sabato 18 novembre 2017

L’uomo che guarda


Federico Mahor passava tutti i giorni alla stessa ora per Largo Cairoli tornando dall'ufficio. Una sera, mentre era incolonnato nel traffico come sempre - neppure lui saprebbe dire che cosa avesse attirato la sua attenzione - notò che c'era un uomo fermo al centro del piazzale, seduto su una seggiolina da bar, che guardava avanti a sé immobile.

E sera dopo sera, settimana dopo settimana, immancabilmente Mahor guardava là e l'uomo era al suo posto. Quando venne l'inverno, lo vide imbacuccato in un ampio pastrano, una sciarpa gli avvolgeva il collo e il mento, un cappello di pelo gli riparava la testa e le orecchie. E guardava fisso davanti a sé.

A primavera tornò libero, indossava un maglioncino ed un berretto da baseball; al sopraggiungere dell'estate rimase in canottiera e pantaloncini corti. E guardava diritto davanti a sé.

Una sera di luglio, poco prima che la città chiudesse per le ferie, a Federico Mahor capitò di doversi fermare proprio in Largo Cairoli per acquistare un volume illustrato alla Libreria Americana. Tornando all'automobile, posteggiata con le quattro frecce lampeggianti in doppia fila, passò davanti all'uomo e una domanda gli sorse dal profondo, come se neanche fosse lui a parlare - e infatti la voce gli suonò strana quando chiese:

"Scusi, ma che fa?"

"Niente. guardo..."

"Ho visto, ma che guarda?"

"Guardo..."

"Guarda le automobili del parcheggio? È forse il posteggiatore?"

"No"

"E che fa allora?"

"Guardo..."

Federico Mahor non era spazientito, piuttosto avvilito. Non riusciva nemmeno a guardare l'uomo nel volto, perché questi era intento nella sua attività di contemplazione. Ma cosa guardava? Il semaforo dall'altro lato della strada, l'angolo di Castello che si riusciva a scorgere, i palazzi ottocenteschi, un balcone dove forse si sarebbe affacciata una bella ragazza?

Capì che per osservarlo negli occhi avrebbe dovuto porglisi davanti, o almeno di tre quarti. Così fece, ma nulla aveva più da chiedere; si limitò a salutare l'uomo seduto sulla seggiolina da bar: "Be', allora io vado. Buona serata". "Buonasera".

Se ne andò, con il suo sacchetto di plastica che conteneva un pesante volume sulla Coppa America di vela, lasciando in Largo Cairoli l'uomo che guardava trascorrere la vita.


2009


Terapeuta

RENÉ MAGRITTE, “IL TERAPEUTA”


sabato 11 novembre 2017

La mano contro il fratello


Lost Eden Gazette

dal nostro inviato, notte dei tempi

Un fatto increscioso, inaudito. Un evento mai accaduto prima, inconcepibile per una mente umana, si è verificato nei campi attorno a Lost Eden; un "omicidio". Non c'è altro modo di chiamarlo, il vostro giornalista ha dovuto arrovellarsi il cervello per coniare questo neologismo. Mai si era vista tanta ferocia, mai era stato sparso sangue umano in questa desolata terra che ci è toccato abitare dopo Eden.

Uno scorbutico contadino, Caino, nato proprio in questa zona, ha ucciso - rabbrividisco nel pronunciare questa parola riservata fino ad oggi agli animali - ha ucciso un povero pastore, Abele, che tra l'altro gli era fratello (del resto siamo tutti parenti in questo villaggio dimenticato da Dio).

Caino, secondo il Giudice che ha istruito l'inchiesta, avrebbe premeditato l'omicidio: testimoni hanno confermato di averlo udito profferire, rivolto al fratello, l'invito "Andiamo in campagna". L'ingenuo Abele, forse convinto di recarsi a un pic-nic o a una festa danzante nei campi, ha seguito l'uomo che lo avrebbe portato a morte. In una località isolata, Caino, lo colpiva sulla testa con una pesante e affilata zappa, uccidendolo sul colpo.

Sui motivi che hanno condotto l'omicida al gesto, il Giudice, interrogato l'imputato, ha potuto confermare che tra i fratelli esistevano dei dissapori, risalenti alla presunta taccagneria di Caino e all'invidia nei confronti di Abele, benvoluto per le sue ricche offerte religiose. Questi era infatti solito offrire gli agnelli primogeniti del suo gregge, mentre Caino dava solo qualche frutto avariato del suo orto, poca cosa. Questione irrilevante, certo, ma una vera e propria ossessione per l'omicida, che ne ha fatto un rovello, divenuto causa scatenante della tragedia.

Subito dopo il fatto, la Gendarmeria, allarmata per la scomparsa di Abele, ha avviato ricerche su vasta scala che hanno in breve condotto a Caino (del resto, siamo così in pochi, in questo paese). L'imputato si è subito mostrato nervoso e si è prodotto in risposte arroganti che hanno insospettito gli inquirenti. Dal verbale, alla domanda su dove fosse Abele risulta la seguente risposta: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?".

Il processo è stato rapidissimo, nonostante la novità dell'imputazione. Il Giudice Unico e Supremo ha stabilito una pena consona: la maledizione perpetua con la pena accessoria dell'esilio nel paese di Nod, nella regione posta a oriente di Eden. Il Giudice ha altresì disposto l'inviolabilità della persona di Caino: non sia mai che qualcuno lo ammazzi evitandogli di scontare la giusta pena.


2009


Guidotti

PAOLO GUIDOTTI, “CAINO E ABELE”



sabato 4 novembre 2017

La capanna


12 marzo

Come Robinson Crusoe, come Tom Hanks in Castaway. Come i sopravvissuti del volo "Oceanic" di Lost. Naufrago. Sono ormai due giorni che mi trovo in questa isola sperduta, da quando il catamarano si è inabissato nella tempesta. Non so dove mi trovi esattamente: nel Pacifico, nello sterminato maledetto Pacifico. L'ultimo contatto l'ho avuto con l'isola Ernest Legouvé, sei giorni fa. Per fortuna l'orologio funziona ancora, la radio l'ho persa con il catamarano. Ma mi cercheranno, lo so: avevo segnalato la mia posizione.


13 marzo

Non è più tempo di compiangersi: bisogna mettersi all'opera. Ho ispezionato l'isola, è deserta e piccola, ma vi sono frutti in abbondanza, palme e piante di manioca. Ho raccolto della paglia e della legna: servendomi della rafia e del coltellino svizzero posso costruire una capanna, trovare un riparo, un posto che possa chiamare casa, almeno per il momento. La posizionerò qui, non lontano dalla riva. E dovrò raccogliere l'acqua piovana con i gusci dei cocchi.


10 settembre

Ne è passato di tempo: sei mesi, e ogni giorno siedo qui fuori dalla mia capanna ad osservare l'oceano, a sperare che una nave o un aereo passino di qui. Alimento il fuoco sulla spiaggia, lo tengo vivo notte e giorno. Ma nessuno è mai passato. Mi avventuro nel mare per pescare e poi finisce che cuocio i pagelli sul falò. Sono stanco di pesce, vorrei cacciare qualcosa. Non so che cosa darei per una bella bistecca di manzo. Ma qui vedo solo degli uccelli simili a fagiani e piccoli roditori.


15 ottobre

Un disastro. Una tragedia. Mentre ero sulle alture per procurarmi del cibo, s'è alzato un forte vento dall'oceano: le fiamme hanno raggiunto la capanna e l'hanno completamente distrutta. Come farò adesso? Il fumo si alza da tutto quello che possedevo: solo i vestiti che ho indosso e il diario su cui vergo queste poche parole mi sono rimasti. Non c'è altro da dire: sono disperato, disperato come chi ha ritrovato una parvenza di normalità e viene ributtato indietro nel suo incubo. Non ho neppure più la voglia né le forze di costruirmi un'altra capanna.


16 ottobre

Salvo! Sono salvo! Scrivo a bordo della portacontainer neozelandese "Rotorua". È incredibile: quando ormai mi sentivo perduto e guardavo la capanna ridotta in cenere, un tender è giunto sull'isola. I marinai mi hanno detto di essere stati attirati qui dal fumo che si levava alto: il comandante della nave ha avuto come un presentimento, ha voluto controllare, dirottando solo poche miglia dal percorso fissato. Da quella che credevo fosse la fine è giunta invece la salvezza...


2009


Castaway

SCENA DAL FILM “CASTAWAY”

sabato 28 ottobre 2017

Cortocircuito temporale


Vado sulla mia bicicletta Atala verso l'edicola, bardato bene con sciarpa, giaccone e guanti in questa mattina fredda di febbraio. Sono sulla pista ciclabile e trovo i soliti pendolari che vanno alla stazione: questa donna che si ferma sempre nel condominio rosso prima di raggiungere il treno, l'altra che cammina elegante con la borsa di pelle, il ragazzo con le cuffie nelle orecchie e il cappellino di lana... Guardo l'orologio: le 8 e 14.

Compro il solito quotidiano e saluto l'edicolante, metto il giornale nel portapacchi e riparto. Sulla pista altri volti che incrocio tutti i giorni: la signora con gli occhiali e il berretto di panno, l'uomo dalla testa rasata con il cappotto scuro... Poi vedo venirmi incontro un'altra bicicletta, in senso opposto al mio. Penso se su una pista ciclabile, incrociandosi, ci si debba salutare come succede su un sentiero di montagna. No, ovvio che no. Intanto l'uomo con la bicicletta diventa più vicino, ha qualcosa di familiare. Ci incrociamo... Mi guarda, lo guardo. Ma... sono io! Sono sbigottito, per poco non cado dalla bicicletta. L'uomo - l'altro me - si ferma e fa un passo indietro. Dice - dico? - "Non ti preoccupare, è solo un cortocircuito temporale: io sono te di qualche minuto fa, non vedi quella signora che entra nel condominio rosso e l'altra con la borsa di pelle? Non vedi il ragazzo con le cuffie?".

Sarà, riesco a pensare, ma resteremo sdoppiati? Le nostre vite prenderanno un bivio da questo cortocircuito? Oppure uno di noi due si dissolverà? E se quello fossi io? Guardo l'orologio: le 8 e 18. E così facendo mi distraggo un attimo. Quando rialzo gli occhi, l'altro me non c'è più e il treno si sta portando via tutti quanti: la signora del condominio, quella elegante, il ragazzo con il berretto di lana, la signora occhialuta, il calvo con il cappotto scuro...


2009


Doppio

FOTOGRAFIA © HIGH TONED

sabato 21 ottobre 2017

In Via Francesco Crispi


Risalgo i miei ricordi oggi, ripercorrendo questa strada che dalla stazione porta alla scuola dove in anni ormai lontani frequentai il liceo. È un viaggio nello spazio, su questa strada lastricata in modo differente da allora, tra alberi che non sono gli alti ippocastani, tra negozi che non potevano neppure esistere. Ed è un viaggio nel tempo, un retrocedere nella memoria: quella ragazza che attende al semaforo di Piazza Guglielmo Marconi potrebbe essere Marta, che studiava alle Magistrali e prendeva il mio stesso treno.

Così ogni vetrina, ogni portone, mi dice qualche cosa di nuovo, ogni chiesa immutata, ogni palazzo, come quello che ora è stato violentato dall'insegna ad archi gialli di Mac Donald's. Il tempo è passato. Tanto tempo, tanta acqua sulle pietre di questa città, tanti giorni di sole. Ma il presepio da cartolina rimane appollaiato dietro Porta Nuova con le sue cupole e le sue case di stile veneziano.

La signora dell'edicola all'incrocio con Via Paleocapa non c'è più: a darmi il resto c'è un ragazzo. E pizzerie da asporto e gelaterie hanno preso il posto delle librerie. La mia memoria sa ricostruire ancora questo puzzle: sembra prendere maggiore confidenza con la città ad ogni passo. Sa dirmi cose che neanche credevo di ricordare, lo scherzo di Carnevale alla "Boutique del pane", la neve che cadeva nei giorni in cui si consumava il colpo di stato polacco e la compagna di Wroclaw pensava agli amici lontani e mi parlava accorata camminando per Viale Papa Giovanni XXIII dalle parti di Santa Maria delle Grazie.

Questi mutamenti intervenuti, l'edicola scomparsa nel passaggio tra Porta Nuova e il Sentierone, il parco giochi sorto dove una ruspa chissà quando ha demolito vecchi muri, il palazzo comunale lucidato a nuovo, mi dicono con una sorta di dolcezza, con un lieve pudore, che se il mondo è cambiato, se la città è cambiata, anch'io naturalmente non sono più il ragazzo che ero, quello che camminava con la borsa piena di libri e molti più capelli sulla testa. Senza astio, mi pongono davanti agli occhi tutte le speranze e le illusioni che coltivavo allora, i sogni che mi accompagnavano mentre percorrevo questa stessa via. Non mi dicono "Confronta", non esigono un'analisi: mi dicono soltanto che tutto passa, che il tempo scorre inesorabile come un fiume.

Ma non lo sanno che li ho fregati, perché, quasi arrivato alla Rotonda dei Mille, in Via Francesco Crispi, come allora, adesso io sto pensando a lei.


2008


Crispi

FOTOGRAFIA © L’ECO DI BERGAMO

sabato 14 ottobre 2017

All’ora dell’aperitivo


Saba l’ho conosciuta a Napoli, ad un convegno su “Criminalità organizzata e diritto penale: la gestione dei collaboratori di giustizia”. Aveva appena terminato il suo intervento ed era tornata al suo posto.

Approfittando del suo nome insolito, mi avvicinai e le dissi:

«Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo».

«È la prima volta che qualcuno mi cita Umberto Saba» mi rispose «di solito per il mio nome tirano in ballo la regina di Saba o la marca dei televisori». Pochi minuti dopo eravamo passati al tu, la sera uscimmo a cena a Mergellina e ci demmo il primo bacio.

A quel tempo Saba era ispettore di polizia a Bergamo. Intrecciammo una relazione che doveva tenere conto dei suoi turni e dei miei gravosi impegni, nonché della distanza tra le due città. Quando ottenne il trasferimento a Milano, andammo a vivere insieme in un appartamento in zona Moscova.

Saba è stata uccisa in un conflitto a fuoco a Basiglio, nell’hinterland: stava inseguendo una banda di rapinatori che aveva appena svaligiato una banca. Dovevamo sposarci due mesi dopo, esattamente oggi. Quando me l’hanno comunicato sono svenuto e ho battuto la testa; sono rimasto in ospedale una settimana. Quando mi hanno dimesso mi sembrava di impazzire; ho venduto la casa di via Moscova e mi sono buttato a capofitto nel lavoro: difendo un collaboratore di giustizia e cerco di fare luce sui rapporti tra la microcriminalità milanese e il clan del mio cliente.

Questa mattina, con immenso stupore, nel parcheggio del tribunale ho rivisto Saba: il suo vestito era bianco e luminoso, quasi un abito da sposa. La ragione mi diceva che non poteva essere lei, ma poi Saba ha parlato, ha pronunciato il mio nome: “Paolo...”, poi mi ha baciato e mi sono sentito sollevare. In un attimo eravamo sul tetto del tribunale. Saba mi ha indicato un punto lontano, vicino alla mia auto. Ho guardato giù: il mio corpo, crivellato di proiettili, giaceva in una pozza di sangue, all’ora dell’aperitivo.


(2002)


Chagall

DIPINTO DI MARC CHAGALL

sabato 7 ottobre 2017

Un lampo


Me ne stavo andando tranquillo per Corso Vittorio Emanuele, guardando le vetrine e godendomi la brezza tiepida di primavera, odorosa di nuovi fiori anche nel centro di Milano. All'improvviso, tra la gente noncurante del primo pomeriggio che passeggiava come me, tra i turisti giapponesi con la macchina fotografica a tracolla e quelli americani in maglietta e sandali, tra gli impiegati delle banche che rientravano dalla pausa pranzo, apparve come un lampo.

O piuttosto è meglio dire che nella mia testa, nel mio cuore, nella mia anima, in qualche parte di me preposta alla funzione del ricordo e della memoria, in qualche sperduta e remota sinapsi, si accese una lampadina - potei sentire quasi lo scatto dell'interruttore, la piccola leva che apre le porte del tempo e consente di valicarle per un attimo solo.

Ed era lei che aveva acceso l'interruttore, quella donna che avevo incrociato qualche istante prima, nella gente anonima del Corso: era lei che camminava sul filo del ricordo, e che mi aveva condotto a percorrere in equilibrio instabile quella lama sottile ed affilata: una donna con le scarpe basse ed il cappotto chiaro, i capelli castani dai riflessi dorati sciolti sulle spalle, una borsetta di pelle nera a tracolla. Lei, la giovane donna che mi aveva rubato il cuore in un'estate lontana, che mi aveva portato fuori dall'adolescenza sul passo di un amore leggiadro e travolgente.

Ma quel lampo, proprio come una saetta nel cielo notturno di un temporale d'estate illumina per un tempo troppo breve la realtà circostante, fu infinitesimo: lo spiraglio aperto come una breccia nelle mura sterminate del tempo, la tentazione di voltarmi e fermare la donna, di verificare se davvero fosse lei, di rinverdire i ricordi seduti al tavolino di uno dei tanti caffè disseminati sotto i portici.

Dominai quel capriccio, con la ragione mi convinsi che non poteva essere lei, lì a Milano, in quel preciso momento; che la coincidenza era assolutamente improbabile, qualsiasi matematico mi avrebbe potuto dimostrare con estrema facilità che la combinazione statisticamente avrebbe potuto calcolarsi in miliardesimi.

Fu così che, razionalmente, ebbi la meglio sul desiderio, sull'illusione. Fu così che frenai i destrieri bianchi della fantasia, già smaniosi di lanciarsi in un galoppo sfrenato nelle lande del sogno: non era lei, neanche le somigliava. O no?

2009


Milano

FOTOGRAFIA © ABOUT MILAN