sabato 18 febbraio 2017

Anima e corpo

 

“Dopo il pranzo Nataša, pregata dal principe Andrej, andò al clavicembalo e si mise a cantare. Il principe Andrej stava ritto a una finestra, parlando con le signore, e tendeva l’orecchio a lei. A mezzo di una di quelle frasi musicali, il principe Andrej ammutolì, e sentì, sorpreso, che in gola gli saliva il pianto, cosa di cui non si sarebbe creduto capace. Posò lo sguardo su Nataša che cantava, e nell’intimo dell’essere gli avvenne qualcosa di nuovo e di felice. Si sentiva felice e, nello stesso tempo, si sentiva triste. Non aveva, assolutamente, nessuna ragione di piangere, eppure stava sul punto di rompere a piangere. Di che cosa? Dell’amore d’un tempo? Della piccola principessa? Delle delusioni patite?… Delle speranze nell’avvenire?… Sì e no. Più d’ogni altra cosa, quello di cui gli veniva voglia di piangere, era (nell’improvvisa, viva coscienza che gliela svelava) la tremenda contraddizione fra un che d’infinito, di sublime e d’indefinibile, che c’era in lui, e un che di angusto e di corporeo, che costituiva l’essere suo, e anche l’essere di lei. Questa contraddizione lo struggeva e lo faceva esultare mentre lei veniva cantando”.

È un brano di Guerra e pace di Lev Tolstoj, esattamente dal capitolo XIX della terza parte del secondo libro: nel classico modo di raccontare tolstojano i personaggi si scaldano e si accendono di qualcosa che trascende le vicende umane. Così il principe Andrej Bolkonskij, ferito ad Austerlitz e colpito poco tempo prima dalla morte di parto della moglie Lisa, ha una rivelazione in una serata mondana a casa dei Rostov, mentre la bella Nataša canta accompagnandosi al clavicembalo. Felicità e tristezza fuse insieme, un’emozione fortissima che gli impedirà poi di dormire e che ancora non è in grado di chiamare amore per Nataša. Ma quella sera il principe Andrej prova qualcosa che tutti noi probabilmente abbiamo provato – che sia stato l’amore o una sera in riva al mare o una notte in un rifugio montano a guardare le stelle – e cioè la sensazione di avere un qualcosa che travalica il nostro corpo, chiamiamolo anima oppure essere o ancora spirito. Quella sensazione che ci fa capire di come l’infinito possa raccogliersi nel piccolo, di come sia vera l’affermazione delle Upanishad che “l’anima tua è l’intero mondo”.

 

2011

 

andrei

UNA SCENA DA “GUERRA E PACE”, 2016 © BBC

sabato 11 febbraio 2017

Il miope

 

Guardo la luna stendersi nel blu nella quiete di questa notte fredda: l'aria che sale dal fiume la solleva in alto come una lanterna cinese. Non è astrazione stasera la vita, non è un segreto serbato nel cuore ma solo questa mia presenza qui e adesso di fronte alle luci gialle. I sogni e le illusioni non contano quando sono racchiusi nell'attimo: c'è solo questo incanto di cielo sospeso nel buio sopra la valle. Chiamalo poesia, chiamalo emozione.

Adesso le parole tacciono. Quelle parole che affiorano talvolta dalle lettere dimenticate oramai, legate con un nastrino rosso – asterischi tra le righe punteggiano il passato, l’amore si trasforma sempre più in ombra, la sua luce è un flebile bagliore che svanisce. E questa ombra di un amore che rimane imprigionata nel cono senza luce nasconde quello che contiene per rivelare lo splendore di ciò che resta fuori. Nei fondi di bottiglia del ricordo leggo il tempo perduto – appare deformato agli occhi miopi, ogni bordo è indefinito, ogni oggetto risulta sfuocato. La sua musica forma un accordo che alla memoria risuona incantato ma che alla ragione sembra stonato, in contrasto con il mondo che fatalmente evoca. Cedere a questa illusione diventa un gioco, mescolare il sogno al reale e ridisegnare ciò che fu davvero. Ma sono io il primo a sapere di essere come chi, bussando al portone di un oscuro castello, sa già quale tesoro sia nascosto nel maniero.

Questo stato di vita che mi impongo, questo sentire che mi assale in piena notte e mi lascia sulla pelle brividi se è ancora amore, è purissimo amore. Arde in me, non mi divora ma mi nutre: alimenta l'anima come il sangue dona alla carne tutti i suoi elementi. La mente ha questi lucidi ritorni – quello che volevamo è perduto ma rimane sul greto inaridito della memoria. Salgo alle sorgenti, ridiscendo tra i rovi del passato per riscoprirti ed essere con te. Lo so che quella notte con la luna a occhio di gatto prendemmo due strade differenti, ma la via del ricordo non è tortuosa, si disegna piana sulla mappa che unisce ieri ad oggi. Per questo adesso tolgo gli occhiali per sfuocare il mondo, per spingere il reale nel suo angolo e rintanarmi in ciò che a me è vicino. In questo stato di miopia mi perdo come ci si smarrisce dentro un sogno: potrei improvvisamente essere altrove, potresti all’improvviso esserci tu.

2008

80s-Clubsmen-Glasses

FOTOGRAFIA © FRAMEGEEK

sabato 4 febbraio 2017

Tradizioni

 

Questa mattina, invece delle solite fette biscottate con un velo di marmellata, ho accompagnato il mio caffè americano appena macchiato di latte con una fetta di panettone. Già, perché oggi è San Biagio e a Milano e in gran parte della Lombardia è tradizione propiziarsi la salute della gola mangiando panettone e recitando un Gloria. Almeno, questa è la versione moderna di quella tradizione: un tempo si intingeva nel latte del pane messo da parte a Natale, divenuto nel frattempo secco e tenuto al riparo nella credenza. Un’assicurazione taumaturgica, possiamo dire, così come la benedizione della gola con le candele del 2 febbraio, Presentazione di Gesù al Tempio, ma ormai per tutti la Candelora, che se fa bello dall’inverno siamo fora, se plora o tira vento invece ci siamo dentro.

Ho sempre amato queste piccole tradizioni, che siano appunto taumaturgiche o apotropaiche, come il fatto di avere in casa del sale quando inizia l’anno, per propiziare affari e salute. Anche le lenticchie mangiate tra San Silvestro e Capodanno naturalmente hanno l’identica funzione per attirare il denaro, vista la forma tonda come monetine dei legumi. O il fatto di bruciare l’anno vecchio o un suo fantoccio tra Sant’Antonio e la fine di gennaio, una liberazione che apre alla nuova stagione del raccolto. Punteggiano il calendario un po’come i proverbi che mescolano superstizione, saggezza contadina e ingenue rime per divinare il tempo atmosferico. Così per San Giovanni si raccoglie la camomilla da seccare poi per le tisane dei lunghi inverni, e ancora si colgono i malli verdi delle noci, ancora morbidi, per farci il nocino. O ancora nei più terribili temporali estivi, per ingraziarsi il cielo, si brucia un ramoscello dell’ulivo benedetto a Pasqua. E ancora le tradizioni di fine anno: la cassoeula della settimana di Ognissanti e la trippa della vigilia di Natale – quest’ultima è forse l’unica cosa che aborro tra tutte queste. E restano anche nel parlato modi di dire che risalgono a tempi remoti, come “fare San Martino” per dire “traslocare”: i primi di novembre, alla fine della stagione, era il periodo in cui scadevano i contratti di mezzadria e, se non rinnovati, i contadini dovevano prendere le loro masserizie e trasferirsi da un’altra parte. 

Sono consapevole che tutte queste cose svaniranno con il tempo, ingoiate dal progresso, dal cambiamento non solo delle abitudini di vita ma anche dalla trasformazione di una società contadina in una tecnologicamente avanzata. Però mi fanno sentire bene, mi ricordano da dove vengo, mi richiamano quelle radici che sono alla base di ciò che sono adesso, mi rammentano i racconti dei nonni, ricreano quella civiltà contadina di polenta e granturco, di verdure dell’orto e frutti della terra, di vanghe e zappe e letame, che ha poi fatto i conti con le macchine, con la rivoluzione industriale. Ecco perché questa mattina ho intinto la mia fetta di panettone nel caffelatte: aveva il sapore del tempo anche se non era il pane di Natale. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto sicut erat in principio, et nunc et semper et in sæcula sæculorum. Amen…

 

San Biagio

sabato 28 gennaio 2017

Una canzone dimenticata

 

Sei dentro di me
nella mia barba
sei nel mio caffè
nel cruciverba
sei negli occhi suoi
ma non ci sei
sei il mio lavoro
il cinema con lei
le mille lire
e nel mio letto
sei fare l’amore
ma non ci sei…

... dalla radio viene quella canzone dimenticata, perduta nei meandri del tempo. Eppure per me è come la madeleinette di Proust. Quel biscotto burroso a forma di conchiglia di San Giacomo intinto in un tè di timo preparatogli premurosamente dalla madre spalanca alla memoria dello scrittore francese l’universo del ricordo: “Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta?”. Come un sapore ritrovato, quella canzone significa anche per me l’irruzione improvvisa del passato nel presente, il canto del mare in una conchiglia ritrovata sul bagnasciuga degli anni. 

Ma come ho potuto dimenticare Anna? Come ho potuto lasciarla andare alla deriva nell’oceano della memoria? Eppure allora, quando facemmo nostra quella canzone e la cantavamo ogni momento, era tutto un fare e disfare il nostro futuro - uno solo il futuro per entrambi, non pensavamo certo che le nostre strade sarebbero state due, sempre più divergenti fino a non poter più scorgere l’altra, inghiottita dalla nebbia, dal bosco, dallo scorrere inesorabile del tempo. Era Anna soprattutto a fantasticare, a costruire quelli che si sarebbero poi rivelati semplicemente dei castelli in aria. In realtà lei era una sorta di Penelope che di continuo tesseva e distruggeva la sua tela: trasferiamoci a Venezia, no a Milano, voglio due bambini no quattro anzi nessuno, mi piacerebbe una casa affacciata sul mare. Avevamo diciassette anni e una vita tutta ancora da scrivere, fingevamo di non saperlo e costruivamo sulla sabbia. Tutto crollò come un gigante dai piedi d’argilla. Gli anni corsero via veloci e i capi di quel gomitolo che intrecciammo si sciolsero e si legarono ad altri, formarono altre matasse. 

Ma adesso... sei la nostalgia davanti al fuoco, sei la mia bugia se mangio poco, sei l’anima mia ma non ci sei...

 

Sei

FOTOGRAFIA © CARLY RODGERS

sabato 21 gennaio 2017

Piano-bar Liceo

 

Al nostro liceo le lezioni cominciavano alle 8 e 20. Ma noi che arrivavamo in città con il pullman o con il treno, giungendo dalle valli, dal lago o dalla pianura, già prima delle otto eravamo nell’atrio. Io, ad esempio, partivo con l’unico treno utile delle 6 e 57 e alle 7 e 25 ero già fuori dalla stazione, nel lungo viale di ippocastani con le cupole e le torri sospese a mezz’aria nel panorama. La prendevo comoda con i miei amici del treno – salutavamo subito i chimici di Via Paleocapa, poi le ragazze dell’Istituto Magistrale di Via Angelo Maj. Rimanevamo io e chi andava allo scientifico di Via Masone. A Porta Nuova ci salutavamo e le nostre strade divergevano.

Così, prima delle otto, eravamo lì nell’atrio a chiacchierare, a scherzare, a fare passare il tempo; qualcuno andava a messa nella cappella della scuola, altri si perdevano a fumare come nella canzone di Venditti. Ma ci fu un periodo – di preciso non ricordo, certamente in seconda o terza liceo classico, visto che c’erano Angelo e Gianluigi – che potevamo accedere al salone delle assemblee al piano terra. E lì, meraviglia delle meraviglie, c’era un pianoforte!

Gianluigi sapeva suonarlo – era organista nella chiesa del suo paese e si vantava di suonare all’organo anche Renato Zero! – e così si sedeva sullo sgabello, sollevava il coperchio e cominciava a muovere le dita affusolate sui tasti. Fuori poteva essere inverno, scendere la nebbia o la pioggia, ma lì dentro d’improvviso scoppiava l’allegria. Erano brani di Lucio Battisti o di Claudio Baglioni, era Beethoven o i Queen, poteva anche essere Guccini o l’ultimo successo sanremese. Quei venti minuti in attesa della campanella volavano con spensieratezza. C’era anche quella di III B dello scientifico a cui facevamo tutti segretamente il filo, e facevamo gli “splendidi” anche per lei. Una volta esagerai, presi un foglio di quelli perforati dal quaderno che usavo per gli appunti, vi scrissi in grande “Per favore non sparate sul pianista” e lo appoggiai sul piano. Non ci fu il fragore di un saloon del vecchio west ma un’esplosione di risate.

Poi inevitabilmente, la campana suonava come una sentenza, Gianluigi chiudeva il coperchio del pianoforte, prendevamo le nostre borse e ci avviavamo verso le scale per entrare in aula e cominciare un lungo e noioso mattino, sperando di essere pronti per i compiti in classe – chiamati in gergo locale “esperimenti” – e le interrogazioni.

 

Piano bar

ILLUSTRAZIONE © SOSUA NEWS

sabato 14 gennaio 2017

Le ragazze del treno

 

C’è una poesia, intitolata Cose in comune, che il poeta catalano Joan Margarit dedica a una ragazza conosciuta su un treno tanti anni prima e mai più rivista: «Le poesie, che sono lettere anonime, /  scritte dove non immagini, / alla stessa ragazza che un autunno / conobbi su un treno vuoto». Mi è molto piaciuta e mi sono messo, dall’alto della mia lunga carriera di viaggiatore di treno, a richiamare, parafrasando il Gozzano del Convito, «le poche donne che mi sorrisero in... treno».

Naturalmente, quelle della compagnia che si era formata ai tempi del ginnasio, e che avrei portato avanti fino alla maturità classica. In cinque anni ci fu quella che si era innamorata di me o della mia timidezza, e che svanì un mattino quando un’altra ragazza ci comunicò che «quella scema» aveva abbandonato al primo anno le magistrali. Ce ne fu un’altra della quale invece mi innamorai vagamente io, la sognavo ascoltando le canzoni sul divano e mi creavo delle specie di videoclip con lei e me protagonisti. Cotta passeggera, se ne andò in fretta. Valentina, Marta, Donatella, Claudia, Anna, Alessandra erano amiche più che altro, ben lontane dalla ragazza di Margarit.

A quel tipo si addiceva di più Silvia (se quello era il suo nome, visto che nutrivo dei dubbi su quello che mi raccontò di lei): mi attaccò bottone appena salii alla stazione e se ne andò poi per una strada che non corrispondeva a tutto quello che mi aveva detto. E il suo abito elegante, un completo pantaloni e bolero blu su una camicetta bianca stonava notevolmente con la sua tracolla militare consunta e piena di scritte a biro blu. Andai alla mia interrogazione di storia – per la quale non avevo studiato in treno per colpa sua – ripensando alle contraddizioni che incarnava. Non la rividi più.

Molte ne incontrai ai tempi dell’Università, ma nessuna in qualche maniera rimase impressa nella mia memoria: come gocce in un mare di visi visti tutti i giorni, nel languore dell’alba o nella stanchezza del pomeriggio. Forse una, della quale ricordo i capelli biondi e ricci, poteva somigliare alla Meg Ryan di Harry ti presento Sally: la cosa curiosa è che il ricordo più nitido che mi appare è il fatto che avesse con sé una copia di Cucina moderna.

Quella che ricordo con più piacere è però un’insegnante di Salerno che aveva cattedra a Monza: ci incontrammo su un treno in ritardo che accumulava ulteriore ritardo. È facile in questi casi lamentarsi, fare gruppo contro le ferrovie, contro il mondo che ci manda all’aria gli impegni e la routine. Parlammo per più di un’ora di Alfonso Gatto, della costiera, e mi affascinava quell’accento meridionale che il suo sorriso ingentiliva ancora di più. Le segnalai alcuni posti interessanti che poteva visitare nei dintorni, poi giunse la sua fermata. Proseguii verso Milano e mi accorsi che non ci eravamo nemmeno presentati. Di lei non sapevo neppure il nome...

 

Edward Hopper, Scompartimento C, Carrozza 293, 1938
New York, IBM Corporation Collection

sabato 7 gennaio 2017

La poesia venne a cercarmi


"Accadde in quell'età. La poesia venne a cercarmi...": comincia così una celebre lirica di Pablo Neruda. Il Nobel cileno coglie un momento fondamentale nella vita di un poeta, quello della folgorazione – come San Paolo sulla via di Damasco, ci si trova improvvisamente illuminati, sbalzati dal cavallo grigio della quotidianità, si comprende che il mondo ha un’essenza che ci viene rivelata in quel momento, la gioventù, è chiaro. Si intuisce che c’è un modo differente di cogliere la realtà, di raccontarla, e che quello è infine l’unico modo per penetrare il mistero del vivere, per vedere di tanto in tanto nel buio alla luce di quel lampo.

Il poeta è preso allora da un’ebbrezza, da una smania che lo porta a riconoscersi tale vergando i primi incerti versi, dei quali poi forse si vergognerà. Ma quello è il punto di partenza, è l’iniziazione che ci porta nell’età adulta, come capita ancora in certe tribù che vivono ai margini della civiltà del XXI secolo.

Così capitò anche a me, ormai tanti anni fa, uno dei primi giorni di gennaio, attraversando in auto con mio padre uno sperduto paese di provincia. La poesia mi si manifestò, lampo improvviso nel grigio. Avevo poco più di 15 anni. Mandai a mente quei brevissimi versicoli di sapore ungarettiano e, una volta arrivato a casa, li trascrissi su un’agenda che mi era stata regalata.  Da allora ne scrivo ogni giorno, fedele al motto “Nulla dies sine linea”…

 

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