sabato 7 novembre 2009

Viaggiatore nel ricordo

Attraverso la porta che conduce a mondi inesplorati che parlano di te: una porticina stretta che discende nelle viscere della terra. Come nel “Poema a fumetti” di Buzzati, come nel film in bianco e nero degli Anni Cinquanta tratto da Jules Verne con gli effetti speciali di cartapesta, come il viaggio di Dante nella selva oscura: mostri e spettri mi attendono, il loro nome è ricordi; e se ci sarà una Beatrice a indicarmi la strada verso i cieli puri del Paradiso giocoforza, guarda che paradosso, quella dovrai essere tu…

La prima luce che risplende come una fiaccola nel buio e che guida i miei passi in questa avventura è un riflesso giallo nello specchio appannato di un caffè: come pioveva quella sera, un temporale estivo allagava le strade e scuoteva i pini, rare automobili passavano nella via – una di quelle originò il bagliore giallo, il suo alone illuminò il tuo viso di luce, irradiò la bellezza, la circonfuse d’amore. Ancora adesso posso udire il rumore dei cucchiaini nelle tazze, l’aroma dell’espresso che si perdeva nell’aria umida. Siedo a quel tavolino rosso, osservo i fari riverberare sfumature d’oro sui tuoi capelli.

Archeologo della memoria, riprendo il mio cammino, tento un altro cunicolo, si allarga in una giornata ventosa che spinge lontano grigie nuvole gonfie di pioggia, il cielo si rispecchia nelle pozzanghere dove le tue scarpe basse si bagnano. Saliamo sul pontile, il libeccio sferza i nostri vestiti, li incolla ai corpi, i tuoi capelli sfiorano il mio viso, beffarda carezza ora che non sei più mia. Riprovo identica quella triste dolcezza, forse malinconia, forse nostalgia: due amici fermi a osservare i ragazzi che pescano i granchi con le mollette, le bandiere che ondeggiano con violenza sui pennoni dei lidi, i gabbiani impazziti nella corrente. E quel ballo di qualche sera prima, un cuneo infilato in una storia fino a spezzarla. Lui chissà dov’è adesso, magari nell’appartamento al centro o forse è tornato a casa sua. Ma nella mia mente è lì che ti stringe mentre la musica suona e una luna gialla irride la mia solitudine.

Questo ricordo è doloroso, avanzo in fretta fino a incontrare una spelonca buia: fiamme proiettano ombre tremolanti, ma non è l’inferno. È una fredda sera d’inverno e il fuoco è quello sul quale cuociono le caldarroste: ne è passato di tempo da quel giorno sul pontile, gli anni ci hanno segnato e il caso ci fa ritrovare insieme, tu con il cappotto nero io con gli occhiali e con le scarpe nuove. Come oscillano quelle ombre disegnate dalla pentola forata dove le castagne si abbrustoliscono, così vibra l’amore, nutrito dalle notti trascorse senza te, passate a immaginarti vivere altrove. Ora sei qui e non trovo le parole da dire, mi perdo nel sorriso illuminato dalle fiamme, mi lascio avvolgere dalla notte umida che discende sulla città. Quando sgusci le caldarroste è il mio cuore che sgusci, la sua vecchia pelle finisce nel sacchetto di carta, quella nuova lascia sperare nel futuro…

È piacevole sostare qui, restare sul pavé e parlare con te, ma la memoria ha i suoi tempi, già mi sospinge in un’altra direzione, mi dice che è tempo di risalire in superficie, riapre una botola e mi ritrovo a casa, seduto al computer a scrivere di te. Fuori piove un autunno malinconico e scende la sera sulle foglie gialle e sugli ombrelli che percorrono la via. Ora conosco la strada che devo seguire: prendo il telefono, digito il tuo numero…


Illustrazione di Doré per la Divina Commedia

sabato 31 ottobre 2009

Sabato sera

a Silvio Miglio

Che cos’è questo cielo prigioniero dei monti? Dov’è la libertà se non nella pianura sconfinata? Ma qui vedo sempre quei monti, di sera come sabbia nel tramonto, con la luna ritagliati in cartoncino nero e opaco e poi di giorno ancora lì come una lenta asfissia. E invece io avrei bisogno di spaziare con lo sguardo sull’immensità del mare.

Il treno dal Nord porta le turiste tedesche, scendono schiamazzanti tra le valigie e i lampi di una macchina per fototessere. Nella mia mente un amore perduto o forse mai nato, abortito una sera di luglio quando non trovai il coraggio di baciarla...

Ma cos’è quest’ansia che mi prende come un granchio? Sarà la consapevolezza che la gioventù svanisce sempre un po’ ogni giorno, sarà la nostalgia, il rimpianto per ciò che non è stato?

Ci sono dei sapori che noi che ci troviamo in questa situazione non sentiamo più. Non sono i sapori che possiamo percepire attraverso il gusto ma dei sapori del tutto particolari che forse nessun senso o forse l'insieme di tutti i cinque sensi ci può fornire. Come il sapore del sabato sera uscito dall'immagine di un attimo rubata passando davanti a un supermercato: la gente che si affolla alle casse, riempie carrelli, accatasta sacchetti di plastica; e gli scaffali pieni di scatole e barattoli colorati, il gusto della festa che sta arrivando e si prepara tutto per bene perché la domenica sia felice...

Amico mio, scusami se ti assillo con i miei guai: divertiamoci oggi che è sabato, ceniamo e poi cerchiamo compagnia. E allora crauti rossi cotti nel burro e canederli da intingere nel gulasch; davanti la caraffa di birra e la valle dove ad una ad una si accendono le luci. E con le luci si accendono le stelle e i ricordi. Strüdel al papavero con crema di mirtilli e poi una grappa di pere.

E lungo il fiume donne in passerella per noi nella sfilata d’autunno che è la passeggiata serale: bionde, brune, rosse, minigonne, calze nere, jeans, baschi, abiti attillati... Al solito caffè la cameriera ci strizza l’occhio e ci fermiamo a discutere con lei su che differenza passi tra amore e sesso e intanto il fiume corre via insieme al tempo.

Una gran voglia d’amore mi prende il cuore adesso che vedo le coppie per strada camminare abbracciate e poi infilarsi qui nel bar, davanti a noi, sedersi a parlare davanti a un cappuccino.

E ancora l’angoscia mi pesa nel cuore, forse è una briciola di solitudine in cui mi immergo come si immerge un oggetto nel mercurio, che poi lo togli ed è asciutto, impermeabile a questa solitudine, se poi mi basta un amico per ritrovare il sorriso, amico mio come forse non ne ho avuti mai.

sabato 24 ottobre 2009

Il gioco era quello

Nel gioco io mi chiamavo Guy, lei Karla. Le ore passavano lente come i tram che sentivamo sferragliare nella piazza. Ci pareva di essere personaggi di un romanzo di Kundera, persi in un teorema psicologico, avversati dagli avvenimenti. Fuori poteva anche essere Praga e i carri armati sovietici pronti a sparare sulla folla della rivoluzione. Oppure la vivacità di Parigi, il bianco e nero delle fotografie di Doisneau, di Cartier-Bresson, di Ronis. Bambini con la baguette sotto il braccio, innamorati allacciati sui ponti della Senna, mercatini sui boulevards. O ancora la banale tranquillità della Svizzera, bandiere quadrate e laghi che riflettono un cielo di cobalto.

Sedevamo lì con le nostre facce stropicciate, la luce esterna colava nella stanza come un fluido grigio. Probabilmente tra poco sarebbe scesa la pioggia, se ne avvertiva l’odore di umido e foglie. Ogni tanto dicevamo qualcosa – il gioco era quello – e le parole si disperdevano rimbalzando sui muri, o forse attraversavano le pareti e si scioglievano liquide nell’aria, svanendo per la tromba delle scale, per il balcone dove i pini nani e i vasi di erbe aromatiche contendevano al cielo il poco ossigeno cittadino. Di tanto in tanto ci guardavamo negli occhi – il gioco era quello – con innocenza, con indecenza. Le pupille che si sfioravano erano magneti dello stesso polo, subito si allontanavano per ricercare altrove un punto di vista: il grande dipinto con un vaso di fiori dal quale traboccavano rose e i petali si disperdevano su una tovaglia di stoffa indiana, il soprammobile di ferro battuto che raffigurava un airone, le poltrone di stoffa cremisi, il vaso di cristallo dove smorivano sette tulipani gialli e i riflessi nell’acqua disegnavano piccole iridescenti stelle.

Io, “Guy”, riuscii a dire: «Karla, sei come un rapace notturno che mi impedisce di dormire, sei il grido della nottola che mi sveglia e infrange i miei sogni». Lei, “Karla”, rimase sorpresa, arricciò le labbra prima di rispondere che lo sapeva, che questa è la condizione della vita e che se mi sembrava crudele, ebbene avrei dovuto farmene una ragione. La sua voce era un’armonia anche mentre diceva – il gioco era quello – parole spiacevoli. Il passo successivo era una porta chiusa, un volo di colombi spaventati da una presenza. Ma ancora restavamo lì nella stanza calda. Il mio cappotto, quello di Guy, rimaneva posato sullo schienale di una sedia, ripiegato come una tovaglia da usare di lì a poco. Le mani di Karla sbriciolavano un biscotto rimasto sul piattino, indugiavano come la padrona di casa, si crogiolavano nel tormento di un addio. «Adesso è ora che tu vada» disse dopo un tempo che sembrò interminabile. Il suo viso tradiva l’emozione, una lacrima nasceva sull’orlo della palpebra. Pietà, bontà, dispiacere, rimorso. Chissà che cos’era…

Il cappotto si spiegò come le ali di un corvo, fu sulle spalle. Milano ingrigiva come la Parigi di Doisneau, la pioggia ora scendeva copiosa sugli ombrelli, sulla spalletta del Naviglio. Guy si incamminò con le mani in tasca e il bavero rialzato. Vincitore o vinto? Felice o infelice?


Andre Kertesz, “Chez Mondrian, Paris, 1926

sabato 17 ottobre 2009

Il nostro ultimo incontro

Il nostro ultimo incontro avvenne a Gioia, fuori dalla stazione della metropolitana: tra i grattacieli sembrava l’America. Indossavi uno spolverino bianco, eri bellissima nei tuoi vent’anni. Rapidi ci baciammo sulle guance e poi salimmo sulla tua Seat rossa.

Abitavi vicino, al primo piano, in un palazzo da Vecchia Milano: al piano terra c’era un ristorante. Mi accomodai in una poltrona, tu sedesti sul divano stile Impero, il tuo cane dormiva sul tappeto.

Era l’ultimo giorno di settembre, faceva ancora caldo e le finestre aperte davano su un cielo grigio, sui fumi delle industrie periferiche. Chiudesti fuori il traffico e il rumore, tornasti a me, alla mia camicia jeans.

Parlammo più di un’ora, di progetti, di noi, ma l’atmosfera era di due che non si sarebbero visti più, forse una cartolina nella prossima estate da uno di quei posti di cui andavi raccontando: Barcellona, Portofino, quel sogno della Grecia.

Non c’erano, non c’erano più i ragazzi di qualche estate prima: non sembravano passati due o tre anni, ma dei secoli.

Volesti accompagnarmi alla Centrale: un treno che non urgeva divenne per me un’irrinunciabile esigenza. Seduto al tuo fianco sulla Seat rossa ti guardavo le gambe nei collant manovrare veloci sui pedali. A uno stop non desti la precedenza e una donna gridò “Scema!”. Furiosa in quegli ultimi minuti insieme, infine raggiungesti Piazza Duca d’Aosta. Ci salutammo in fretta nella strada.

Io non ricordo se guardai l’auto svanire lungo il traffico portandoti via dalla mia vita per consegnarti al fascino ammaliante dei ricordi…

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Brent Lynch, “New York state of mind

sabato 10 ottobre 2009

Il vecchio e i cachi

Il vecchio avrà novant'anni. Ha una testolina avvolta da una corona di capelli candidi che lo fanno somigliare a un pulcino spiumato, una barba sfatta e un corpo esile e impacciato che riveste di abiti che hanno visto, come il proprietario, tempi migliori. I calzoni sono oramai sbiaditi, il loro verde s'è fatto colore da camice ospedaliero; il maglione a rombi è un residuato degli Anni '70 e le tarme, anno dopo anno, vi banchettano alacremente.

È qualche giorno che lo osservo: si avvicina furtivo, ma in realtà deve essere la sua andatura naturale, fatta di passettini malfermi, e si apposta sotto il grande albero di cachi vicino alla strada. Il giardino appartiene a una casa rimasta disabitata dopo la scomparsa dei suoi abitanti; di tanto in tanto viene un figlio o una nuora a dare aria alle stanze.

Ma conosce gli orari, il vecchio... È lì sotto la pianta e rimane fermo come se osservasse il traffico per passare il tempo. Quando all'improvviso si fa il vuoto nella strada, allora con fatica si alza sulle gambette doloranti e appesantite e con un enorme sforzo si aggrappa ai rami più bassi, li tira a sé come una pingue rete da pesca, e dopo qualche tentativo riesce ad appropriarsi di uno o due di quei frutti arancioni, ancora acerbi. Li soppesa, li posa un attimo soltanto sul muretto, li ripulisce dalle foglie che sono rimaste attaccate al picciolo e si incammina lento con il suo tesoro in una mano.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, per tutto il tempo di maturazione dei cachi. Oggi ha dovuto faticare più del solito: i rami bassi li ha ormai spogliati e ne ha dovuto attaccare uno più in alto. Però è stato fortunato: i frutti erano tutti uniti e formavano un bel gruppetto, ne ha portati via quattro. Se n'è andato zampettando come al solito, ma la sua andatura aveva un non so che di gioioso grazie a quel bottino insperato. Me lo sono immaginato tornare a casa dalla moglie, una vecchierella altrettanto esile e malmessa, come un criceto con le sue provviste per l'inverno. Quei quattro cachi acerbi e duri, che dovrà aspettare maturino per poterli mangiare e che, se avesse chiesto ai figli dei proprietari della casa, avrebbe avuto in abbondanza e senza fatica: anche quest'anno li lasceranno marcire sull'albero ormai spoglio, preda dei merli e degli stornelli... Come in una favola di Esopo...


sabato 3 ottobre 2009

La villa

Ora che lentamente gli alberi si spogliano disegnando tappeti dorati sul terreno, dalle finestre di casa esposte a meridione posso scorgere l'altana di una villa signorile costruita agli inizi del Novecento o forse sul finire del secolo prima: i decori in stile liberty ne sono testimonianza.

È un'apparizione che ogni autunno mi sorprende, per poi svanire nel rigoglio di aprile, quando le foglie ornano tigli, carpini e noccioli formando una coltre verde che fa piombare nel dimenticatoio la villa. Se mi ricordo della sua esistenza, è quando vi passo davanti sulla stradina ombrosa e fresca e ne intravedo i vecchi muri oltre la cancellata arrugginita e il lungo viale immerso nel folto giardino quasi come una cicatrice tra le piante.

Guardo quella grande casa in queste giornate d'autunno e ricordo un'altra villa signorile dove andavo a ripetizione di greco dalla giovane figlia di un medico che era stato un elemento locale di spicco del regime fascista. Mi ero sempre meravigliato di quanto giovane fosse la figlia e quanto anziano il padre: allora lei non era neppure trentenne, il genitore era sull'ottantina.

Arrivavo con la mia bicicletta, suonavo con timore al campanello e aspettavo che mi aprissero il largo cancello, poi entravo nel piccolo giardino all'italiana, sempre ben curato: in attesa che la ragazza scendesse mi sedevo su una panchina di granito consunta dal tempo e annerita dai muschi e dai licheni, osservavo le siepi di martellina e gli altissimi pini, le magnolie che profumavano con i loro fiori bianchi e carnosi quell'ombra che sapeva di muffa.

Mi sentivo catapultato in una poesia di Gozzano: quel posto poteva essere Villa Amarena, dove la Signorina Felicita conduceva la sua esistenza nel sogno di un'attesa vana o la romantica scena dove Carlotta e Speranza a metà Ottocento parlavano rapite dei loro amori. Poteva essere la casa dove Totò Merumeni si chiudeva a lasciarsi vivere, a meditare sull'arte e a scrivere poesie...

Poi la ragazza che mi doveva dare lezioni di greco arrivava con la sua gonna svolazzante o con un vestito estivo a fiori e mi conduceva nel regno segreto, in quelle stanze che odoravano sorprendentemente di cera e di lavanda, ci accomodavamo al grande tavolo dello studio e iniziavamo a tradurre in quella lingua ostica e affascinante, soffermandoci a valutare un aoristo o un ottativo.

Adesso guardo quell'altra villa dalla finestra, una tazza di caffè nella mano e tutti i miei ricordi aggrovigliati nel cuore. Cerco di rammentare il nome di quella ragazza, ma ne rivedo solo le fattezze, il viso bello e rotondo; ne risento la voce correggermi con dolcezza, salutarmi quando inforcavo la bicicletta per ritornare a casa. Mi sento come un altro personaggio di Gozzano, il sopravvissuto che "fissa a lungo la fotografia / di quel sé stesso già così lontano: / «Sì, mi ricordo... Frivolo... mondano... / vent'anni appena... Che malinconia!...»

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John Singer Sargent, "Villa di Marlia: The balaustrade"

sabato 26 settembre 2009

Fitzgeraldiana

Una sera di giugno, travolto da un'auto, moriva John J. Fisher. Era una sera resa fresca da un forte vento che spazzava dal cielo luminose nuvole violette e faceva cadere i cappelli dalle teste degli uomini e scompigliava i capelli delle donne.
John J. Fisher era nato a Missoula, nel Montana, e là aveva vissuto per ventitré anni, in una casa di legno nei pressi del fiume Blackfoot, aiutando il padre a tenere i conti e i rapporti con i fornitori dell'industria di conserve e frequentando l'Università di Stato. Due mesi dopo la laurea e la grande festa data in suo onore con balli, belle ragazze e fiumi di bourbon, si era trasferito in treno a New York e là, grazie a un sapiente giro di amicizie, trovò un appartamento in affitto nella Quarantaquattresima Strada e lo adattò in modo che gli facesse anche da ufficio per la sua professione di avvocato.
John era aitante e sapeva fare presa su chiunque con la sua simpatia e i suoi modi garbati ed eleganti: già una settimana dopo il suo arrivo a New York metteva così piede in una festa nella Cinquantaseiesima Strada, invitato dall'uomo che gli aveva affittato l'appartamento, Archie Porter, un ricco proprietario che aveva incrementato il suo patrimonio rilevando per poche migliaia di dollari gli immobili di gente sull'orlo del fallimento all'epoca della Grande Depressione. Archie aveva una sensibilità particolare nel contrattare il prezzo d'acquisto e un'abilità incredibile nello stimare, o meglio nel sottostimare senza sopralluoghi il valore degli immobili.

Alle otto Archie Porter arrivò con la sua lussuosa automobile nella Quarantaquattresima Strada e vide subito John J. Fisher venirgli incontro e aprire la portiera. John indossava uno smoking forse troppo corto e Archie lo guardò a lungo con aria divertita finché il giovanotto del Montana non sbottò in un "Allora, andiamo?" che risuonò più dolce che indispettito.
La festa era in un alto palazzo dalle finestre illuminate: c'era un ampio salone con statue in stile rococò e un'orchestrina jazz che suonava in un angolo, su un palco addobbato con gonfi tendaggi color pesca. Nel mezzo della sala, addossato al muro, spiccava il buffet, con il rinfresco e le bottiglie di whisky e di champagne, i bicchieri ancora vuoti e le bocce per il punch, piene di un liquido rosso. In breve la sala si popolò di volti sconosciuti per John ma che Archie Porter riconosceva e si affrettava a riverire presentando anche il giovane avvocato di Missoula. Si diede il via alle danze e furono stappate le bottiglie e riempiti i bicchieri.
All'improvviso una graziosa figura sorprese John: una giovane donna dai lunghi capelli biondi fasciata da un abito nero. La ragazza lasciò una scia di profumo passando davanti ai due uomini per servirsi al buffet. John chiese: "Archie, la conosci quella sirena?". "È la figlia di Anderson, il padrone delle ferramenta: si chiama Annie, Se vuoi, te la presento..." Mezz'ora dopo Annie e John ballavano al centro della sala, i volti accesi dal jazz e dal vino, ed erano la coppia più ammirata di danzatori.

"Lei è molto bella" disse John e il suo sguardo rivelava tutta l'ammirazione che nutriva per Annie, era il segnale più vistoso e impossibile da celare del suo innamoramento. Annie si schermiva, pur essendo ben consapevole della sua bellezza sin dai tempi del college, quando torme di adolescenti le ronzavano attorno come api sul fiore più bello e più ricco di nettare. La sua voce calda era dolcissima: "Venga a trovarmi qualche volta: sto a Manhattan, Pearl Street, proprio a due passi dalla Fraunces Tavern", disse salendo sulla Cord che l'avrebbe condotta via. Salutò ancora con la mano mentre l'auto partiva.
John J, Fisher rimase lì sul bordo della strada, la guardava svanire all'interno dell'auto che rimpiccioliva sempre più avanzando sulla Cinquantaseiesima Strada. "Sono felice" pensò, "Sono felice e innamorato". Non si accorse neppure di morire quando una Ford T nera guidata da un ubriaco lo travolse. "Sono felice" continuava a pensare...


Karen Dupré, “Avec moi IV”