno martiri da piangere ed eroi da elogiare. Ne sfiorai la fredda superficie di marmo, levai la sottile condensa. Poi mi venne un’idea prodigiosa: presi il cellulare e scattai una foto. Eccola lì, nello schermo a colori, archiviata nella memoria interna dell’apparecchio come testimonianza.

Il giorno seguente al solito bar di Via Meravigli incontrai Alighiero Ramponi, l’amico giornalista che scrive per il “Metropolitano”. «Ho una cosa interessante da mostrarti» gli dissi e presi il cellulare. Aprii il file con la fotografia della targa, ma non c’era che una porzione di muro, gialla e scrostata come è adesso. Della targa nessuna traccia. A Ramponi mostrai l’ultima trovata di Paris Hilton…


Dipinto di Claude Monet

sabato 6 giugno 2009

Babele

 
Qui, in questa terra di Sennaar, dove il Tigri e l'Eufrate si avvicinano come amanti prima di sfociare nelle acque del Golfo, trovammo una fertile pianura e ci stabilimmo. Non pietre né calce ci sono, ma bitume e argilla. E qualcuno, un giorno lontano, pensò di ottenere dei mattoni da usare in sostituzione delle pietre, cuocendo sul fuoco l'argilla. E scoprì che il bitume poteva servire da malta.

Così iniziammo a costruire la città, mattone dopo mattone, una cazzuola di bitume dopo l'altra. E crebbe bene e in fretta la nostra Babele. Quello che mancava era un segno di unione, un simbolo al quale legarci, per riconoscerci come patria. Decidemmo di costruire una torre, altissima, fino a toccare il cielo, in modo che la si potesse scorgere da lontano.

Eccoci qui, a tanti metri dal suolo, con i nostri mattoni issati con fatica, con le nostre cazzuole e i secchi di bitume. Naftuh mi sta dicendo qualcosa, indica con lo scalpello: "Abghak lopir sefuh, gighnot plotus!". Straparla, forse è il caldo, che a queste altezze si fa sentire ancora di più. Anche Arfaxad, agitando il martello, mi parla: "Bleusseeç keleçepol ereh serre deler..." Ma non riesco a capire cosa farfugli, e lo stesso Naftuh lo guarda come se non avesse inteso. Joctan sbraita: "Mamelù collì kilopè deferghà", poi si blocca con la mascella spalancata. Chiedo loro cosa stiano dicendo, ma è evidente dalle loro facce che non riescono a comprendere le mie parole.

Quale maleficio ci è stato gettato contro? Quale misterioso sortilegio è accaduto? A ognuno di noi non resta altro da fare che scendere e cercare qualcuno che parli la sua lingua... La torre, naturalmente, è perduta.

 

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PIETER BRUEGEL, “TORRE DI BABELE”