sabato 9 dicembre 2017

All’imbrunire


Come un'apparizione lei si mostrò sorridente nel suo vestito rosso, più intimidita da me di quanto io non lo fossi da lei. E osai, l'abbracciai cingendole la vita. La sua bellezza era in balia di me, indifesa. In un sussurro sospirò e chiese silenzio, si mise attenta ad ascoltare fuori e si divincolò dall'abbraccio, l'ardore e la furia in noi lentamente scemarono. Eppure tutto era così naturale fino a che il suo braccio sinistro non lasciò il mio braccio destro.

Sul suo volto nel silenzio spuntò un rossore come un nuovo sole a colorare l'alba: fuori non c'era nessuno, solo la sua timidezza. E con un balzo allora lei decisa la superò sapendosi così, con la volontà l'umana debolezza saltò a piè pari con un atto di coraggio. Tornò tra le mie braccia mormorando una frase di scusa e sentivo il suo corpo vivere nel cesto del mio petto, pulsare nel suo seno, prendere vita dalle narici e dalla bocca vivere.

Alla finestra silenziosa, dove prima quel rumore o quell'allucinazione in qualche luogo avvenne o si mostrò, imbruniva; la sera sopra i monti colava come vernice male amalgamata nei colori; nella stanza in compenso la luce naturale sempre più calava ma lei non volle accendere la luce artificiale, neppure un’abat-jour o una candela.

Così non si vedeva quasi nulla più se non una concessione di un quarto di luna quando lei tolse l'abito rosso e scoprì le gambe mentre tentavo di abituare gli occhi al buio come un gatto o qualsiasi rapace notturno, per distinguere in lei almeno il volto. Ogni suo gesto risaltava così dal movimento e nell'intuito si moltiplicava, di lei sapevo quel che ricordavo.


1994


Abbraccio


sabato 2 dicembre 2017

Verso l’India


Dicono che quando arriveremo al fiume - è talmente largo che non se ne vede la sponda opposta - e lo traverseremo sulle barche dei pescatori, troveremo sull'altra riva piante dalle larghe foglie, grandi e resistenti come uno scudo, dallo stelo alto e rigido come una picca. E alberi selvatici che non producono fiori, ma lana, una lana bianca come quella che si ottiene tosando il vello delle pecore. E ancora fonti stillanti del puro miele, e pascoli che danno sogni se ti ci sdrai, e laghi colore del sangue, e altre meraviglie...

Sono i rari pellegrini che incontriamo lungo il viaggio, magri e impolverati, a raccontare tutto ciò. Ci guardano con occhi spiritati che non lasciano vedere cosa si celi nel loro fondo. Alcuni parlano veloci, altri trattengono le parole e devi faticare a farti dire da dove provengano e dove siano diretti. Le loro vesti sono ormai ridotte a logori stracci, la loro pelle è coriacea per la lunga esposizione al sole.

Dicono che in quei territori le formiche fanno la guardia all'oro e che i pescatori spartiscono il bottino con i delfini, che vi siano belve striate che mangiano i bambini e uccelli in grado di risorgere dalle proprie ceneri, che in zone remote vivano uomini dalla testa di cane e donne giganti come dee, che nei templi brucino aromi tanto dolci da inebriare e da ingenerare visioni, permettendo di colloquiare con le divinità.

Giurano che sia così, ma qui c'è soltanto sabbia e il deserto si estende per stadi e stadi; di giorno è terribile marciare sotto il sole cocente, con la polvere che ti entra nel naso e si impasta sulla bocca, di notte è tremendo raccogliersi negli attendamenti accanto al fuoco: il freddo penetra nelle ossa, le belve emettono stridii e ululati che non lasciano dormire e seminano brividi lungo la schiena.

Dicono ancora che vi siano tribù che mangiano uomini e che dove le montagne prendono il posto della vasta pianura elevandosi fino a toccare il cielo, prima degli inarrivabili culmini bestie pelose simili a uomini di grande statura lascino le loro impronte sulle nevi. Raccontano che lassù le vacche siano vestite di peli come le capre e che nelle paludi invece abbiano delle ampie corna piatte.

In quelle estreme regioni la natura ha voluto esporre i suoi doni più belli, ma noi marciamo e marciamo, giorno dopo giorno, e non arriviamo mai. Siamo stremati e l'acqua che ci fermiamo a raccogliere alle fonti, riempiendone orci e otri, si fa sempre più rara. E l'armata persiana potrebbe saltarci addosso ogni momento...


2009


Valerie-Maugeri-Sur-la-route-des-Indes-II

VALERIE MAUGERI, “SUR LA ROUTE DES INDES I”


sabato 25 novembre 2017

L’autobotte


È cominciato tutto una mattina di primavera. Era l'alba, una di quelle albe che sembrano divampare improvvise dall'Oriente come un'armata che avanzi lenta e inesorabile a conquistare nuovi territori. Fui svegliato da un ronzio sordo che andava aumentando di intensità sempre più. Mi affacciai alla finestra appena in tempo per vedere una grande autobotte delle Municipalizzate. Su un lato del camion un uomo si reggeva al lungo corrimano metallico e con l'altra mano indirizzava il getto di una cannula verso i muri e gli ingressi delle case. "Toh" pensai "cominciano presto quest'anno con la disinfestazione: sarà per via della zanzara-tigre che si propaga velocemente e che attacca anche di giorno". Qualche minuto dopo mi venne da pensare che forse gli uomini del Comune stavano semplicemente irrorando del diserbante per uccidere le tenaci piantine che spuntavano dalle crepe dell'asfalto e tra le mattonelle dei marciapiedi.

Mi sbagliavo. Il liquido che gli addetti spruzzavano in abbondanza non era che cortesia. I primi effetti si verificarono qualche giorno dopo - evidentemente le goccioline dovevano avere un po' di tempo per agire. La gente per le vie iniziò a salutarsi, a darsi titoli anche magniloquenti: "Egregio Signore, buongiorno, che piacere vederla!", "Illustrissimo, ma sa che la trovo bene!, "Signora mia carissima, lei è davvero uno splendore". I più ammanicati sapevano rivolgersi anche alle "Eminenze Illustrissime", agli "Onorevoli carissimi", alle "Eccellenze". Poi le code cominciarono a essere ordinate: in fila agli uffici postali, dal panettiere, al supermercato, la gente spesso cedeva con galanteria il proprio posto, così anche sugli autobus e sui tram. Se c'era una donna incinta, immancabilmente si alzavano in sette o otto per farla sedere; così per qualche anziano, che sdegnava l'offerta e faceva un gesto come dire: "No, si figuri, lei è molto gentile, ma sarebbe troppo, fin che le gambe mi reggono". Anche i vigili si fecero gentili, spesso chiudevano un occhio, e quando si sentivano in dovere di multare, lo facevano con tante scuse e mille cerimonie.

I crimini poi diminuirono drasticamente, si contò solo una rapina e per giunta il rapinatore regalò mazzi di fiori alle impiegate della banca e lasciò da mangiare per tutti; aveva addirittura legato la guardia giurata con fazzoletti di seta. Nessun omicidio, nessuno stupro, nessuna effrazione. I tribunali riuscirono a smaltire molti processi arretrati, altri vennero cancellati su richiesta delle parti, che molto spesso abbandonavano il tribunale a braccetto, offrendosi a vicenda da bere nel primo bar. La polizia e i carabinieri avevano poco o nulla da fare: si limitavano a lavare le Volanti e a tenere puliti i giardini delle caserme.

Poi venne il vento, un vento caldo che portava gli odori del deserto e un umido sentore di pioggia. E venne anche la pioggia, portata da nuvoloni neri e minacciosi che flagellarono le strade per una settimana. La cortesia è stata spazzata via in men che non si dica. La gente è ritornata a comportarsi come sempre, con modi da cafoni, saltando le file, passando con il rosso. I telegiornali hanno ripreso a dare notizie di crimini. Non ci si saluta più, si vive del proprio egoismo e del proprio tornaconto. E molti hanno sospirato: "Meno male..."

2009


0392

sabato 18 novembre 2017

L’uomo che guarda


Federico Mahor passava tutti i giorni alla stessa ora per Largo Cairoli tornando dall'ufficio. Una sera, mentre era incolonnato nel traffico come sempre - neppure lui saprebbe dire che cosa avesse attirato la sua attenzione - notò che c'era un uomo fermo al centro del piazzale, seduto su una seggiolina da bar, che guardava avanti a sé immobile.

E sera dopo sera, settimana dopo settimana, immancabilmente Mahor guardava là e l'uomo era al suo posto. Quando venne l'inverno, lo vide imbacuccato in un ampio pastrano, una sciarpa gli avvolgeva il collo e il mento, un cappello di pelo gli riparava la testa e le orecchie. E guardava fisso davanti a sé.

A primavera tornò libero, indossava un maglioncino ed un berretto da baseball; al sopraggiungere dell'estate rimase in canottiera e pantaloncini corti. E guardava diritto davanti a sé.

Una sera di luglio, poco prima che la città chiudesse per le ferie, a Federico Mahor capitò di doversi fermare proprio in Largo Cairoli per acquistare un volume illustrato alla Libreria Americana. Tornando all'automobile, posteggiata con le quattro frecce lampeggianti in doppia fila, passò davanti all'uomo e una domanda gli sorse dal profondo, come se neanche fosse lui a parlare - e infatti la voce gli suonò strana quando chiese:

"Scusi, ma che fa?"

"Niente. guardo..."

"Ho visto, ma che guarda?"

"Guardo..."

"Guarda le automobili del parcheggio? È forse il posteggiatore?"

"No"

"E che fa allora?"

"Guardo..."

Federico Mahor non era spazientito, piuttosto avvilito. Non riusciva nemmeno a guardare l'uomo nel volto, perché questi era intento nella sua attività di contemplazione. Ma cosa guardava? Il semaforo dall'altro lato della strada, l'angolo di Castello che si riusciva a scorgere, i palazzi ottocenteschi, un balcone dove forse si sarebbe affacciata una bella ragazza?

Capì che per osservarlo negli occhi avrebbe dovuto porglisi davanti, o almeno di tre quarti. Così fece, ma nulla aveva più da chiedere; si limitò a salutare l'uomo seduto sulla seggiolina da bar: "Be', allora io vado. Buona serata". "Buonasera".

Se ne andò, con il suo sacchetto di plastica che conteneva un pesante volume sulla Coppa America di vela, lasciando in Largo Cairoli l'uomo che guardava trascorrere la vita.


2009


Terapeuta

RENÉ MAGRITTE, “IL TERAPEUTA”


sabato 11 novembre 2017

La mano contro il fratello


Lost Eden Gazette

dal nostro inviato, notte dei tempi

Un fatto increscioso, inaudito. Un evento mai accaduto prima, inconcepibile per una mente umana, si è verificato nei campi attorno a Lost Eden; un "omicidio". Non c'è altro modo di chiamarlo, il vostro giornalista ha dovuto arrovellarsi il cervello per coniare questo neologismo. Mai si era vista tanta ferocia, mai era stato sparso sangue umano in questa desolata terra che ci è toccato abitare dopo Eden.

Uno scorbutico contadino, Caino, nato proprio in questa zona, ha ucciso - rabbrividisco nel pronunciare questa parola riservata fino ad oggi agli animali - ha ucciso un povero pastore, Abele, che tra l'altro gli era fratello (del resto siamo tutti parenti in questo villaggio dimenticato da Dio).

Caino, secondo il Giudice che ha istruito l'inchiesta, avrebbe premeditato l'omicidio: testimoni hanno confermato di averlo udito profferire, rivolto al fratello, l'invito "Andiamo in campagna". L'ingenuo Abele, forse convinto di recarsi a un pic-nic o a una festa danzante nei campi, ha seguito l'uomo che lo avrebbe portato a morte. In una località isolata, Caino, lo colpiva sulla testa con una pesante e affilata zappa, uccidendolo sul colpo.

Sui motivi che hanno condotto l'omicida al gesto, il Giudice, interrogato l'imputato, ha potuto confermare che tra i fratelli esistevano dei dissapori, risalenti alla presunta taccagneria di Caino e all'invidia nei confronti di Abele, benvoluto per le sue ricche offerte religiose. Questi era infatti solito offrire gli agnelli primogeniti del suo gregge, mentre Caino dava solo qualche frutto avariato del suo orto, poca cosa. Questione irrilevante, certo, ma una vera e propria ossessione per l'omicida, che ne ha fatto un rovello, divenuto causa scatenante della tragedia.

Subito dopo il fatto, la Gendarmeria, allarmata per la scomparsa di Abele, ha avviato ricerche su vasta scala che hanno in breve condotto a Caino (del resto, siamo così in pochi, in questo paese). L'imputato si è subito mostrato nervoso e si è prodotto in risposte arroganti che hanno insospettito gli inquirenti. Dal verbale, alla domanda su dove fosse Abele risulta la seguente risposta: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?".

Il processo è stato rapidissimo, nonostante la novità dell'imputazione. Il Giudice Unico e Supremo ha stabilito una pena consona: la maledizione perpetua con la pena accessoria dell'esilio nel paese di Nod, nella regione posta a oriente di Eden. Il Giudice ha altresì disposto l'inviolabilità della persona di Caino: non sia mai che qualcuno lo ammazzi evitandogli di scontare la giusta pena.


2009


Guidotti

PAOLO GUIDOTTI, “CAINO E ABELE”



sabato 4 novembre 2017

La capanna


12 marzo

Come Robinson Crusoe, come Tom Hanks in Castaway. Come i sopravvissuti del volo "Oceanic" di Lost. Naufrago. Sono ormai due giorni che mi trovo in questa isola sperduta, da quando il catamarano si è inabissato nella tempesta. Non so dove mi trovi esattamente: nel Pacifico, nello sterminato maledetto Pacifico. L'ultimo contatto l'ho avuto con l'isola Ernest Legouvé, sei giorni fa. Per fortuna l'orologio funziona ancora, la radio l'ho persa con il catamarano. Ma mi cercheranno, lo so: avevo segnalato la mia posizione.


13 marzo

Non è più tempo di compiangersi: bisogna mettersi all'opera. Ho ispezionato l'isola, è deserta e piccola, ma vi sono frutti in abbondanza, palme e piante di manioca. Ho raccolto della paglia e della legna: servendomi della rafia e del coltellino svizzero posso costruire una capanna, trovare un riparo, un posto che possa chiamare casa, almeno per il momento. La posizionerò qui, non lontano dalla riva. E dovrò raccogliere l'acqua piovana con i gusci dei cocchi.


10 settembre

Ne è passato di tempo: sei mesi, e ogni giorno siedo qui fuori dalla mia capanna ad osservare l'oceano, a sperare che una nave o un aereo passino di qui. Alimento il fuoco sulla spiaggia, lo tengo vivo notte e giorno. Ma nessuno è mai passato. Mi avventuro nel mare per pescare e poi finisce che cuocio i pagelli sul falò. Sono stanco di pesce, vorrei cacciare qualcosa. Non so che cosa darei per una bella bistecca di manzo. Ma qui vedo solo degli uccelli simili a fagiani e piccoli roditori.


15 ottobre

Un disastro. Una tragedia. Mentre ero sulle alture per procurarmi del cibo, s'è alzato un forte vento dall'oceano: le fiamme hanno raggiunto la capanna e l'hanno completamente distrutta. Come farò adesso? Il fumo si alza da tutto quello che possedevo: solo i vestiti che ho indosso e il diario su cui vergo queste poche parole mi sono rimasti. Non c'è altro da dire: sono disperato, disperato come chi ha ritrovato una parvenza di normalità e viene ributtato indietro nel suo incubo. Non ho neppure più la voglia né le forze di costruirmi un'altra capanna.


16 ottobre

Salvo! Sono salvo! Scrivo a bordo della portacontainer neozelandese "Rotorua". È incredibile: quando ormai mi sentivo perduto e guardavo la capanna ridotta in cenere, un tender è giunto sull'isola. I marinai mi hanno detto di essere stati attirati qui dal fumo che si levava alto: il comandante della nave ha avuto come un presentimento, ha voluto controllare, dirottando solo poche miglia dal percorso fissato. Da quella che credevo fosse la fine è giunta invece la salvezza...


2009


Castaway

SCENA DAL FILM “CASTAWAY”

sabato 28 ottobre 2017

Cortocircuito temporale


Vado sulla mia bicicletta Atala verso l'edicola, bardato bene con sciarpa, giaccone e guanti in questa mattina fredda di febbraio. Sono sulla pista ciclabile e trovo i soliti pendolari che vanno alla stazione: questa donna che si ferma sempre nel condominio rosso prima di raggiungere il treno, l'altra che cammina elegante con la borsa di pelle, il ragazzo con le cuffie nelle orecchie e il cappellino di lana... Guardo l'orologio: le 8 e 14.

Compro il solito quotidiano e saluto l'edicolante, metto il giornale nel portapacchi e riparto. Sulla pista altri volti che incrocio tutti i giorni: la signora con gli occhiali e il berretto di panno, l'uomo dalla testa rasata con il cappotto scuro... Poi vedo venirmi incontro un'altra bicicletta, in senso opposto al mio. Penso se su una pista ciclabile, incrociandosi, ci si debba salutare come succede su un sentiero di montagna. No, ovvio che no. Intanto l'uomo con la bicicletta diventa più vicino, ha qualcosa di familiare. Ci incrociamo... Mi guarda, lo guardo. Ma... sono io! Sono sbigottito, per poco non cado dalla bicicletta. L'uomo - l'altro me - si ferma e fa un passo indietro. Dice - dico? - "Non ti preoccupare, è solo un cortocircuito temporale: io sono te di qualche minuto fa, non vedi quella signora che entra nel condominio rosso e l'altra con la borsa di pelle? Non vedi il ragazzo con le cuffie?".

Sarà, riesco a pensare, ma resteremo sdoppiati? Le nostre vite prenderanno un bivio da questo cortocircuito? Oppure uno di noi due si dissolverà? E se quello fossi io? Guardo l'orologio: le 8 e 18. E così facendo mi distraggo un attimo. Quando rialzo gli occhi, l'altro me non c'è più e il treno si sta portando via tutti quanti: la signora del condominio, quella elegante, il ragazzo con il berretto di lana, la signora occhialuta, il calvo con il cappotto scuro...


2009


Doppio

FOTOGRAFIA © HIGH TONED