sabato 24 giugno 2017

Il superstite lupo di mare

Il sole è un ombrellino rosso ormai ad Occidente, laggiù oltre le case, dove lambisce i monti rarefatti dalla calura del giorno d’estate. La gente è rincasata, sento rumore di stoviglie dall’altro lato della strada, bambini giocano in un cortile. Ci si riposa dal viavai della giornata, si cerca il sollievo di quel refolo di vento che infila le finestre.

In questo crepuscolo, in virtù di un anniversario che un tempo era importante e ora che un’altra compagna condivide i miei giorni è assolutamente vano e insignificante, come il Gozzano del Convito “m’è dolce cosa convitar le poche donne che mi sorrisero in cammino”. In realtà adesso è una soltanto la donna che rievoco, P***. Davanti a questo carnato del cielo, seduto con il mento sulle mani, ripercorro tutti i nostri incontri dal primo casuale all’ultimo cercato e dentro i flutti della memoria naufrago. Eccola lì, come in un dipinto di Vettriano, altera e sicura, dirigere l’orchestra delle emozioni e delle cose – era apparsa come una Madonna nel mezzo della strada assolata dopo un repentino temporale, forse era il vestito azzurro a dare quella sensazione, forse l’amore come la bellezza è già insito negli occhi di chi guarda.

Eccola lì turbarsi delle mie incertezze, rendere burrascoso il mare e la mia barchetta in esso a navigare. E ancora quella sera gialla di gelosia e tradimento, bella, bellissima con lui alla rotonda sul mare, allacciati danzavano frantumando i miei specchi – vagai per ore senza riuscire a stemperare la tristezza. Eccola ancora l’ultima volta, sempre elegante ma con un accenno di amaro che non le stava bene – era mutato il panorama, un interno cittadino aveva preso il posto dell’appartamento in una località di mare, era mutata lei due anni dopo quella sera, ero mutato io, rinsecchito il cuore come un coriaceo lupo di mare…

Il sole ormai è caduto all’orizzonte, resta un ultimo bagliore, come il residuo di quell’amore lontano . Molto tempo è trascorso adesso. Naufragare non fa più male ai vecchi marinai...


Jaume Laporta (19)

DIPINTO DI JAUME LAPORTA


sabato 17 giugno 2017

Sicilia, appunti di viaggio


9 maggio

La valigia è già pronta, i biglietti dell’aereo, mille preparativi, i piccoli dettagli che accompagnano il viaggio. La voglia di partire nonostante la pioggia che rallenta le strade e la stanchezza che sale. Domani voleremo, raggiungeremo il sole.

10 maggio - Catania e Siracusa

Catania è il caldo secco e ventilato che ti accoglie appena sceso dall’aereo, è lo stupore per le prime palme viste, per quei fiori simili a convolvolo ma dai colori indescrivibili: un succedersi di viola, giallo e bianco.

Siracusa vive del suo Teatro: provavano “Le Baccanti” di Euripide, peccato per quei sedili moderni approntati sui gradini, per l’incuria dei giardini nelle Latomie. L’Orecchio di Dionisio è una grotta imponente, la città - Ortigia - in festa per la Santa.

11 maggio - L’Etna e Taormina

L’Etna impressiona con il suo paesaggio: la lava che lenta e inesorabile ha inghiotti-to case e ristoranti per poi diventare improvvisamente pietra, come in un mito greco. Ai 2000 metri dei Crateri Silvestri un uomo vende pistacchi nel baule della vecchia 127 verde.

Taormina è un’altra Sirmione: ho percorso le vie di negozi ed ho acquistato un pupo raffigurante Carlo Magno. In un bar dall’arredamento esageratamente kitsch ho bevuto un vino bianco fresco e buonissimo, con mandorle e pistacchi.

12 maggio - Il mare della Sicilia

Mi affascina il mare: ora che lo vedo, ora che lo sento di notte mugghiare, che lo so presente, so di essere nel mio ambiente naturale. Stamattina ho visto il sole sorgere, colorare le onde di riflessi. Mi sono portato quell’immagine nel viaggio, salendo verso Catania e la sua festa, verso la pioggia improvvisa e abbondante.

E al mare sono tornato, nel sole del pomeriggio, a camminare sulla sabbia e raccogliere conchiglie.

13 maggio - Piazza Armerina

Piazza Armerina è una città che ricopre un colle: svetta la cupola grigia del Duomo. Sembra uno di quei paesi toscani abbarbicati agli Appennini. Alla Villa Romana del Casale ecco i mosaici: alcuni colpiscono per il dettaglio, per l’accuratezza del disegno, altri al contrario per la sproporzione. La copertura moderna in plexiglas è assolutamente orrenda: dà però l’idea di come poteva essere la costruzione, oltre a preservare i reperti. La guida dice che esistono progetti per sostituirla.

14 maggio - Agrigento

Agrigento è un tuffo nella storia: nel Museo Archeologico di fronte ai reperti d’incredibile fattura, nella Valle dei Templi, davanti agli edifici sacri, mi sono sentito come nella macchina del tempo. È certamente quanto di più bello mi ha offerto la Sicilia.

A San Leone, dove abbiamo pranzato, ancora il mare: ho camminato lungo la spiaggia scura raccogliendo sassi e conchiglie. Il turchino del mare mi ha ammaliato: forse è il colore degli occhi delle Sirene.

15 maggio - Ragusa Ibla

Ragusa Ibla, che con Ragusa Superiore forma il comune di Ragusa, è città barocca, ricostruita dopo il terremoto del 1693. Nel Duomo la statua di San Giorgio a cavallo, pronta per essere portata in processione. Un signore gentilissimo, custode della Chiesa dei Cappuccini, ha voluto mostrarci la sua casa, arredata in “barocco siciliano”: pizzi, ninnoli, tappeti, pareti damascate, la tavola apparecchiata con piatti e bicchieri finemente lavorati.

Ed è ora di lasciare la Sicilia… Goethe nel suo "Viaggio in Italia" scrisse che "Senza la Sicilia, l'Italia non lascia traccia nell'anima: qui si trova la chiave di tutto". È quello che ho pensato anch'io davanti a tanti monumenti, respirando la storia tra le rovine, guardando le città arroccate sui colli sullo sfondo del cielo.


2002


sabato 10 giugno 2017

Dichiarazione di guerra


“Il Paese non è affatto pronto. I carri armati sono tutti leggeri e solo 70 sono medi. Le artiglierie sono quelle del ’15-’18, molti pezzi sono bottino di guerra austriaco. La contraerea è inesistente, le munizioni coprono un dodicesimo delle necessità e carburante ce n’è soltanto per otto mesi”. Così c’era scritto nell’ultimo rapporto del generale Rodolfo Graziani a Mussolini. Badoglio, dal canto suo, riteneva altamente insufficiente l’equipaggiamento delle nostre truppe. Ciano, dieci mesi prima, aveva scritto: “In questo momento la guerra sarebbe una pazzia, solo fra tre anni le possibilità di vittoria per l’Italia potrebbero essere dell’80 per cento”.

Insomma, per l’Italia l’ideale sarebbe stato mettersi alla finestra e rimanere neutrale come la Spagna del Generalissimo Franco. Invece alle 16.30 del 10 giugno 1940 il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunica all’ambasciatore francese, convocato a Palazzo Chigi, che “l’Italia si considera in stato di guerra con la Francia a partire da domani 11 giugno”. E in serata Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia proclama con la solita enfasi e le studiate pause all’Italia e al mondo: “Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano” per concludere, con parole che risuonano amare e dolorose a noi che conosciamo gli eventi seguiti a quella follia: “La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo”.

Molti decenni sono passati da quella giornata e Italia e Francia sono ora paesi amici, che cooperano all’interno dell’Unione Europea. Hanno anche costituito una brigata mista di alpini della Taurinense e chasseurs des Alpes della 27a divisione. Ma quella “pugnalata alla schiena” che il regime piazzò su un paese dominato dall’invasore nazista, con l’esercito in rotta e un governo fantoccio già pronto a guidarlo per conto dell’oppressore, forse non sarà sanata che dai secoli. Quei 14 giorni di guerra resteranno per sempre una viltà inspiegabile. Io, che amo giocare con i “se” della storia", mi sono talvolta chiesto che cosa sarebbe successo se quel 10 giugno quel balcone fosse rimasto chiuso, se l’Italia fosse rimasta neutrale. Magari sarebbe finita allo stesso modo e inevitabile era per i rapporti di forza la discesa in campo con il Reich. Magari avremmo risparmiato migliaia e migliaia di vite, cancellando gli orrori dei bombardamenti, le carneficine della ritirata di Russia e di Cefalonia, le stragi perpetrate ovunque dalle SS. Ma la storia è quella che è stata e purtroppo non si può farla con i “se”.


Guerra

sabato 3 giugno 2017

Dell’ispirazione

“Fra un cane che cerca di passare per una porta socchiusa con un osso in bocca, e uno scienziato o uno scrittore che cercano un’idea, non c’è differenza: prova e riprova, l’osso passa dalla porta e l’idea viene”: così Robert Musil inquadrava l’ispirazione, ovvero quel fervore creativo, quel motivo interno alla mente che ci consente di creare un’opera, una poesia, un romanzo, un dipinto. Anche un tema, perché no? Mi vedo ancora sui banchi del liceo con il gomito ben saldo, la testa appoggiata al palmo, lo sguardo nel vuoto in cerca di un modo per svolgere il compito assegnato. Non c’è niente da fare: deve venire da sé. Al massimo aiuta scrivere qualcosa, per poi scoprire che altro volevamo scrivere e intraprendere finalmente il cammino giusto.

La scrittrice americana Amy Tan si chiede: “Chissà da dove nasce l’ispirazione. Forse deriva dalla disperazione. Forse dal caso dell’universo, dalla gentilezza delle muse”. Già, la Musa è il simbolo dell’ispirazione, ogni poeta la invoca perché lo ispiri. Certo, non più le nove Muse originali, quelle nate da nove notti d’amore di Zeus con Mnemosine: Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Urania, Polinnia e Calliope, rispettivamente patrone di storici, musicisti, commediografi, scrittori tragici, danzatori, poeti d’amore, astronomi, autori di canti sacri e poeti epici. Ognuno oggi ha la sua Musa, che sia  una figura femminile o una persona cara, che sia la stessa poesia in sé. Femmina la Musa, e dunque volubile: non si presenta a comando, giunge solo quando vuole, quando è lei, appunto, a ispirare. “E d'un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C'era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare” dice Alex De Lange, protagonista di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, ed è proprio così: non c’è pensiero ma solo una folgorazione improvvisa. Samuel Butler annotava nei suoi Quaderni: “L'ispirazione non è mai vera se è riconosciuta come ispirazione del momento. La vera ispirazione sorprende sempre una persona”. Sei rimasto lì tre quarti d’ora a pensare e poi, zac! in dieci minuti scrivi tutto quello che devi. Come disse il romanziere statunitense Henry Miller, “Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse. Lavori tutto il tempo, la tua mente lavora, a quel problema nel retro del tuo cervello”.

E non si può fare niente per favorirla? Non so, come si prende un aperitivo per stuzzicare l’appetito? Mah, ci si può provare, senza garanzie di risultato. Ecco cosa scrive nelle sue lezioni di cinema la regista francese Agnès Varda: “L'ispirazione non si cattura. Quando la si vuole catturare, è andata via. Non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, non bisogna neanche sperare di fare opere straordinarie. In effetti, bisogna lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su impressioni inafferrabili, su cose impalpabili”. Insomma, solo l’abitudine a scrivere favorisce in qualche modo l’avvento dell’ispirazione.


2011


Criste

DIPINTO DI MIHAI CRISTE


sabato 27 maggio 2017

Notte di luglio

 

La notte di luglio se ne andava via sotto un cielo di stelle, il mare continuava a cullare la sua inquietudine onda su onda, minuto dopo minuto. Venivamo dal chiasso della discoteca, avevamo ballato a lungo e la musica dei Novecento ci restava nelle orecchie come un mantra: “I'm movin' on, my love play until a new day comes back glad to see me movin' on, my love pray that you won't lose me. I'm movin' on… I'm movin' on”. Avevamo acceso un falò con qualche legnetto strappato alla marea e una copia del Gazzettino abbandonata su una sdraio. Ci sembrava che anche i nostri sogni ardessero in quel modo, che quel sentimento festoso che provavamo l’uno per l’altra divampasse allegro su quella spiaggia di notte.

Vivevamo il momento: forse quell’essere consapevoli del carpe diem, quel nostro essere consci che avevamo soltanto il presente e non il futuro, era ciò che ci riempiva di ebbrezza. Non avevamo niente da chiedere l’uno all’altra, non avevamo pretese, ci appartenevamo soltanto per poco, per il brevissimo spazio di qualche giorno e notte di luglio, ed era giocoforza vivere ogni cosa intensamente, allo spasimo. Amarci aveva una sorta di densità: non dovevamo pensare alla malinconia dell’addio, all’amarezza dell’abbandono, ma dovevamo concentrarci soltanto su quello che facevamo, per farlo nostro, per trasformarlo irrimediabilmente e istantaneamente in ricordo.

Restavamo sdraiati a guardare le stelle, mentre la brezza portava spruzzi e le faville volavano alte e rosse nel buio. Eravamo ebbri di noi, ebbri delle parole che dicevamo, insensate, inutili, vuote, eppure così necessarie per non disperarci, per non salutarci lì, una volta per sempre. Il futuro non esisteva, era una nebulosa troppo grande e troppo lontana da raggiungere, non potevamo di certo preoccuparcene.

Poi luglio finì…

 

IMMAGINE © LITTLEPAWZ/TUMBLR

sabato 20 maggio 2017

Altri libri

 

Anni fa Stefano Bartezzaghi, cultore dei giochi di parole e dell’enigmistica, aveva proposto un divertissement letterario: inventare trame di libri modificando appena il loro titolo. Per esempio, “Il castello” di Kafka diventa “Il mastello”: l’agrimensore K deve prendere possesso del suo nuovo ufficio, ma nessuno gli dice dove deve andare, finisce per innamorarsi di una simbolica lavandaia che stende i panni in cortile. Il libro in cui Bartezzaghi proponeva questi giochi si intitolava “Sfiga all’OK Corral”.

Io ho immaginato “Giulietta e Romeno”, una coppia multirazziale che vive le sue difficili vicende quotidiane nella Verona leghista dei nostri giorni: Giulietta è una precaria che si barcamena tra il call center e la pizzeria dove lavora come cameriera nei turni serali; è innamorata di Dorinel, un muratore di Timisoara emigrato in Italia, noto a tutti come il “Romeno”. L’amore è contrastato dalla famiglia di lei, che la vorrebbe sposata a un giovane del posto, magari con un bel lavoro in banca. Anche la famiglia di lui non vede di buon occhio il matrimonio, lo vorrebbe sposato a una ragazza romena con il costume tradizionale. La tragedia avviene quando la copia è aggredita da un gruppo di naziskin: Giulietta stuprata, Dorinel ucciso a botte. Per il dolore Giulietta si uccide gettandosi dagli spalti dell’Arena.

Il gioco ha migliaia di possibilità, lasciate alla fantasia e all’immaginazione. Certo, sarebbe meglio che vi fosse una certa attinenza con il libro originale. Qualche altro esempio:

IL BULINO DEL PO: Monumentale storia di una famiglia di orafi incisori della Bassa Padana che attraversa un secolo di vita italiana. (Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po)

IL PRETE BULLO: Vita di un “prete da strada” alle prese con gli emarginati e gli sfruttatori: guida una motocicletta potente indossando un giubbotto di pelle nera. Tenero con i deboli e arrogante con i potenti. (Goffredo Parise, Il prete bello)

LA COGNIZIONE DEL COLORE: Un artista sudamericano - ma forse brianzolo - quasi impazzisce perché comprende l’intensità del colore di quella terra sudamericana  - ma che forse è la Brianza. (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

NOVIZIA DI UN SEQUESTRO: Un’efferata banda di sequestratori accoglie una giovane donna e la svezza al crimine. (Gabriel Garcia Marquez, Notizia di un sequestro)

SETE A TEBE: Tebe, assediata, rimane senz’acqua, preda delle epidemie dilaganti. Le ultime ore della città prima della resa. Una tragedia. (Eschilo, Sette a Tebe)

2009

 

Gris

JUAN GRIS, “IL LIBRO APERTO”

sabato 13 maggio 2017

L’importanza della felicità

 

“La felicità non guarisce, ma protegge contro il cadere ammalati” disse il sociologo Ruut Veenhoven dell’Università Erasmus di Rotterdam, forte di uno studio pubblicato nel settembre 2008 sul “Journal of Happiness Studies“. Analizzando trenta ricerche svolte in tutto il mondo su periodi temporali tra uno e sessant’anni, Veenhoven ritenne che gli effetti della felicità siano paragonabili, come incidenza, al fatto se si sia o no fumatori.

Quello stato di benessere potrebbe allungare la vita tra i sette anni e mezzo e i dieci. Le persone felici sono più inclini a controllare il proprio peso e sono moderate nel bere e nel fumare: in generale sono più attente alla loro salute, molto attive, aperte al mondo, più sicure di sé. Di conseguenza, operano scelte migliori. L’infelicità cronica invece è involutiva e produce i suoi effetti alzando la pressione sanguigna e abbassando le risposte del sistema immunitario. I governi, dice Veenhoven, dovrebbero educare alla felicità: non è un caso che la Costituzione americana preveda tra i diritti “the pursuite of Happiness”, la ricerca della felicità.

Del resto i poeti e i filosofi già lo sapevano. Lo sapevano anche i guru indiani e i maestri buddhisti. Ora ci si mettono anche gli economisti, che hanno fondato una branca della loro specialità, l’«edonica»: quantificano e analizzano gli effetti dello stato di felicità che rende la vita piacevole e più ricca, non solo di denaro, spingendo al consumo. Così in più di cento paesi, la voce è inserita tra gli indicatori di crescita economica.

La felicità può essere poi condizionata dall’amicizia e dalle relazioni comunitarie, ma anche da fattori sociali come la libertà, la democrazia e le istituzioni. Come definirla? Gli esperti dicono che è il generale apprezzamento della propria vita nella sua completezza, ovvero uno stato mentale definito il migliore dalla persona interpellata.

“Vivo nell’attimo in cui sono felice” scrisse Edith Wharton in ”L'età dell’innocenza”. Questo è il fine: fare della propria esistenza un lungo periodo felice. “Don’t worry… Be happy”, come cantava Bobby McFerrin nel 1989.

2008

 

Magritte