sabato 3 dicembre 2016

Quel turco di Babbo Natale

 

Babbo Natale, per gli anglosassoni Santa Claus, non è come vuole una leggenda metropolitana il parto dei pubblicitari della Coca Cola negli Anni Trenta che portò alle famose immagini di Haddon Sundbloom riprodotte ovunque: non è in effetti altri che San Nicola, di cui il 6 dicembre ricorre la venerazione.

Per inciso, la Coca Cola non fece altro che appropriarsi a fini promozionali della poesia di un oscuro autore newyorkese, "La notte di Natale", scritta nel 1823: San Nicola vi è raffigurato come un uomo tarchiato dagli occhi scintillanti e dalla barba bianca, con dei vestiti rossi bordati di pelliccia e lucidi stivali neri. La fantasia di un illustratore, Thomas Nast, creò l'immagine iconografica tuttora in auge. L'idea dello scrittore portò invece a spostare la tradizionale venuta di Santa Claus dal 6 dicembre al 25.

Dunque, spazzato via l'equivoco, la slitta con conseguente serie di renne e di casa in Lapponia, a Rovaniemi per la precisione, Babbo Natale è San Nicola, che fu vescovo di Mira, città della Turchia identificata con l'odierna Demre. Il santo era un taumaturgo, ovvero compiva miracolose guarigioni, spesso di bambini. La sua figura si fuse qua e là nell'Europa con miti antichi ed oscuri, come lo Spazzacamino tedesco, e adottandone altri in qualità di assistenti, ad esempio i folletti o il truce Pietro il Nero olandese o il Cavalier Rupprecht, un uomo dalla faccia paurosa tinta di nero.

Il San Nicola più tradizionale, quello che si attaglia in maniera più precisa, è il Saint Nicholas svizzero, abbigliato come un vescovo con lunga veste bianca, mantello rosso, cappello a punta e bastone pastorale. Il Père Noël francese è una via di mezzo tra San Nicola e Babbo Natale: alto e magro, ha una veste vescovile rossa, copricapo di pelo e rumorosi zoccoli di legno.

Che sia un ciccione vestito di rosso, un vescovo che si circonda di personaggi inquietanti, una bambina con una corona di luci, una vecchietta che vola a cavallo di una scopa o Gesù Bambino, si può concludere che, se ci sono tanti modi di rappresentare un simbolo, unico e comune a tutto il mondo è il gesto d'affetto, il dono.

2008

San Nicola

sabato 26 novembre 2016

La verità su Guangxu

 

Guangxu fu il decimo imperatore della dinastia Qing, che governò la Cina dalla metà del XVII secolo all'inizio del XX. Fu incoronato nel 1875, ma in realtà a guidare la Cina fu sua madre Cixi, visto che il povero Guangxu aveva solo quattro anni. Al compimento dei diciotto anni, nel 1889, ebbe i pieni poteri, sebbene l'influenza dell'imperatrice fosse comunque fortissima. Dieci anni dopo, iniziata la riforma politica, culturale e sociale che avrebbe dovuto ammodernare il paese e portare alla sua industrializzazione, nota come Riforma dei Cento Giorni, subì il colpo di stato da parte della madre e finì agli arresti. Morì in una "prigione dorata" nel 1908, a trentasette anni.

Un secolo dopo la sua scomparsa, alcuni ricercatori cinesi sembrano avere risolto l'enigma della morte di Guangxu, predecessore dell'ultimo imperatore della dinastia Qing, quel Pu Yi reso celebre da Bernardo Bertolucci. La verità su Guangxu è che l'imperatore che voleva portare la Cina nel XX secolo venne avvelenato.

I registri ufficiali segnalano che il 14 novembre 1908 Guangxu morì di morte naturale: il suo stato di salute era fragile dopo dieci anni di "arresti domiciliari", ma non c'era dubbio già allora che il potere conservatore cinese e la stessa Cixi avevano buoni motivi per assassinarlo. Le analisi condotte dall'Istituto cinese per l'energia atomica e dal laboratorio di medicina legale della polizia di Pechino rivelano tracce elevate di arsenico nelle ossa, nei capelli e nelle vesti dell'imperatore.

Se il come è chiaro, il perché facile da supporre, non altrettanto chiaro è il chi. Se i tempi non fossero così remoti, la prima sospettata ad essere condotta in commissariato per gli interrogatori di rito sarebbe certamente Cixi, insieme a uno dei suoi luogotenenti, il capo degli eunuchi Li Lianying. Quando Guangxu lanciò la riforma per evitare la decadenza della Cina, aveva pensato di trasformare l'impero in una monarchia costituzionale sul modello del vicino Giappone: Cixi si sentì ferita nel cuore e nella tradizione e tramò per mettere a punto le sue manovre, tanto da deporre il figlio e conservare un potere esercitato formalmente per quarantacinque anni.

Guangxu fu dunque arrestato per ordine della madre e confinato in un palazzo posto su un'isola lacustre, i suoi consiglieri furono uccisi o fuggirono. E il 14 novembre 1908 fu avvelenato, forse per evitare che riprendesse il potere.

Ma l'enigma non finisce qui: il giorno dopo, 15 novembre, moriva anche l'imperatrice Cixi. E Li Lianying, il suo favorito, fu assassinato qualche mese dopo...

 

Guangxu

GUANGXU – PUBBLICO DOMINIO

sabato 19 novembre 2016

Un buon consiglio

 

C’è una striscia dei Peanuts, pubblicata il 24 luglio 1962, in cui Linus passa trascinando la sua coperta e Snoopy è pronto a morderla e portarla via. Linus lo ammonisce “Non fare qualcosa di cui potresti pentirti”. Snoopy desiste, ci riflette e pensa “È un buon consiglio”.

È davvero un buon consiglio, ottimo direi. Eppure, molte volte lo abbiamo disatteso, troppe volte siamo precipitati nell’abisso del rimpianto, perché abbiamo scelto la strada sbagliata quando la via principale divergeva come nella poesia di Frost – quella battuta, probabilmente, quella seguita da tutti mentre noi avremmo preferito imboccare il sentiero più solitario. O perché invece non abbiamo compiuto quel passo che avrebbe cambiato la nostra vita o ci avrebbe spinto nell’abbraccio dell’amore. O ancora invece perché quel passo lo abbiamo invece compiuto e i risultati sono risultati diversi o addirittura all’opposto di quello che avevamo immaginato e desiderato.

E questo capita perché molto spesso ci affidiamo all’istinto più che alla ponderazione e ci lanciamo come acrobati forse coraggiosi o forse impavidi e quindi incoscienti, fidando nell’attrezzo, nelle nostre capacità, nel partner e nella rete di sicurezza. Il fatto è che non si può tornare indietro e quel che è fatto è fatto. Se fossimo saggi, capiremmo almeno questo e seguiremmo un altro buon consiglio, quello del Maestro di Khalil Gibran: «Amico mio, non essere come quello che siede presso il suo camino e guarda il fuoco che si spegne per poi soffiare, vanamente, sulle morte ceneri. Non rinunciare alla speranza, non abbandonarti alla disperazione a causa di ciò che è passato, giacché rimpiangere l'irrecuperabile è la peggiore delle umane debolezze».

 

Un buon consiglio

sabato 12 novembre 2016

Gli incontri di Marco Aurelio

 

Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall'ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell'intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l'uno contro l'altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui.

I tempi sono molto cambiati dal II secolo dopo Cristo, quando l'imperatore Marco Aurelio scriveva queste riflessioni rivolte a se stesso nel secondo libro dei "Pensieri" o "Ricordi", secondo la traduzione dal greco. Ma le persone sono rimaste le stesse, anche se hanno modificato il loro abbigliamento, la pettinatura, addirittura il linguaggio, e se invece delle lance, delle meridiane e delle bighe ora si servono di telefonini, orologi e automobili. Come allora portano nel mondo le loro esigenze e le loro clientele, le bassezze e i vizi, le insensibilità.

È bello questo pensiero di Marco Aurelio, è un invito all'autocontrollo, alla tolleranza, alla considerazione che "tutti siamo sulla stessa barca", semplici ingranaggi di un mondo in movimento: il ciabattino, il soldato, la popolana e anche l'imperatore...

Un filosofo di tale levatura, che aveva per maestri gli stoici Sesto di Cheronea, Cinna Catulo e Claudio Massimo, non poteva essere un dittatore e infatti non lo fu, ma, al contrario, stabilì un costante miglioramento della legislazione per rendere più equa la vita dei cittadini dello sterminato impero romano. La sensibilità e l'intelligenza dimostrata in questo precetto furono la linea guida del suo ventennale impero. A noi che non siamo imperatori, farebbe solo bene ricordarlo ogni mattino, quando usciamo di casa e iniziamo a incontrare gli "altri": manteniamo la calma e rispettiamoci, il mondo non potrà essere che migliore.

 

Marco Aurelio

FRAMMENTO DI STATUA DI BRONZO DI MARCO AURELIO, PARIGI, LOUVRE

sabato 5 novembre 2016

Arano

 

Arano. Ho visto un trattore emerso dalle nebbie nei campi lungo il fiume rivoltare le zolle in maniera regolare, come seguendo un disegno: in realtà non faceva altro che percorrere il solco battuto prima, aderiva alla forma insolita della stradina che costeggia il campo. Dal belvedere del santuario, lo spettacolo era apprezzabile in tutta la sua geometrica precisione: la terra smossa era scura, sembrava fumare anch'essa come l'acqua appena al di là.

E mi è sovvenuta alla memoria da tempi scolastici ormai dimenticati, forse le elementari, forse le medie, "Arano", la poesia di Giovanni Pascoli, tratta da "Myricae". Al campo, dove roggio nel filare / qualche pampano brilla, e dalle fratte / sembra la nebbia mattinal fumare…”

Sullo sfondo nebbioso del mattino d'autunno, quelle terzine dantesche si sono materializzate, sono diventate vive, sebbene il progresso tecnologico abbia allontanato gli uomini dai campi e li abbia forniti di mezzi più efficaci dell'aratro e dei buoi. Sentivo quel grigiore pascoliano, ma sentivo anche quella malinconia sottesa nell'animo. Il realismo si trasformava in un intimo sentimento e lì ho capito Pascoli, ho incominciato ad apprezzare quei versi che ho sempre giudicato ingenui e di maniera, ho intravisto sotto la superficie la vena che scorreva. E la speranza di quelle foglie di vite rosseggianti (i pàmpani) e di quel trillo degli uccelli che pregustano il loro "raccolto" di lombrichi sono diventati la mia speranza, in questa mattina grigia di novembre.

2008

 

Aratura

FOTOGRAFIA © HELENA (LICENZA CREATIVE COMMONS)

sabato 29 ottobre 2016

Lo scudo

 

Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio
- arma gloriosa - lasciai non volendo.
Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?
Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.
ARCHILOCO

Lo scudo ho gettato nell’onde di un fiume che bello scorreva.
ANACREONTE

Lo scudo era uno degli armamenti fondamentali del soldato nei tempi antichi: faceva da baluardo e da difesa e veniva conservato con cura. Il militare greco era un cittadino chiamato al momento della guerra: lo si denominava oplita, da όπλον, lo scudo, appunto. Solo gli Spartani avevano un esercito a tempo pieno: delegavano agli schiavi iloti e agli artigiani del circondario, i "perieci", ogni altra attività. Il loro valoroso comportamento alle Termopili, dove con soli trecento uomini fermarono l’imponente esercito persiano di Serse prima di esserne travolti per un tradimento, si spiega con questa mentalità guerriera inculcata già ai bambini.

Lo scudo dunque era d’importanza vitale perché, essendo il soldato inserito in una falange, con esso difendeva non solo se stesso, ma anche il compagno alla sua destra. Gettare lo scudo, come affermano di avere fatto il poeta-soldato Archiloco e il gaudente Anacreonte, veniva considerato dagli eroi omerici e soprattutto dagli Spartani, la più grave infamia che un combattente potesse commettere: non era più un’arma, ma diventava un simbolo, era l’appartenenza a una società.

Archiloco lo priva di questa importanza: ne vede solo l’utilità immediata, l’ingombro nella ritirata, lo abbandona per fuggire e salvarsi. Se gliene servirà un altro, se lo comprerà. Non è spartano: Sparta non ha poeti, solo soldati. È un decaduto nobile di Paro e combatte per vivere: è un mercenario. Questo gesto che sembra antieroico è in realtà solo un atto di sopravvivenza, tanto che Archiloco morirà nella difesa di Taso.

Anacreonte invece, si mostra più spregiudicato: se Archiloco lo ha deposto in un cespuglio per poterlo magari ritrovare, lui invece lo lascia in balia della corrente.  Quello che conta nella sua vita sono il vino e l’amore, le chiacchiere davanti a una tazza di quello buono: “Recaci acqua, ragazzo; recaci vino; recaci corone di fiori, ma recali subito… con Eros devo fare pugilato”. Anche Anacreonte non era spartano, ma veniva da Teo, nella Ionia, ed era esule a Samo, ad Atene e in Tessaglia, dovunque vi fosse una corte regale. Non gliene può fregare di meno di quell’oggetto.

2008

Forngrekisk_sköld,_Nordisk_familjebok

sabato 22 ottobre 2016

Rispetto e dignità

 

“Da una scala di legno annerito pende una bandiera francese: è l’unica, e la stacco con cura, la ripiego e la metto nel tascone della giubba. (La ritroverò a casa mia questa bandiera, tra vecchie carte, lettere e oggetti strani agli altri. Un giorno i ragazzi giocavano, e la diedi a loro perché la riportassero a sventolare sopra una collina di prati fioriti)”.

Cos’è il rispetto? Cos’è la considerazione che anche gli “altri” hanno le loro ragioni? Mario Rigoni Stern ne aveva gerle nella sua vita di montanaro. Certo, chi va in montagna sa quanto dura è la vita lassù: conosce il valore delle cose, sa che un aiuto dato non sarà mai sprecato e che al momento buono sarà ripagato. Sa che, se anche non sarà ripagato, questo non è importante.

Rigoni Stern nel 1971 scrive Quota Albania e ricorda quell’episodio della bandiera francese raccolta dalle parti di Séez. L’Italia aveva invaso la Francia pochi giorni prima e già era stato stipulato l’armistizio. Ma in quei giorni al caporale Rigoni Stern capitò di entrare affamato in una casa di legno abbandonata dagli abitanti: mangiò del formaggio e del pane e lasciò un biglietto di scuse in un cassetto della credenza. Anche la sua ad Asiago era una casa di legno, una casa di montagna, ricostruita dal nonno, profugo anch’egli con tutta la sua famiglia, proprio come quei francesi, nel 1916.

Rispetto, pietà, umanità: non per questo Rigoni Stern fu un soldato peggiore, anzi riuscì a riportare a casa dalla Russia gran parte della sua squadra. Nel Sergente nella neve non poteva perciò non notare la differenza con i soldati tedeschi e rumeni, e ancor più con le SS. La cattiveria, il disprezzo, la crudeltà non erano nei cuori degli italiani, che i russi aiutavano, quando potevano, e lo testimonia lo stesso scrittore di Asiago: gli diedero patate e pane, lo sfamarono in un’isba dove c’erano anche soldati russi.

Rispetto, allora, condivisione e dignità: ancora in Quota Albania racconta del trasferimento di prigionieri greci: “Quel mattino mi trovavo anch’io da quelle parti, e con altri feci da scorta a quaranta prigionieri che accompagnammo giù al comando. Anche loro erano magri, malridotti nelle divise, carichi di pidocchi e con le barbe lunghe e ispide. Ma dentro i loro occhi scuri e profondi e nel loro silenzio, avevano dignità”.

2008

 

Bandiera

FOTOGRAFIA © FIONA TWIG