sabato 18 maggio 2013

Qual è colui che sognando vede

 

Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede.
DANTE, Paradiso, XXXIII, 58-60

Tutto accadde così, all’improvviso mi ritrovai catapultato come Alice dentro lo specchio o come Dante nel mezzo del cammin di nostra vita. Ero in una selva, naturalmente, ma non di alberi e arbusti, di felci e licheni: un bosco di pilastri, di colonne ben bilanciate, decorate canonicamente con i capitelli d’acanto – cattedrale gotica, antico scriptorium di una biblioteca medievale. Ogni colonna dunque era un’idea, un perno portante per resistere al moto della luna e agli influssi delle maree. Ero nudo e mani si tendevano verso me, dita di fuoco che quando riuscivano a sfiorarmi mi lasciavano sulla pelle il loro marchio come un tatuaggio.

Eppure ero io quello che si era erto a vendicatore, ero io l’incarnazione della giustizia umana, un moderno conte di Montecristo evaso dalle pastoie della sua vita, tornato indietro per completare l’opera, punire chi c’era da punire e redimere chi c’era da redimere. Mi ero messo in caccia di tutti i pensieri molesti e li avevo schiacciati come tafani, i male accetti consigli spiaccicati sul muro, gli importuni discorsi infilzati allo spiedo. Dopo, le illusioni schiantate, i rimpianti libratisi in volo, i rimorsi mai digeriti hanno fatto meno male. Se avevo confuso l’essere con l’apparire, se avevo navigato tra lo spazio e il tempo, se mi ero perso come dadi rimescolati nei bussolotti, adesso avevo finalmente tra le mie mani il filo del destino...

E invece ero lì tra le colonne, in fuga da qualcosa, da qualcuno. La torma di scagnozzi spuntava dalla terra, dal pavimento di granito, dalle grate. Vedevo soltanto quelle loro braccia, le zampe, gli artigli. Vedevo il balenare delle fiamme, lo sentivo riverberare sulla mia pelle, sulle pareti, sulle scaffalature, sui confessionali, sulle arcate di pietra. Correvo, correvo a perdifiato. Doveva essere sterminato quel bosco di colonne, forse infinito, immerso in una luce fioca fin dove si poteva gettare lo sguardo, poi soltanto una cupa oscurità. Da una delle navate laterali uscì un frate rubizzo e opulento: “La diritta via!” urlò con voce squillante e intanto indicava una porticina dalla quale penetrava una luce ben più vivida. Decisi di fidarmi e la infilai... Subito si trasformò in una finestra, dalla quale entrava il sole dell’alba. Ero sveglio.

 

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FOTOGRAFIA © NATIONAL RAILWAY

sabato 11 maggio 2013

Confabulation

 

Lame di fuoco nel mattino, l'alba stagnante sulle colline ad oriente, l'aria fresca entra dal finestrino a ricordare la velocità, il serpente grigio dell'autostrada, i Tir sonnacchiosi...

Venezia con i suoi ori, maliarda ed equivoca come la definì Thomas Mann, San Marco. Ho un appuntamento con Ursula e sono in ritardo. Eccola: bionda, magra, attraente, elegante. Sono le venti ormai, andiamo a cena in un ristorante di Salizzada San Lio e poi via per le calli, ammaliati dal fascino grave di questa città, un po' sperduti un po' eccitati.
«Buona notte, Leonardo»
«Buona notte, Ursula»

La mattina entra dai vetri, il sole limpido dell'estate mi sveglia. Oggi ho da fotografare dei dipinti alla Scuola di San Rocco per un libro d'arte. È meglio che mi sbrighi, altrimenti il lavoro si accumula. Vaporetto, scie d'oro di motoscafi. San Tomà, Campo San Rocco. Presento l'autorizzazione poi regolo l'illuminazione. "Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia” e la “Crocifissione” del Tintoretto, "Cristo portacroce" di Tiziano : dodici pose ciascuno e il lavoro è finito.

Una luce davanti agli occhi, irresistibile. Mi costringe a guardare, mi strappa dalla sala. Le palpebre sbattono, gli occhi si aprono. Una voce cavernosa, con accento meridionale, dice: «Si sta riprendendo». Immagini sbiadite e sfuocate entrano nella mia mente come fotografie sovraesposte. Poi distinguo una donna, china su di me. Sussurra tra le lacrime «Roberto». Vicino a lei una ragazza, lo sguardo assorto, uomini in camice bianco... sono medici, lo capisco quando mi accorgo di avere un tubo infilato nel naso e un altro nel braccio. Sguardi ansiosi delle due donne su di me. È una camera d'ospedale. Sono in una camera d'ospedale. In un letto d'ospedale. Ma perché? Che cosa mi è successo? Stavo fotografando dipinti manieristi a San Rocco, poi non ricordo altro. Che sia caduto per le scale? Ma dove sono? In che ospedale? Provo a parlare, ma il tubo in gola me lo impedisce. Mi porgono una lavagnetta bianca e un pennarello. Scrivo: Dove sono? La donna risponde: «In ospedale». Questo l'avevo intuito. Scrivo ancora: Quale? È ancora la donna, sui cinquant'anni, bella nonostante la tensione: «Quello di Reggio Emilia».Reggio Emilia... Scrivo: Cosa ci faccio a Reggio Emilia? «Ma non ricordi, Roberto?» Mi ha chiamato Roberto... Scrivo: Ma io sono Leonardo. Sguardi attoniti, stupiti, interrogativi. Le due donne guardano il dottore. Non ci capisco più niente. Finalmente il medico mi fa togliere il tubo... «Ora espiri». Tossisco.

Ero a Venezia. Ora sono a Reggio Emilia. Fotografavo dipinti, ora sono in un letto d'ospedale. Mi chiamo Leonardo e qui tutti mi chiamano Roberto, anche l'infermiera. Il medico con la voce cavernosa sta parlando con le donne: «L'incidente, il coma, devono avere provocato un'amnesia forse solo temporale, conseguente al trauma. L'incidente. Ora riesco a parlare: «Quale incidente» chiedo con una voce arrochita che riconosco però subito come mia. «L'incidente... Il Tir, non ricordi, Roberto?»: a parlare è la ragazza, ha un viso familiare, noto che ha una mano fasciata e un vistoso cerotto dietro l'orecchio.

Il Tir... ora un ricordo come un flash  mi attraversa la mente. Il Tir bulgaro davanti a noi, le luci rosse improvvise degli stop, bagliori di fiamma, azzurri lividi, rossi cremisi a macchie, schianti di tuoni, sterza, sterza, gira il volante e quel nome che ho gridato, il nome della mia ragazza che dormiva sul sedile di fianco... Andavamo a Roma, ho gridato per svegliarla, ho gridato «Anna!»

«Anna!»
«Roberto!»
Ci abbracciamo. Temevo di perderla nello schianto. Si alza, mi mostra  un foglio di giornale, il Resto del Carlino di lunedì 12 agosto 1985. Il titolo dice: Auto contro Tir sulla A1: due feriti, uno grave. Leggo avidamente l'articoletto: "All'improvviso il Tir ha rallentato e ha frenato bruscamente per evitare una Volkswagen Golf che aveva tamponato leggermente un furgoncino. La Mercedes guidata da Roberto Guidotti, 28 anni, da Milano, ha urtato violentemente l'autotreno bulgaro. Il Guidotti è stato ricoverato all'ospedale cittadino ed è in coma farmacologico. La ragazza che viaggiava con lui, Anna Bessi, 24 anni, da Bergamo, è rimasta ferita solo lievemente e i medici l'hanno dichiarata guaribile in dieci giorni".

Riordino i pensieri, poi dico: «Dunque è stato così, mamma?»
«Sì, Roberto», e piangendo di gioia mi stringe in un abbraccio.
E Ursula? Solo un falso ricordo, una confabulation… Solo un sogno farmacologico...

 

Highway Lights 1

FOTOGRAFIA © MIKE MUSICK

sabato 4 maggio 2013

Milano

 

Vado per la strada con le mani in tasca guardando tra la gente e lascio liberi i pensieri. Una ragazza ancheggia mollemente sul pavé, occhi di ghiaccio e un amore dentro al cuore tormentato di nostalgia. Il sole è nascosto dietro qual­che nuvola, alle Poste gente in coda agli sportelli. Pesce fresco al cartoccio all'Osteria del Monastero. Una signora anziana porta al guinzaglio il suo cane, compagno fedele di giorni un po’ lunghi; dive e campioni appesi all'edicola.

Un furgone si ferma per farmi passare, ringrazio l'autista con un cenno della mano; il semaforo sembra impazzito e un vigile cerca di trovare il ritmo giusto ai colori mentre i tram sferragliano senza problemi sulle loro rotaie d'argento. La metropoli palpita e non si ferma un momento, rallenta solo di notte ma il suo cuore batte sempre. Ragazze passeggiano con i libri di scuola sotto il braccio e una storia d'amore chiusa dentro al pensiero. E chissà dove sarà il silenzio, laghi montani e pini dorati, spiagge deserte e il mormorio del mare...

Il metrò ingoia la gente e riparte veloce nella sua tana di cemento armato, corre nei corridoi artificiali come una talpa inseguita. Scendo in Centrale e mi lascio tentare dagli stucchi e dai mosaici dei pavimenti; le scale mobili portano su, sempre più su. Un po’ di nascosto arriva il mio treno, salgo e mi metto a sognare per cancellare la vista squallida della periferia. Poi la campagna ritorna davanti ai miei occhi, campi gialli di grano e boschi attraversati da ruscelli. A poco a poco l'aria si fa più pulita e lontano si trova il silenzio rotto soltanto dalla canzone del treno che lascia la città e culla i miei sogni di mare.

 

1984

 

milano piazza del duomo

sabato 27 aprile 2013

Il 29 aprile 1988

 

Quella mattina partii dalla Centrale sotto un cielo livido come questo, che andava spaccandosi nell’alba di aprile.  Il verde nuovo delle foglie ornava i rami del paesaggio che scorreva dietro i finestrini. Avevo due compagni, ci eravamo riconosciuti subito “sulla stessa barca”, capelli corti e borsone: “Militare? A Merano?”. A Brescia dovemmo lasciare il posto a chi lo aveva prenotato, rimanemmo in corridoio con il borsone tra i piedi fino a Bolzano, fino al cambio di treno, mentre il mondo strisciava oltre i vetri sporchi dell’Intercity. 

A Bolzano salimmo su un vecchio elettrotreno marrone, quello derivato dalla “littorina”: ci portò a Merano tra i campi di mele in fiore, nuvole bianche intersecavano i binari e lo scorrere scintillante dell’Adige. La città infine si profilò con il suo ippodromo e le sue case Liberty: scendemmo alla stazione centrale e non a Maia Bassa, come avremmo dovuto. Comunque, anche lì c’erano ad attenderci i camion militari e i caporali istruttori; ci fecero salire sui cassoni e scendemmo verso le caserme - sentivo l’aria attraversare il telone, guardavo la città scorrere veloce dall’apertura posteriore.

Quando attraversammo la sbarra bianca e rossa del passo carraio della “Rossi”: sentii come se la mia libertà se ne andasse via davvero in quel momento. Era mezzogiorno ormai e ci portarono subito alla mensa. C’era della pasta e una cotoletta, non c’erano più bibite, solo acqua. Per la prima volta venimmo schierati in fila e camminammo fino al cinema; ci lasciarono lì nel piazzale ad attendere. Ero ancora con i due compagni del treno, discorrevamo sotto i grandi tigli dalle tenere foglie. Era un modo per vincere l’ansia dell’ignoto, e intanto conoscevamo altri ragazzi, fraternizzavamo. Vennero alcuni caporali e ci divisero per distretto di appartenenza: Como, Varese, Milano, Bergamo, Brescia, Bolzano, Vari. La Valtellina quell’anno non c’era, esentata dalla leva per l’alluvione del luglio precedente. Lì persi i due amici del treno, che venivano dal distretto di Milano. Io fui indirizzato verso il gruppo di Como. 

Finalmente ci fecero entrare: dovemmo attendere ancora che il nostro nome fosse chiamato. Le ore passavano lente e inesorabili, una cosa a cui mi sarei abituato in fretta, almeno per quel mese di C.A.R.; vennero le sei e ritornammo in mensa e poi di nuovo al cinema. Mi chiamarono. Si doveva stare a distanza di uno sgabello dalla lunga schiera di tavoli – un accenno della disciplina cui tutti ci saremmo dovuti adeguare, anche quel ragazzo di Sotto il Monte che aveva capelli da rockstar heavy metal. I tavoli andavano passati uno per uno: qui declinare le generalità, là lasciare le impronte digitali, altrove ritirare uno scontrino oppure spiegare le proprie attitudini. Infine un militare visibilmente annoiato mi assegnò alla 50ª Compagnia e mi definì “Alpino verde” grazie a un bigliettino con tale dicitura timbrata, che mi consigliò di non perdere.

Presi il mio borsone e mi avviai con altri ragazzi alle visite mediche. Dopo un’altra lunga attesa ci fecero un’iniezione nel braccio e il Tine Test, ci pesarono e misurarono l’altezza. Ci indirizzarono infine alla palazzina che, entrando dalla caserma, si trovava sul lato destro, la “Venini”: era quella la 50ª Compagnia. Nell’atrio c’era il disegno di un’aquila e dipinta sul muro la Preghiera dell’Alpino: “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai”, avrei avuto modo in una lunga sera di piantone di impararla a memoria. Salimmo le scale e un caporale in tuta azzurra dell’Esercito ci accolse in una saletta e ci fece compilare un test-questionario, quindi ci avviò al magazzino di compagnia a ritirare materasso, lenzuola, cuscino, coperta e zainetto.

Finalmente fui incorporato nel plotone: 50ª Compagnia, II° Plotone, IVª squadra. Arrivai carico come un mulo e un altro caporale mi chiese come mi chiamassi. Gli risposi e mi mandò nella quarta camerata. Cercai il mio letto nelle camerate contrassegnate dal 4: a destra non c’era, lo trovai a sinistra. Era la branda superiore del castello. Vi adagiai il materasso, infilai le lenzuola e la coperta: era il primo letto che facevo in vita mia, ma da quel giorno non avrei più smesso. Infilai il cuscino nella federa e il gioco era fatto. Era tardissimo, ero sfinito, ma avevo ancora una cosa importante da fare.

Nel 1988 non c’erano ancora i cellulari, ci si affidava al magico gettone scanalato o in alternativa alle monete da 200 lire. Anche le schede telefoniche erano ai loro albori. Chiesi al caporale - si chiamava Pessina ed era varesino - se potessi uscire a telefonare; mi indicò le cabine della caserma, a destra del passo carraio e mi esortò a fare in fretta. Chiamai casa: erano quasi le 22, ormai. Ed era giunto il momento di prepararsi per la notte.

Mi recai nei bagni con molto timore di quello che vi avrei trovato. Invece erano moderni ed efficienti, pavimentati con piastrelline di cotto rosso. Ero in pigiama ormai, stavo per andare in branda quando scattò il contrappello. Fecero i nomi e tutti rispondemmo “Presente”, anche il ragazzo che dormiva nella branda sotto la mia e che avevo fatto di tutto per non svegliare: “Ritsch” era il nome che avevo letto sulla targhetta e che il caporale Corbetta, varesino, aveva chiamato. Poi chiamò me… “Presente!”

 

Giuramento

sabato 20 aprile 2013

Total eclipse of the heart

 

C'è chi a mezzanotte considera finita una serata, c'è chi invece la vede cominciare. Nella letteratura troviamo molti esempi di questi ultimi, indicati come bohemiens. Vincenzo e Roberto sono bohemiens viventi: per loro conta solo il divertimento da mezzanotte in poi. Forse per questo la mattina sono quasi introvabili, mentre il pomeriggio bivaccano. Quando esco con loro devo trovarmi qualcosa da fare fino a mezzanotte, poi li vedo arrivare.

Quella sera ero un po' annoiato: non avevo trovato altra compagnia che un libro dei Peanuts; Paola era andata chissà dove con sua madre, Enrico era al cinema, altri amici in vacanza all'estero. Rimasi al bar tutta la sera con il mio libro e una Coca-Cola ghiacciata lanciando occhiate occasionali alla televisione che trasmetteva le registrazioni delle gare del mattino alle Olimpiadi di Los Angeles in attesa di collegarsi con la California.

Verso le undici e mezza arrivarono gli "inseparabili": Vincenzo con la sua pettinatura alla "galeotto da poco evaso da Alcatraz" e Roberto, pallido come un fantasma. «Andiamo?» esordì il fantasma senza neppure salutarmi. «Aspetto Paola» risposi e i due si sedettero diligentemente ordinando misteriose birre olandesi. E Paola arrivò scusandosi del ritardo: in centro c'era traffico nonostante l'ora... «Vi porto io in un posto...» disse entusiasta Roberto, che ci aveva ormai abituato a queste sparate da montagna che partorisce il topolino. Però stavolta faceva sul serio. Ci scarrozzò a lungo sulla sua Autobianchi A112 argento che gemeva ad ogni buca. Paola si lamentò della musica sull'autoradio: era una vecchia cassetta di Joe Cocker che a me invece non dispiaceva.

Finalmente giungemmo alla meta, "Il Tondino", dove ancora numerosi clienti sedevano davanti alle tovaglie a scacchi bianchi e rossi. Sotto il pergolato troneggiava una grossa  botte piena di fiori. Vincenzo scelse uno dei tavoli liberi e ordinammo: patatine fritte con ketchup per tutti e boccali di birra Hacker.

Arrivò l'una ed eravamo ancora là a parlare - stranamente, per una volta - di cose serie: il lavoro, l'amore, il sesso, l'emancipazione femminile. All'improvviso ci fu un silenzio ispirato, come evocato dal vento che soffiava dal mare: la televisione accesa anche lì, in attesa di collegarsi con Los Angeles, trasmetteva video musicali. Quello che era riuscito a commuoverci era "Total eclipse of the heart" di Bonnie Tyler, con la sua musica soave. «Mi fa accapponare la pelle» disse Vincenzo. In quel momento, attraverso una canzone, tutti e quattro capimmo molte cose: quello era un momento felice e temevamo di rompere l'incanto dei nostri vent'anni. Ci bastava poco per la felicità: la compagnia, una sera di stelle, una musica dolce e la consapevolezza di avere il mondo davanti a noi, una carica di responsabilità e di infinita sensibilità.


1986

 

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VINCENT VAN GOGH, “INTERNO DEL RISTORANTE CARREL A ARLES”

 

sabato 13 aprile 2013

Piccoli tesori

 

I libri sono per me fonte di sorpresa. Non intendo per quello che c’è scritto dentro, o meglio, spesso lo è anche il loro contenuto, sebbene di un genere più spirituale. No, intendo proprio i libri in senso materiale, come delle piccole casseforti di ricordi di un passato che fu, che se n’è andato per sempre e com’è logico che sia, ma che ha lasciato qua e là tracce di sé che all’improvviso erompono come il raggio di una torcia a illuminare una notte buia.

Poco fa, cercando una frase che ricordavo posta come epigrafe in un libro, ho dovuto aprirne una dozzina, ed è portentoso il regalo di piccoli tesori che essi mi hanno fatto: lo scontrino di un bar in un ponderoso saggio sulla guerra del Vietnam – 4.500 lire, ed ho rivisto quel piccolo locale con i tavolini all’aperto e su un tavolino con la tovaglia a quadretti una coppa di gelato ed una birra; davanti, seduti sulle sedie di resina bianca io e lei… Poi ancora, in un libro sul linguaggio, due biglietti promozionali del circo Moira Orfei, non utilizzati perché l’uso degli animali nei circhi mi ha sempre immalinconito… – ma eccoli lì, tagliandi rosa con il disegno di un elefante in un’improbabile acrobazia. E in un altro saggio della Piccola Biblioteca Einaudi sulle origini e la natura del linguaggio, ecco una cartolina militare, quella della Brigata cui sono appartenuto per un anno: l’aquila ad ali distese con una piccozza in primo piano e una vetta lontana.

Piccoli tesori, piccole parti di me, della mia vita, del mio tempo. Piccoli oggetti insignificanti che riassumono in sé un valore più alto: quello di simboli assurti a rappresentare la voce della memoria. Ah, poi la frase l’ho trovata: “Il fiume è simile alla mia pena: scorre e non si esaurisce”, è di Guillaume Apollinaire.

 

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FOTOGRAFIA © DEBORAH SCHENCK

sabato 6 aprile 2013

Davanti alla finestra

 

Siede davanti alla finestra, il silenzio dietro le spalle. La sera che scende trova forse una nuova ruga sul suo volto. È un uomo sui quarant’anni; indossa una camicia a quadretti sui toni del blu con le maniche rimboccate e un paio di jeans. Sta pensando che il vento che sente arrivare ha sentore di salso, probabilmente viene dal mare: il vento che cancella le impronte sulle spiagge, le livella e le lascia compatte come lavagne. Gli anni invece non si comportano come il vento: non agiscono allo stesso modo sulle nostre memorie, non le cancellano come un colpo di spugna, o meglio forse passano come un panno che toglie la polvere più sottile ma nulla può sui solchi incisi a fondo, scalpellati nel granito.

La sua memoria, per esempio, racchiude come uno scrigno il ricordo di un amore perduto. Gli sembra ancora di essere là, in quel bar sul lungomare: la vede andare via, camminare lontano, fuori dalla sua vita. Non ha saputo ribattere, non ha saputo dall’alto del suo purissimo amore, gridare qualcosa: la voce gli si è fermata nella gola, si è trasformata in un grumo amaro. È ancora lì, le due tazzine di caffè vuote davanti, lo scontrino che ondeggia alla brezza come un’attinia nella corrente del fondale. Osserva i gabbiani che lasciano le bitte e si levano in volo, le barche che veleggiano all’orizzonte. È inebetito, posato sulla sedia come un sacco vuoto, un miserabile otre di cornamusa che nessun fiato riempirà. Almeno si sentisse come un pugile suonato…

Anni. Sono trascorsi anni. E in quegli anni lui ha respirato ancora tutti i respiri di lei, ha vissuto in se stesso tutte le notti che avrebbe avuto con lei, l’ha ospitata nei suoi sogni come una dea. La sentiva ardere nel petto come un fuoco, come un dolore che lo spremeva vivo, che gli obnubilava la mente, che lo ottenebrava, che alla fine lo inaridiva. Oppresso dal suo peso, andava per le strade, dormiva, viveva come boccheggiando, privo del suo spirito vitale. La amava. L’ha amata. La ama ancora, anche adesso…

La luce del tramonto colora la stanza di un caldo rosa. Vede passare le navi lontane: quante volte ha pensato di fuggire, di andare lontano, di dimenticarla. Anche adesso ci pensa, ma è come quando si parla per ipotesi, si costruisce un futuro che non sarà, solo per un esercizio mentale, un puro costrutto accademico. Lo sa, l’ha sempre saputo: non può dimenticarla, perché non si dimentica la vita.

 

Young Man At His Window

GUSTAVE CAILLEBOTTE, “UOMO ALLA FINESTRA”

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