sabato 16 settembre 2017

Un silenzio


Un silenzio, breve, improvviso, forte come un urlo, quasi che il tempo si fosse fermato. Nessun motore rombante, nessun clacson, non fischietto di vigile o scrosciare di laterizi a frantumare l’aria, né un canto d’uccelli o un sibilo di sirena. Un istante non misurabile, non qualificabile: un miliardesimo di secondo, un decimo, un paio, tre o quattro.

Mi sono voltato e lei era lì pressante come un desiderio, immobile nella folla ora in movimento, impegnata a percorrere la via come un fiume di formiche. E hanno sporte da cui fuoriesce verdura o bastoni di pane, borse della spesa o da lavoro. La differenza è che le formiche possono portare anche il doppio o il triplo del loro peso.

Era lì, con il suo vestitino a fiori, lungo appena sopra il ginocchio, le maniche corte, la pelle non ancora abbronzata, una peluria dorata quasi invisibile, come quella sulla buccia delle pesche. E mi sorrideva. Da un lontano ricordo ancora mi sorrideva. Ed era quella di allora, intorno ai vent’anni. La memoria certo non sa se si è tagliata i capelli e quali rughe si disegnino sul suo bel viso. Non sa quello che le ha fatto il tempo.

L’altro giorno alla televisione ho visto quell’attrice che le somiglia, avrà qualche anno più di lei: l’ho riconosciuta subito ma ho stentato a credere che la ragazza che ricordavo in un film sull’America fosse la signora bionda seduta sul divano di un talk-show. La sua faccia era gonfia, come se usasse del cortisone, la rosa che ricordavo turgida ha preso ad avvizzire. Lei invece no, lei come nel ricordo improvviso mi si è parata in una strada cittadina gonfia di traffico e del viavai di un mercato rionale.

Lei no. Apparsa improvvisa alle mie spalle evocata da un silenzio, chiamandomi con un’assenza di suoni per poi sparire tra la gente quando il tempo - così mi è sembrato - ha ripreso a correre e ho proseguito la mia strada senza più cercarla.

2008


Brown

TOM BROWN, “THE HUM OF THE CITY”

sabato 9 settembre 2017

Lettera da Vega


Caro JKPH28-LK321,

i miei vicini astrali sono un vero tormento: fanno un rumore insopportabile tutto il giorno. Già al mattino, verso l'alba, nella pallida luce planetaria, il ragazzo esce per andare alla scuola siderale: accende la motoastronave e la lascia rombare per tre minuti stellari buoni prima di partire strombazzando con il clacson termomicrofonico. Per tutto il pomeriggio il nonno, un astrotrasportatore in pensione, rompe i timpani potando la vegetazione, i cristalli di rocca, la foresta di pietra con la motosega dai denti di diamante e tosando a giorni alterni il prato di bauxite con la levigatrice autotermodinamica.

Le comari si radunano almeno tre volte al giorno e ciarlano a lungo vociando e squillando attraverso l'altoparlante della tuta. Evidentemente il loro impianto microfonico è regolato su un livello di hertz molto alto, come quando parliamo con un sordo e dobbiamo aumentarne il volume.

Per non parlare poi dei tre cani elettronici che abbaiano in continuazione a tutto: un passante, un venditore spaziale porta a porta dell'enciclopedia plutoniana, uno stormire di fronde, un visitatore occasionale...

Il padre fortunatamente lavora su Altair, ma nei lunghi week-end contribuisce del suo fresando e alesando, saldando e tagliando, martellando e inchiodando: per hobby costruisce di tutto, dalle astronavi ai canestri autosospesi per giocare al basket antaresiano, e lo fa a lungo e con foga. Logicamente i figli, quello della motoastronave e l'altro, che la madre chiama in continuazione con l'altoparlante di Bell, giocano rumorosamente con il canestro antaresiano o si sfidano a chiassose partite di calcio uraniano o di baseball galattico, dove si deve colpire con la mazza di titanio una biglia d'acciaio venusiano.

Ma presto risolverò il mio problema... No, non ti allarmare, non ho deciso di sterminare l'intera famiglia con la bomba X o con del potente veleno per iguanodonti di Proxima Centauri: ho solamente prenotato un impianto di vetri antirumore, quelli lavorati con il bismuto, e prossimamente i tecnici verranno ad installarli.

Da Vega ti saluto con affetto

tuo affezionatissimo XCGH21-KL987

18 marzo 3031


Vega

IMMAGINE DA “SPACEFLIGHT NOW”



sabato 2 settembre 2017

I lettori di poesie

Per scrivere una lettera commerciale occorre essere chiari, lineari, esporre i fatti essenziali e in un linguaggio quanto più possibile scarno ma preciso. Inutile gonfiarla con ridondanti barocchismi, costruire arzigogoli di periodi che si incastrano e si ingarbugliano in se stessi, abbandonarsi a un’enfatica retorica fuori luogo.

Così è la poesia: deve soltanto indicare la strada al lettore, porgergli gli elementi essenziali alla sua comprensione, un po’ come certi problemi matematici che spetta all’allievo poi risolvere e dimostrare. Prendiamo “Mattina” di Giuseppe Ungaretti: “M’illumino / d’immenso”. Tocca a noi che la leggiamo ricostruire tutto quello che ruota attorno ai versi, la giornata di sole, il cielo che si allarga in un orizzonte infinito, la luce che colpisce il volto e via di seguito fino a scoprire la sensazione che ha originato quei sintetici versi.

O ancora come quei detersivi concentrati che si vendono adesso: la poesia è quel denso liquido blu nella bustina, l’acqua che si aggiunge nel recipiente per diluirlo è l’esperienza del lettore: sono i suoi giorni passati, le sue vicissitudini, lo stato d’animo del momento, i ricordi, il carattere. Cito spesso il Premio Nobel messicano Octavio Paz: “Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico un altro testo”. Leggendo una poesia, oltre a udirne il suono e a figurarci le immagini che essa presenta, eseguiamo un esercizio poetico: siamo noi stessi poeti, adeguando a quelle immagini le nostre immagini. Se si dice “mare” è magari quello della nostra ultima villeggiatura, se si dice “amore” è la nostra amata/il nostro amato a cui pensiamo. È ancora Octavio Paz a parlare: “Il testo poetico deve provocare il lettore: costringerlo a udire, a udirsi”. Così entriamo nella poesia, indagando nel nostro profondo, e la rivestiamo con le nostre emozioni. E probabilmente, più l’emozione si avvicina alla nostra, più giudichiamo bella la poesia…

2010


Deineka

ALEXANDER DEINEKA, “GIOVANE DONNA CHE LEGGE”


sabato 26 agosto 2017

Il vecchio contadino


Il vecchio si chiama Piero, ma tutti lo conoscono come Luigi. Ha il suo pezzo di terra dietro la casa, un tratto in salita baciato dal sole e dall'aria del lago; dietro si distende il bosco dove ogni tanto va ancora a cacciare. È un ometto curvo, dotato però di una forza straordinaria e di una grinta che gli anni - quasi novanta - non hanno intaccato di un millimetro. Sotto i baffi indecisi tra il bianco e il rossiccio si apre una bocca che taglia il silenzio con i suoi giudizi precisi e affilati, con parole che non vengono sprecate, ma vanno diritte al centro del bersaglio.

Ora sta cavando i porri con la vanga, al sole tiepido di primavera. "Li prenda", mi dice mescolando italiano e dialetto, senza troppo insistere, "tanto li devo togliere comunque per le nuove coltivazioni, altrimenti li devo buttare via". Capisco che devo accettare, per non offenderlo, e lodo la grossezza ed il profumo di quei porri che ora sta pulendo con il falcetto: dà un taglio netto al culmine delle foglie, poi con un movimento circolare e aggraziato leva le barbe delle radici. Quando li ha mondati tutti, ne fa un grosso mazzo e li lega con un ramo di salice. Mentre me li porge, sorride.

Davanti a un bicchiere di vino rosso, e poi a un altro e a un altro ancora, fumando di tanto in tanto il suo mezzo toscano, mi ha raccontato dei suoi vecchi e nuovi dolori. Il tempo scorreva lento, sulla strada oltre l'orto passavano le automobili e le motorette della domenica pomeriggio. Lontano potevo vedere la breva sollevare minuscole onde sullo specchio grigio-azzurro del lago.

Luigi ha fatto la guerra di Russia, e prima ancora è stato nel fango dell'Albania, della Grecia e del Montenegro. Ha visto i muli sprofondare nella melma, le navi italiane bombardate tra Brindisi e Durazzo, le trincee scavate nel gesso in riva al Don, gli amici sfiniti fermarsi a morire nel ghiaccio. Nelle isbe della steppa ucraina ha conteso agli odiati tedeschi quel poco di calore nella notte e negli orti esultava per una vecchia buccia di patata o per un torsolo di cavolo. A Nikolajewka, dopo giorni di marcia nel gelo, è riuscito a passare di là del ponte della ferrovia e a ritrovare la libertà, la strada per l'Italia, a prezzo di sacrifici inenarrabili.

E con la pace ha trovato una moglie e poi i figli e un lavoro alla fornace. Gli anni sono trascorsi e ora la moglie è morta e sui figli non può più comandare, non capisce neppure come ragionino, non sa capacitarsi di tutte quelle liti per la casa e i terreni.

Però quando è qui, nel suo campo sulla collina dalla terra buona e scura, con i boschi dietro e lo scintillio del lago davanti, seduto tra il cielo e l'acqua come adesso, mentre fuma e guarda le piante crescere al sole di primavera, ritrova la felicità, quello che vagheggiava negli interminabili giorni nel gelo ucraino, tutto quello per cui ha resistito e continuato a marciare, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, verso il ritorno.

Guarda il rosmarino che ha piantato a ridosso del vecchio muro di pietra soltanto stamattina: "Farà alla svelta a coprire il muro: cresce in fretta il rosmarino..."


2009


Snug

ALEX JAKDOKIMOW, “THE SNUG”



sabato 19 agosto 2017

Il treno


Luca Mascagni salì sul treno alla stazione di M.; era il primo passeggero. Scelse un sedile accanto al finestrino e guardò l’orologio: ancora mezz’ora alla partenza. Si guardò attorno: era una vettura modernissima, con comode poltroncine in plastica blu d’avanguardia e un pavimento verde chiaro; i finestrini non si potevano aprire, ma un efficiente impianto di aria condizionata provvedeva a mantenere il clima confortevole.

Passò qualche minuto. Non era salito nessun altro. Luca Mascagni si chiese se non avesse sbagliato treno, se quei vagoni per qualche motivo non effettuassero servizio. Dietro i finestrini continuavano però a passare gli altri passeggeri, diretti a vetture posteriori.

Luca guardò la stazione: nella penombra delle volte i ferrovieri si affaccendavano al lavoro, gli operai con secchi e ramazze pulivano le carrozze del treno per P., in partenza di lì a un’ora; alla sua sinistra partì il regionale per C., consentendogli di spaziare con lo sguardo fino al binario 20, ai caseggiati anneriti dallo smog al di là della stazione.

Ancora passeggeri avanzavano senza salire: passò una ragazza con i capelli biondi e un libro sotto il braccio, quindi un sacerdote con il clergyman, un uomo in giacca e cravatta con una cartella di pelle. Nessuno di questi entrò nella carrozza, mancavano cinque minuti alla partenza e una vaga inquietudine cominciò a farsi largo nella mente di Luca Mascagni.

Infine salì un anziano ferroviere con un’enorme barba bianca e un tintinnante mazzo di chiavi appeso all’inappuntabile divisa blu e verde. Il capostazione accordò la partenza e il convoglio si mise in moto infilando la lunga galleria.

Uscito dal tunnel, il treno viaggiava come sospeso, sembrava galleggiare su un cuscino d’aria, alla maniera degli hovercraft. All’improvviso, prima di giungere alla stazione di G., con stupore di Luca Mascagni, il treno decollò e si levò sopra le nuvole. No, solo la sua carrozza - vide Luca - era in volo e lo conduceva al Paradiso, guidata dall’anziano ferroviere, al quale, dietro la giacca verde d’ordinanza, erano spuntate un paio d’ali.


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LESLIE REAGAN, “NEW YORK TO CHICAGO”

sabato 12 agosto 2017

La passione per il cinema


In quel periodo mi appassionai al cinema: andavo all'Ariston, all'Odeon, talvolta - la domenica pomeriggio o anche il sabato - a Bolzano. Comperavo tutti i mesi la rivista Ciak e mi tenevo al corrente delle ultime uscite.

Alberti mi fece sapere che allo School Village avevano organizzato un cineforum per ottobre e novembre e ci iscrivemmo. Ci andavamo la sera e, se avevamo tempo, ci fermavamo in un bar lì vicino per bere un caffè o una birra prima di tornare in caserma. Così ci gustammo "Ultimo minuto" di Pupi Avati, "Good Morning Babilonia" dei fratelli Taviani, "Quartiere" di Silvano Agosti, a dire il vero un po' complicato, "Cartoline italiane" di Memè Perlini, spendendo meno che per il cinema propriamente detto.

All'Ariston vidi "Arancia meccanica" con Miglio, che poi chiese al gestore la locandina, "Good Morning Vietnam", "Attrazione fatale", "Scuola di polizia 5" giusto per ridere un po'. All’Odeon, su verso Maia Alta, presso la pizzeria Arcadia e il giardino botanico, quando non c’erano i porno davano ottimi film, come il lungo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" o "Frenesie militari" o ancora "Chi protegge il testimone". A Bolzano scendevamo con il treno nel sole dei campi di mele e l'Adige era un ribollire di specchi rotti. Giravamo un po', poi entravamo nel cinema e, usciti, andavamo in una pasticceria sotto i portici a fare quattro chiacchiere con una cameriera. Vedemmo "Il piccolo diavolo", "Il principe cerca moglie", "Donne sull’orlo di un esaurimento di nervi" di Almodòvar, il divertentissimo "Chi ha incastrato Roger Rabbit?", "Bull Durham".

La passione per il cinema mi durò fino all’estate successiva, quando al mare, in un cinema all'aperto, vidi ”Rain Man" e qualche altro film che neppure ricordo. Quella passione se n’era andata con l’anno di militare.

Ottobre 1995


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FOTOGRAFIA © CLASSIC CINEMA SCHOOL


sabato 5 agosto 2017

Un caldo assurdo


Fa un caldo assurdo. Ci sono 35 gradi e un’umidità da sud-est asiatico. Ricordo un’altra sera calda così, molti anni fa, in una località di mare. Sedevo al tavolino di un bar con gli amici. Davanti avevo un enorme bicchiere di vetro con una granita al lampone e grondavo di sudore, i capelli che allora portavo più lunghi si arricciavano sul collo e sulla fronte. Tra una partita e l’altra a scala quaranta discorrevamo di noi e delle nostre vite, ci ragguagliavamo sulle amicizie comuni. Succede così a chi si ritrova soltanto una volta l’anno. La sera era caduta presto, era già agosto come adesso, e una mezza luna velata dall’afa splendeva giallastra in un cielo che aveva anch’esso il sapore del caldo.

Il mio ingenuo sogno d’amore si era infranto ormai da qualche giorno, giaceva a pezzi da qualche parte sul litorale, dove avevo visto la mano di lui sospingere dolcemente la schiena di lei ad un passaggio, come se volesse in quel modo sottolinearne la proprietà – allora almeno lo interpretai così, in realtà ora lo vedo come un gesto romantico, una cura, ma si sa che agli occhi innamorati ogni cosa appare sotto una lente deformante.

Il risultato fu però che divenni abulico, che spesso mi distraevo e gli amici dovevamo invitarmi al gioco: «Cesare, Tocca a te». Il fatto era che l’avevo assediata a lungo, che l’avevo rincorsa come s’insegue un sogno, pedinando il suo vestito azzurro lungo le vie della sera, perdendola e ritrovandola. Il fatto era che io non conoscevo di lei che l’esteriorità che mi proponeva. Come quella volta che, attraversando il sentiero nella pineta senza secondi fini, in mezzo a quei residence isolati, con sorpresa di entrambi lei pose la mia mano sul suo seno. Eppure, nessuno parlava al suo cuore come facevo io, anche quando restavo zitto mentre guardavamo le stelle la notte in spiaggia. E ora mi ritrovavo ad amare di meno, ad amare come un uccello in gabbia, che canta selvaggio solo perché straziato, ricordando i voli sulle rose e sui verdi prati. Mi ritrovavo come Catullo ad amare di più ma a voler bene di meno…

Fa un caldo assurdo stasera. Ci sono 35 gradi e i ricordi di certo non giovano. Accenderò il ventilatore.


Ventilatore

FOTOGRAFIA © COUNTRY LIVING